Giambattista Boetti ha molte vite. Ognuna di esse è avventura. Se nella Storia incontriamo uomini la cui esistenza è stata romanzo, nella biografia di Boetti abbiamo a che fare con una collana di romanzi. Giambattista dai mille volti, Giambattista trasformista. Si cambia d’abito più volte; l’abito fa il monaco, fa anche l’agente segreto, fa pure il condottiero. Parallelismo tra fiction letterale e realtà presunta: Le avventure del Barone di Münchhausen e Le mirabolanti imprese di Monsù Boetti. Verità o invenzione? Personalità multipla: doppia personalità, tripla personalità … decupla personalità! Lo vediamo cavalcare scalmanato nell’Europa del XVIII secolo. Lo vediamo libertino settecentesco fare il cascamorto per piacere e denaro. Lo vediamo fingersi pio raccolto in preghiera in conventi domenicani. Lo vediamo medico segaossa in malsani ospedali mediorientali. Lo vediamo spia rubare segreti militari. Lo vediamo santone esaltato da visioni mistiche in piedi su una roccia circondato da seguaci ipnotizzati. Lo vediamo alla testa di schiere fanatiche pronte a immolarsi in suo nome nella guerra santa. Lo vediamo …

Avete presente il meraviglioso film Barry Lyndon?  La pittura cinematografica di Stanley Kubrick ritrae sul grande schermo i paesaggi settecenteschi attraverso venture e sventure di uno scaperstrato d’Irlanda, mentre con Giambattista Boetti la nostra immaginazione dipinge il  medesimo secolo con colori simili ma con l’aggiunta di tonalità esotiche e misteriose. Camminiamo allora laggiù nel secolo XVIII. Il sentiero si snoda tra i colli, boschi e i minuscoli borghi del territorio intorno al paese di Camino, che ora è provincia di Alessandria. È il 2 giugno 1743, una bellissima mattina di primavera nei territori monferrini del Regno di Sardegna. Nella frazioncina di Piazzano, abitata da un pugno di famiglie, da una casa benestante provengono vagiti di neonato. Sono i primi strilli al mondo di Giambattista Boetti. È nato un ribelle. Il poppante cresce discolo, una peste, ha carattere esagitato, indipendente, indomito. Il padre, Spirito Bartolomeo Boetti, notaio e pasciuto signorotto di provincia, ha fatto faticare parecchio la consorte Margherita Montalto, che ha sfornato quattordici figli. La tribù Boetti. Ma non è una casa felice. Dalle mura domestiche odo grida furiose, lanci di pitali, sedie rovesciate, pianti, rumori di cinghia su pelle nuda. Il padre è sì nobilastro di campagna e agiato azzeccagarbugli, ma è anche rozzo, ignorante, cattivo, tiranno, manesco, uxoricida. Durante la quindicesima gravidanza di Madama Margherita, poveretta, il padre padrone s’imbestialisce più del solito, forse lordo di vino, paonazzo di furia, bastona la moglie con violenza omicida. Ammazza lei e suo figlio.

Giambattista alto un soldo di cacio, capisce, odia il padre, e l’odio è ricambiato. Il bimbo è spedito a calci nel sedere in collegio a Casale Monferrato, riformatorio privato per ragazzini poco desiderati. Recinto per asini, teppistelli, orfani. Ci rimane fino a diciotto anni di età, adesso è un giovane uomo. Il conte Boetti ha deciso per lui il suo futuro. Giambattista sarà medico, studierà a Torino. No, il ragazzo dice no, non vuole compiacere quel vecchio bastardo, disobbedisce. S’iscrive a legge, il padre schiuma d’incazzatura, riesce addirittura a farlo arrestare dalle guardie. Intercede il nonno, che lo salva dalle sbarre di Porta Po, gabbio sabaudo. Il ribelle scappa da Torino, raggiunge Milano e il Ducato sotto il dominio degli Asburgo d’Austria. Nella piazza d’armi del Castello Sforzesco passano in rassegna le compagnie fucilieri e granatieri dell’Imperiale e Regio Reggimento di Fanteria di Linea n. 44, messo insieme a proprie spese dal marchese Anton Giorgio Clerici. Alte le bandiere, e la banda militare suona la Prinz Eugen March dedicata alla grande vittoria contro i turchi nell’agosto del 1717. Lì, tra altri centinaia di volontari, sfila il giovane Giambattista, impettito nell’uniforme bianco-rossa, è lo scrivano del reggimento. La vita militare non gli va a genio, troppo ferrea la disciplina austriaca, si compra il congedo. Ha vent’anni, il mondo è suo! Visita la Baviera, la Boemia, l’Alsazia. Diventa abile cacciatore di cuori: seduce fanciulle, vedove, donne sposate. Si diverte nell’alzare sottane. A Praga adesca una ricca vedova, l’alcova di fuoco oltre ad amplessi boemi gli frutta persino un bel gruzzoletto in fiorini d’oro. A Strasburgo, tutto imbellettato, azzimato e conciato all’ultima moda della seconda metà del secolo, insidia una dama, molto ricca ma molto racchia. Lo zio della cozza, un prete ben fornito di denari, per allontanare quel mascalzone sabaudo tira fuori un bel pò di soldi, e lo paga per dimenticarsi della sventurata. Giambattista ci appare, in queste sue prime avventure di viaggio, come un gigolò mittleuropeo, un puttano dell’epoca dei lumi. Ma è solo l’inizio. Riscende nella Penisola, e stavolta è lui ad incappare in altri furfanti ben più pericolosi.

