Il significato delle parole, quella forma originaria e antica che i colti chiamano etimo, spesso racchiude in sé il destino di un uomo, la fortuna di una città, la traiettoria infinita di un luogo. Capricci della Storia, ghirigori del Fato. Piccardia, Nord della Francia. Il fiume che, placido e calmo, taglia la regione veniva chiamato al tempo delle aquile di Roma Samara, sintesi latina dei termini gallici  samo (tranquillo) e ar (corso d’acqua). Tranquillità, dunque, è la divinità benigna che protegge lo scorrere infinito delle acque fredde e spumose di questo imponente tracciato blu, utilizzato nei secoli come canale d’irrigazione e via di comunicazione perle merci dirette al mare. Terminata l’era dell’Impero, la lingua dei locali ha piegato il latino alle esigenze più immediate dei contadini e dei mercanti piccardi. Quelle acque, dunque, diventano nel tempo francesi, e francese è il loro nome: Somme. Al di là dei 91 comuni che attraversa, la fama di questo fiume rimane naturalmente circoscritta ai libri e alle menti dei geografi più brillanti. La Storia, però, ha il singolare e terribile pregio di donare l’immortalità a luoghi altrimenti dimenticati (e dimenticabili): un momento, e quel nome, quelle lettere si impongono all’attenzione dei posteri per sempre.

1 Luglio 1916. La guerra che doveva finire a Natale del ’14 va avanti, monotona e folle, sui sanguinosi tracciati di trincee fissatisi dopo la vittoriosa resistenza francese sulla Marna. Parigi è salva, ma la Francia è in pericolo mortale. A Verdun la battaglia di annientamento iniziata nel febbraio rispetta pedissequamente le infernali tabelle di morte, spazzando al minuto centinaia di vite umane nel fango e nel terrore. La tensione è al limite, gli sforzi francesi sono titanici: serve un aiuto. L’occasione viene colta dai tommies britannici, figli d’Albione sbarcati in Europa per difendere la libertà e l’Europa dagli unni invasori. Attestatisi sull’estremo limite del Fronte Occidentale, gli inglesi da due anni difendono con i denti il brandello di Belgio rimasto libero. Ad Ypres hanno già dimostrato il loro valore. Questa, però, è una guerra infame, e più delle qualità del singolo conta la massa, mera aritmetica di morte. Sir Douglas Haig, comandante delle forze di Sua Maestà sul Continente, riflette, e conta. I tedeschi sono tutti concentrati su Verdun, lì combattono e muoiono i migliori soldati del Kaiser; contro i suoi uomini si erge uno schieramento rimaneggiato, debole e di seconda scelta. Elementare, Douglas! Sfondare il lato debole del fronte crucco, aprire il passo alla cavalleria e vincere, per Dio!, con una bella battaglia manovrata la guerra. Piccolo dettaglio: non è il 1806, e Haig non è Bonaparte. Soprattutto, i tedeschi hanno mitragliatrici, bunker sotterranei e animo ben saldo. Dettagli da disfattisti, quisquilie da vili! Bombardare per x giorni, e poi via, all’assalto delle trincee ridotte a poltiglia. Le Somme vedranno l’inizio della fine del Reich guglielmino, Elementare!

1 Luglio 1916. 3000 cannoni hanno squassato per più di cinque giorni le linee germaniche. 3500 granate al minuto, 250mila in totale solo nelle ore immediatamente precedenti all’assalto. Il boato delle artiglierie sconvolge l’aria, distrugge i nervi dei combattenti, disturba irriverente il risveglio degli abitanti di Londra. Un’orchestra di morte mai vista prepara il terreno ai fanti, operai della carneficina. Alle 7.20 detonano enormi mine sotterranee, talpe silenziose che dovrebbero far strage dei nemici. Peccato che i sudditi di Guglielmo son rintanati da giorni negli stollen, rifugi teutonicamente preparati in cemento armato a decine di metri di profondità, capaci di resistere ai tremendi graffi dei proietti. 1 Luglio 1916, ore 7.30. Ora X. I fischietti lacerano l’aria, sotto 30 chili di zaino si muovono migliaia di soldati inglesi e delle colonie, marciando in linee compatte, qual che si fosse in piazza d’armi. Prede facili, troppo facili per i veterani unni usciti come lampi dalle loro tane sotterranee. Le MG ruggiscono uccidendo, anzi sterminando le vittime del folle piano di Haig. In pochi minuti i caduti si contano a migliaia: prima che l’orologio segni le 8 l’esercito inglese ha perduto quasi ventimila soldati. Dodici ore dopo, al termine del primo giorno di battaglia, il registro annota 57.470 uomini fuori combattimento, di cui 19.240 killed in action. Per capirci, quasi mille all’ora, 16 al minuto.

I risultati? Poche centinaia di metri d’avanzata, qualche relitto di trincea occupato, piccoli drappelli di prigionieri. Haig e soci hanno letteralmente ammantato di corpi la terra di nessuno per conquistare il nulla. Cechi nel loro orrore, gli alti comandi continueranno per mesi a imporre assalti tremendi, cui unico obiettivo è la distruzione reciproca di mezzi e uomini, tritati dalle orrende battaglie di annientamento. Alla fine si conteranno 146.431 morti o dispersi per gli Alleati contro i 164.055 tedeschi: quasi un milione i combattenti d’entrambi gli schieramenti feriti, mutilati o colpiti. Giusto per intendere appieno l’insensata macelleria di quell’infernale mattanza, dividendo il numero di vittime per il numero di centimetri conquistati si ottiene circa 1,5, ovvero 150 soldati per conquistare un metro di terreno; in pratica per conquistare meno di un centimetro di terreno era necessaria la morte di un soldato. Fino al novembre il sangue si continuerà a mischiare alle grigie acque della Somme, smentendo l’etimo e il fato di quel fiume, in cui la tranquillità di milioni di soldati annegò letteralmente nella disperazione e nell’orrore. A loro va, cento anni dopo, il nostro commosso ricordo