Militanti antifascisti (sic!) hanno ottenuto che a Charlottesville – North Carolina – venisse deposto un monumento raffigurante il generale Robert Lee, comandante delle truppe confederate all’epoca della Guerra di Secessione (1861-1865); a seguito dei terribili avvenimenti che ne sono seguiti – scontri e proteste di una violenza sconosciuta negli ultimi decenni – un’altra statua di Lee è stata rimossa dal sindaco di Baltimora per non meglio precisati motivi di sicurezza pubblica.

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I tagliagole dell’ISIS hanno distrutto le rovine dell’antica città di Palmira in Siria; i terroristi di al-Qaida hanno devastato la favolosa città sahariana di Timbuktu; la nuova barbarie iconoclasta si è ora impadronita dell’America?

In realtà, la furia distruttiva si è spinta ben oltre. Una statua di Giovanna d’Arco – eroina nazionale francese, venerata come santa dalla Chiesa cattolica – è stata danneggiata da alcuni teppisti a New Orleans (Louisiana, ex colonia francese); il Lincoln Memorial di Washington è stato imbrattato con la scritta fuck law (“si fotta la legge”); sempre a Baltimora, alcuni esaltati si sono scagliati, mazze alla mano, contro una statua di Cristoforo Colombo, la più antica del Paese, colpevole di rappresentare il suprematismo bianco ed il terrorismo genocida. Anche se la bizzarra ossessione di voler abbattere qualsiasi icona risalente a personalità e simboli dei confederati secessionisti non è nuova, è cresciuta a livelli mai visti, sconfinando in altri ambiti, tanto da far venire il sospetto che il movimento sia tutt’altro che spontaneo. Di fronte a una continua perdita di consenso, a causa di un’agenda radicalmente mondialista e filo-capitalista, e alla mancanza di volontà nel riconoscere Donald Trump come legittimo presidente, i Democrats – e parte dei Repubblicani – hanno deciso, in maniera irresponsabile, di fomentare uno scontro etnico?

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In Europa stiamo assistendo a una deriva dello stesso tipo, per via di una scelta sconsiderata del grande potere industriale e finanziario, il quale – al cospetto una crisi storica del capitalismo – cerca di deviare la collera delle masse, generata da un decennio di regressioni sul piano economico e sociale, favorendo l’immigrazione di massa e fomentando poi le contrapposizioni etnico-religiose. Gli americani sono oggi più divisi – moralmente, ideologicamente e politicamente – di quanto non lo fossero durante la Guerra di Secessione. In verità, nessun’altra guerra nella storia americana è stata così fraintesa – neanche la crociata contro i fascismi della seconda guerra mondiale – e mai l’obbiettività del giudizio storico è stata a tal punto vittima della propaganda ideologica come nel caso della Guerra di Secessione. Era davvero la questione della schiavitù e del razzismo la causa che scatenò quella che molti chiamano la guerra civile americana?

Il Presidente Abramo Lincoln espose con queste parole la propria posizione al riguardo, in una famosa lettera al giornalista Horace Greeley del 22 agosto 1862:

Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione a meno di non potere allo stesso tempo salvare la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Se ci fosse chi non desidera salvare l’Unione a meno di non poter al tempo stesso sconfiggere la schiavitù, io non sarei d’accordo con costoro. Il mio obiettivo supremo in questa battaglia è di salvare l’Unione, e non se porre fine o salvare la schiavitù. Se potessi salvare l’Unione senza liberare nessuno schiavo, io lo farei; e se potessi salvarla liberando tutti gli schiavi, io lo farei; e se potessi salvarla liberando alcuni e lasciandone altri soli, io lo farei anche in questo caso. Quello che faccio al riguardo della schiavitù e della razza di colore, lo faccio perché credo che aiuti a salvare l’Unione; e ciò che evito di fare, lo evito perché non credo possa aiutare a salvare l’Unione.

La guerra venne dunque perseguita per salvare l’integrità politica dell’Unione, il problema della schiavitù ebbe un ruolo secondario e relativo – strumento di feroce propaganda ideologica e arma strategica contro i secessionisti.

Lincoln Memorial - Washington DC

Lincoln Memorial – Washington DC

Nel Proclama di Emancipazione emanato il 22 settembre 1862, il Presidente Lincoln affermò che, a partire dal 1° gennaio seguente, tutte le persone detenute come schiavi in uno Stato che si trovasse in rivolta contro il governo centrale sarebbero state dichiarate libere per sempre. Dunque, agli Stati confederati (e secessionisti) del Sud venivano concessi cento giorni per rientrare in seno all’Unione; alla scadenza del termine, l’atto di emancipazione diveniva esecutivo. Con un secondo proclama del 1° gennaio del 1863, vennero designati come ribelli: Arkansas, Texas, Louisiana, Mississippi, Alabama, Florida, Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord e la Virginia. Il proclama non faceva cenno ai quattro Stati – Kentucky, Missouri, Maryland e Delaware – che non avevano aderito alla secessione, ma che al contempo praticavano lo schiavismo. Il documento, insomma, rappresentava un’abile mossa nella strategia di guerra, che tra l’altro forniva ad essa la motivazione morale di cui la mentalità puritana degli americani – specialmente degli abitanti del New England – ha sempre avuto bisogno per imbracciare le armi. Inoltre, venne disposta l’estensione agli ex schiavi del reclutamento nell’esercito unionista.