A Bologna, sotto i portici di notte,  la punta di un pugnale gli punge la gola.

“O la borsa o la vita, coglione!”

Tutto, gli prendono. Musica di violini tristi, pioggia malinconica. Il nostro povero giovane amico, senza più un soldo, è costretto a ritornare nel Monferrato con la coda tra le gambe, a testa bassa a chiedere perdono e aiuto all’odiato genitore. Appena rientrato in quel buco di Piazzano, non ha nemmeno ancora disfatto il baule da viaggio che già ne combina una nuova. S’invaghisce seriamente di una vicina di casa, una bella ragazza di campagna. Lavoriamo di fantasia e immaginiamo i due piccioncini infrattati in un fienile, ansimi tra le galline, ma ecco entrare il vecchio conte, ubriaco e incazzoso come sempre, viola in viso, barcollante ma ohibò, in mano non stringe la bottiglia, ma tiene una pistola.

 “Disonore della famiglia io t’ammazzo!”

La pessima mira del papà gli salva la vita. Via! Più veloce del vento! Con le braghe ancora calate via! Inseguito dai tremendi anatemi del padre! Via, verso Roma! Sulla via verso l’Urbe, a Loreto, capita qualcosa di inaspettato. Raggio di luce mistica: la vocazione di Giambattista. Ma vocazione sincera o solo brutto sogno? Probabilmente la via religiosa gli sembra una valida soluzione ai suoi guai. Per cinque anni è frate domenicano, e a Ferrara s’immerge nello studio. Non si dedica solo alla teologia, ma apprende rudimenti di medicina e impara la lingue araba, il persiano e dialetti orientali. Gli guardiamo la testa con la chierica ad aureola china sui testi, in biblioteche silenziose, quel frate sta architettando qualcosa per il suo futuro…Lo rivediamo poco dopo, sul ponte di un brigantino veneziano della Serenissima, con la cappa nera indossata sopra la tunica bianca che svolazza dal vento del Mediterraneo, ha lo sguardo verso Levante coperto dalla nebbia; ma la nebbia si apre d’improvviso come un sipario, appare l’oro di mille cupole, il bianco puro di una foresta di minareti, la lussuria verde di giardini secolari, è Istanbul, gente.

L’Impero della Sublime porta è ancora immenso e potente, Giambattista percorre la Turchia interna attraverso pianure, massicci montuosi, dervisci roteanti, viaggia verso la Mesopotania, raggiunge Mossul, l’attuale Iraq, città del prezioso tessuto mussola e della mussolina, finissima, lussuosa e leggerissima veste di ali di farfalla sul corpo dell’esploratore domenicano, ma anche di torri, di mercanti, di tanti religioni; il luogo della sua missione apostolica. Il Pascià locale lo accoglie a braccia aperte, gli assicura protezione per lo svolgere della sua professione medica nel maristan, l’ospedale. Le cose però vanno male. Un giorno, sul tavolo operatorio di marmo, un paziente, un turco importante che gli è stato affidato, nel bel mezzo di un’operazione chirurgica molto improvvisata, si alza di scatto con il busto nudo e aperto, lancia un urlo che si ode fino a Baghdad, e tira le cuoia. Porco il demonio, che pasticcio! Le guardie del Pascià lo afferrano per le braccia, gli tolgono le calzature, gli picchiano la pianta dei piedi con cinquanta sonore nerbate e lo condannano all’esilio, via, coi piedi sanguinanti a traballare per strade popolari di terra battuta e lorde di pozzanghere maleodoranti. Solo numerose suppliche al governo di Istanbul gli permettono di ritornare alla missione di Mossul e a nuovi guai: i confratelli lo denunciano per condotta immorale e malagestione; quel piemontese è turbolento per natura, poco casto, ne combina di tutti i colori, sempre. Boetti deve chinare la testa, malvolentieri, e tornare in Italia, nella Ferrara pontificia, richiamato dalle ire dei superiori. Appena può fa ritorno in Oriente, ad Şanlıurfa detta Urfa, antica città dell’Anatolia sul confine siriano, al servizio del Pascià del luogo, diventandone segretario, consigliere e tesoriere e pure vescovo della comunità locale dei cristiani giacobiti. Corre l’anno del Signore 1772. Ma il suo Pascià è presto deposto e il nostro eroe si vede costretto a rifugiarsi ad Istanbul, base per futuri viaggi in Medio Oriente. Si caccia nuovamente in guai seri, serissimi, quando travestito da armeno, è beccato in flagrante a rubare i piani per le fortificazioni di Damasco.

 “E’ una maledetta spia dei russi!”

Lo accusano con la scimitarra sotto il mento. Ora che il nostro amico avventuriero se la vede davvero brutta, interviene, per vie diplomatiche, nientepopodimeno che Sua Altezza Reale Vittorio Amedeo III di Savoia, Re di Sardegna, che permette la salvezza a quel suo suddito giramondo, la cui salute sta evidentemente a cuore ai potenti di Torino. E qua si dovrebbero fare le prime congetture sulle attività spionistiche del frate del Monferrato. Servizi segreti sabaudi? Polizia segreta zarista? Non ci è dato saperlo. In Europa ottiene il perdono dell’ordine domenicano e si ritira quieto per solo un anno nel convento di Trino Vercellese da dove scappa per Berlino, capitale di Federico II il Grande, e da lì, instancabile viaggiatore, verso est, di nuovo attirato dall’Oriente, prima Polonia, poi Russia, poi giù a sud, per migliaia di chilometri divorati come alla ricerca di una qualche ossessione, in Georgia, in Crimea, in Persia. 1784, Istanbul, di nuovo. Giambattista compra armi. Moschetti, pistole, polvere da sparo. Gli ambasciatori e funzionari di mezzo mondo s’interessano a lui. Si domandano cosa diamine stia architettando quell’eccentrico piemontese. Assieme a due alti e truci giannizzeri in borghese, agenti sotto copertura del Sultano e Califfo Abdül Hamid, lo pediniamo nel Gran Bazar, senza farci notare. A distanza, lo vediamo aggirarsi tra i dedali di botteghe e armerie, tra migliaia di lame luccicanti, raffinati arnesi per lo strazio di carni umane, daghe, spade ricurve Kilij, grossi pugnali persiani Khanjiar, Yatagan di alta fattura con l’impugnatura in oro e corallo, per essere molto eleganti quando si fa a pezzi il prossimo; eccolo Giambattista trafficone, soffermarsi davanti ad una rastrelliera di moschetti Tüfek, decorati come sinistre opere d’arti, nuovi Arkebüz coi calci a piramide, li tocca, li impugna. Discute concitato con un mercante persiano, cenni con la testa e le mani, contrattazione davanti ad un bicchierino fumante di tè turco çai. Carovane cariche di armi da guerra partono con rotta sud-est.

1784-85 Kurdistan Iracheno, i giorni della rivelazione mistica. Si chiude in una casa di un remoto villaggio di montagna, per tre mesi. Per novanta giorni medita, studia, cova nuove imprese, architetta inediti ciadèl (dal piemontese, ciadèl: chiasso, baccano, casino). Birbone esagerato, stavolta concepisce una religione. Quando esce di casa, in quel piccolo villaggio curdo, annuncia il suo verbo ai montanari a bocca aperta e in ginocchio al cospetto del Profeta del Monferrato. È  nata una nuova fede, un sincretismo tra islam e cristianesimo, un mix di Bibbia e Corano, un ibrido tra croce e mezzaluna. La sua legge, stralci:

 

“Non costituiscono peccato la fornicazione e il suicidio.”

 

“L’incesto è una cosa naturale e non è peccato.”

 

“I codardi, i poltroni, gli avari devono essere privati delle loro ricchezze e mandati a lavorare nei campi.”

 

“Una ragazza non maritata può fare ciò che vuole del proprio corpo, giacché ne è l’unica padrona.”