Dinnanzi a Lincoln si stagliava, nondimeno, un ostacolo rilevante: i proclami di emancipazione erano, sotto ogni punto di vista, contrari alla costituzione americana. Rappresentavano un’indebita intrusione dell’esecutivo nel legislativo: si rendeva dunque necessario codificare la normativa in un apposito emendamento (il tredicesimo). I secessionisti protestarono contro un atto indirizzato, a loro dire, a spingere gli schiavi alla sedizione e al conseguente massacro dei bianchi, soprattutto dei più deboli, essendo i maschi adulti impegnati al fronte. A quel punto, negli Stati fedeli all’Unione si poté finalmente dare il via ad una martellante propaganda anti-schiavista, al fine di spronare la popolazione e i coscritti a sostenere con forza l’impegno bellico e la causa unionista; i confederati furono pertanto dipinti come malvagi e ciò approfondì il solco di odio tra le due parti, rendendo la spaccatura definitiva e inconciliabile.

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Ogni Stato americano che aveva contribuito alla dichiarazione di indipendenza dal Regno Unito di Gran Bretagna nel 1776 era uno Stato schiavista; la schiavitù svolse un ruolo importante nel primo sviluppo degli Stati del Nord-Est, dove si estinse per ragioni di tipo economico, più che per motivi moralistici: nel momento in cui l’industrializzazione non aveva più bisogno di schiavi in senso tradizionale (passando al più conveniente sfruttamento dei salariati), la schiavitù diminuì rapidamente e venne abolita dopo che i proprietari ottennero i loro soldi vendendo gli schiavi ai coltivatori del Sud.

Si è calcolato che il costo della guerra, stimato in oltre 10 miliardi di dollari attuali per ogni anno, sarebbe stato più che sufficiente per acquistare la libertà di ogni schiavo, se mai questo fosse stato il reale motivo dello scontro. Gli Stati del Nord-Est erano diventati il traino della nuova rivoluzione industriale in terra americana, basata sullo sfruttamento del lavoro salariato e di impostazione originariamente protezionista (conto il liberismo dell’ex madrepatria), mentre gli Stati del Sud erano rimasti legati ad un contesto patriarcale e campestre, votato all’agricoltura e all’esportazione. Il Congresso poneva sempre nuove tariffe di protezione per aumentare i profitti delle fabbriche – e per sovvenzionarle – ma questa politica paralizzava gli Stati del Sud e fu proprio il contrasto fiscale la vera causa della separazione di quest’ultimi dall’Unione – del resto, non furono gli stessi coloni americani a sollevarsi, un secolo prima, contro la madrepatria, al grido di no taxation without representation?

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Le formali denunce che provengono dalla stampa e dalle emittenti televisive contro la violenza razzista che divampa oggi in America sono prive di una seria analisi sulle condizioni sociali e politiche che ne sono alla base. Si ha l’impressione che tutto dipenda dal fatto che Trump si stia aggrappando ai suprematisti bianchi nel disperato tentativo di salvare la propria poltrona. Se non fosse per Trump, sembra che le strade d’America diventerebbero d’un tratto colme di fiori profumatissimi e risuonerebbero di inni alla gioia. Ma la storia del Trump cattivo non spiega nulla: la violenza che imperversa, e che rischia di sfociare in una guerra civile inter-etnica, è sintomo di una crisi profonda e intrattabile, e Trump è meno il responsabile che non il risultato di processi economici, sociali e politici di lunga durata. La sua amministrazione nasce da un quarto secolo di guerra ininterrotta in ogni angolo del mondo e da quattro decenni di controrivoluzione sociale, mentre la sconfitta di Hillary Clinton nelle elezioni del novembre 2016 deriva dalla netta presa di posizione dei Democrats come garanti dello status quo. Non a caso la vittoria di Trump ha avuto la spinta decisiva dalle regioni devastate dalla de-industrializzazione, approfittando della mancanza storica dei sindacati, che da tempo hanno abbandonato ogni opposizione alle richieste delle grandi corporations.

La fissazione ossessiva del Partito Democratico – e delle organizzazioni che operano nella sua orbita – sul razzismo, ha raggiunto un picco nell’ultima campagna elettorale, predisposta sul principio che tutti i problemi sociali dell’America odierna si riducano all’odio razziale: le rimostranze dei lavoratori bianchi sono il prodotto non della disoccupazione e della povertà, ma del razzismo e del privilegio. L’interpretazione razziale della politica e della cultura è politicamente conveniente in quanto distoglie l’attenzione – per quanto ancora? – dalle problematiche della disuguaglianza sociale e della disoccupazione, incolpando i lavoratori bianchi, non il sistema capitalista in sé, per l’elezione di Trump e per i disordini in corso. L’opposizione al neoeletto Presidente non si combatte – oggi – nelle sole sedi istituzionali, ma è una lotta strisciante che coinvolge le agenzie di intelligence, il Pentagono e l’apparato militare-industriale, sulla base delle richieste di una politica più aggressiva contro la Russia.