 

“Il Papa e il Muftì sono impostori.”

 

Giambattista Boetti, frate di Piazzano, da adesso è il profeta Mansur, il vittorioso. Grazie al suo carisma e a giochi di prestigio con tizzoni ardenti e monete che escono dalle orecchie, infiamma i cuori, solleva uomini. Tanti discepoli gli si stringono intorno; un esercito gli giura fedeltà eterna. Tatari, Circassi, Georgiani, Ceceni, disertori russi ingrossano le sue schiere guerriere e brigantesche. Guerra Santa! Jihad! Gazavat! La missione religiosa e militare ha l’obiettivo di avanzare fino al Corno d’Oro ed espugnare il palazzo sultanale di Topkapı, cuore della nuova Babilonia, che deve bruciare. La terra delle province ottomane è scossa dalla marcia di migliaia di fanatici, che ogni giorno cresce di intensità e di nuovi volontari, e travolge le truppe fedeli al Sultano. Un incendio divampa a fiamme alte nei confini selvaggi dell’Impero di Istanbul. I vessilli di Mansur sono alti, i Pascià della guerra li avvistano sempre più vicini, la Porta ha paura. Il Sultano teme per il suo trono, decide di optare non per una battaglia campale decisiva, ma lo corrompe con un carico d’oro e di armi. Boetti si allea con gli ottomani, ecco, appare per quello che è, abile stratega e manovratore di folle, certo, ma in fondo, estorsore e bandito. Giambattista, nel delirio onnipotente, ora si volge a nord-est, farà la guerra ai russi, sempre più interessati a penetrare nella zona d’influenza turca e soppiantarla.

Eccoli; da un monte ceceno vediamo a valle un esercito di 40.000 esaltati in veloce movimento; in quegli anni di fine settecento il Caucaso trema per i colpi d’artiglieria e per gli affondi di scimitarre affilate. Il protettorato russo della Georgia, monarchia burattina in mano a Caterina II la Grande, Zarina di tutte le Russie per volere di Dio e delle baionette, capitola sotto la furia di Boetti Al Mansur. La grande battaglia contro le truppe georgiane del principe Eraclio è un successo clamoroso. A San Pietroburgo sono convocati d’urgenza i consigli di guerra, l’ora è grave per la Zarina. Nelle corti europee l’argomento Mansur diviene discussione di gran moda: notizie certe si mescolano alla leggenda, nasce un mito euroasiatico. Viene in mente un altro riferimento letterale: L’uomo che volle essere re, novella di Rudyard Kipling, in cui una coppia di avventurieri inglesi, fantastici farabutti e truffatori internazionali, tentano di conquistare remote lande afghane; addirittura uno dei due si esalta a tal punto da far credere alle genti locali di essere un dio discendente di Alessandro Magno. Anche Al-Mansur il vittorioso, Al-Mansur l’invincibile, colui che è onnipresente, divino e immortale, comincia a pensare di se stesso di essere un dio. Come altri condottieri febbricitanti di onnipotenza, anche Boetti non è avaro di crudeltà: impalazioni, mutilazioni, decapitazioni, strangolamenti, torture ai nemici e a chi gli disobbedisce.

Quando scoppia il nuovo conflitto russo-turco del 1787, lui si dedica con fervore alla guerra totale; amico di nessuno, scheggia impazzita della Storia, il profeta piemontese contro tutti, contro le secolari potenze titaniche dell’Impero ottomano e di quello russo. Sciabolate al Sultano, cariche contro la zarina. Nemici troppo grandi, impossibile da battere senza alleati. Perde battaglie, il suo esercito si decima, le bocche da fuoco del generale Potëmkin, favorito e amante di Caterina, picchiano le sue schiere. Si chiude con i resti dei suoi reggimenti di monaci in armi tra le selvagge e barbare montagne cecene e le gole caucasiche, come un lupo, come un guerrigliero indomito. Già, la Cecenia, terra da sempre insofferente a San Pietroburgo e Mosca, le cui rivolte recenti hanno quindi antiche radici di odio.Ma le catene russe hanno la meglio. Fatto prigioniero, graziato dalla Zarina, è gettato in un monastero-fortezza lassù, nelle isole Soloveckie, al Circolo Polare Artico, a marcire al gelo. Nella sua cella, una notte di settembre del 1798, mentre l’Europa conosce la grande ambizione di Napoleone Bonaparte, il soffio  del vento del Mar Bianco spegne l’ultima candela di Giambattista Boetti.

Al Mansur chiude gli occhi.