Il telefono squilla nel buio. Trilli, ripetuti, l’apparecchio insiste a dare la brutta sveglia. Un uomo viene strappato dal suo dolce oblio senza sogni e preoccupazioni. La mano del Brigadeführer Gustav Krukenberg si muove a cercare l’interruttore della lampada e poi la cornetta del telefono chiassoso. A quell’ora e a quel tempo, se quell’odioso apparecchio suona, non è certo per dare buone notizie. Malaugurio. Il generale lo sa, esita ancora un secondo prima di alzare il ricevitore. Nella baracca del campo d’addestramento delle SS nei pressi di Neustrelitz sono le 4 del mattino del 24 aprile 1945. La voce dall’altro capo, è dura.

Brigadeführer Krukenberg? Qua Heinrici dal comando del gruppo d’armate della Vistola”.

Il generale Gotthardt Heinrici è a capo della difesa ormai frantumata sull’Oder. Comanda armate che esistono solo più sulle mappe militari, carri armati giocattolo e soldatini di piombo, spostati sulle carte da feldmarescialli compiacenti, giocattoli di un Risiko di fantasia e illusione; quella è l’ultima manche della partita, la Seconda guerra mondiale è al suo tragico epilogo. Le armate nere sono nella disfatta, è il turno delle armate rosse, a Mosca tirano i dadi, ancora una volta. Heinrici sveglia Krukenberg dopo essere stato svegliato a sua volta da Weidling, che ha chiamato dalla sala dei bottoni del Führerbunker, la ridotta del potere nazista. Il generale Helmuth Weidling è il comandante della difesa di Berlino da un giorno. L’incarico gli è stato dato da Adolf Hitler in persona, dopo un incontro sotterraneo nel bunker sotto i giardini della Nuova Cancelleria. Weidling ha accettato l’incarico con riluttanza. Sa, come chi non è impazzito, che tutto è perduto. È il comandante di una nave che sta affondando. Berlino è in agonia.

“Krukenberg, le ordino di raggiungere immediatamente Berlino e di presentarsi al Gruppenführer Fegelein alla Cancelleria”.

Ordine perentorio, secco, senza spiegazioni. All’alto ufficiale delle SS verrà ordinato di prendere le redini di quanto rimane della divisione SS-Freiwilligen-Panzergrenadier “Nordland”, nel settore di difesa del quartiere governativo.

“Troverà serie difficoltà a raggiungere la capitale. Le consiglio di prendersi una scorta”.

 Fine della comunicazione. Dunque non è ancora finita per lui e per i suoi uomini, ancora una battaglia deve essere combattuta. Il generale tira giù dalla branda il capitano Henri Fenet, studente di letteratura alla Sorbona, decorato con la Croix de Guerre durante l’invasione tedesca, dopo la prigionia sceglie di passare dalla parte del vecchio nemico e diventa ufficiale delle Waffen-SS. Ora comanda il SS-Bataillon 57, unità superstite della 33° divisione granatieri Charlemagne, composta da volontari francesi; una formazione eterogenea tenuta assieme da un’idea di fanatico antibolscevismo: intellettuali di destra, aristocratici reazionari, operai fascisti, sognatori di un Ordre nouveau o difensori antimoderni della Vieille France. L’Impero, Carlo Magno, l’Europa, l’Ovest.

Krukenberg indossa un lungo pastrano di pelle grigia e parla ai soldati superstiti, un migliaio. Insieme a loro, poche setttmane prima, è riuscito a raggiungere le linee tedesche, dopo immani sofferenze, tra boschi e neve, branchi di carri T-34, bombardamenti di artiglieria, corpo a corpo. Chiede volontari per accompagnarlo in quell’ultima missione, verso la morte pressoché certa. La stragrande maggioranza degli uomini si fa avanti: ne sceglie 90, il massimo che i pochi veicoli ancora a disposizione possono trasportare.
Stanno per mettersi in marcia, una Mercedes nera scoperta sfreccia in mezzo a loro. Riconoscono il Reichsführer Himmler, il grande assassino, Enrico l’Uccellatore reincarnato, il fedele Heinrich che si è appena incontrato con il conte svedese Bernadotte, per tentare una patetica trattativa di pace, per tradire, e per salvarsi la pelle. Himmler non degna d’uno sguardo le sue truppe, le sue truppe non lo salutano.
Il convoglio parte: direzione verso il centro dell’inferno. Incrociano altri reparti sbandati, è la Wehrmacht in rotta, sbeffeggiano quei pazzi:

“State andando dalla parte sbagliata, idioti!”

I mezzi affrontano strade secondarie in foreste di pini, mitragliati da un caccia russo, e il rombo dell’artiglieria s’avvicina. Fine della corsa: i ponti son distrutti, si va a piedi, per venti chilometri. Sono sfiniti, trascinano i piedi, trovano un rifugio in periferia, devono dormire un poco, mon Dieu! È un magazzino della Lufwaffe, i francesi frugano in cerca di cibo, trovano strane bottigliette con dentro una bibita al cacao. Le tracannano, scoprono che il cacao non è il solo ingrediente. Quella è una bevanda speciale per i piloti, bella carica di benzedrina, anfetamina della lunga veglia. Occhi molto vigili e sbarrati con pupilla dilatata, nessuno si corica più. Per non dormire. La guerra si fa ancora più allucinata.

Berlino centro, i rottami della metropoli del Reich Millenario. La Germania è in pezzi, invasa da maree umane, a ovest dagli anglo-americani, a est dai russi. Per i sovietici, non è solo una guerra d’occupazione, ma la resa dei conti con l’odiato nemico, una guerra di vendetta. La nazione è stuprata, centinaia di migliaia sono le donne che subiranno violenza dalle orde eccitate dalla vittoria prossima e dalla vodka. Il dolore è collettivo. Guai ai vinti, e alle loro mogli, madri, figlie. La città di Hitler arde, devastata, Ivan è nelle strade. E sottoterra, nella sala del trono del Führerbunker, il nazionalsocialismo sta per mettere in scena il suo funerale. È il Götterdämmerung, il Crepuscolo degli Dei. Sturm und Drang, la tempesta e l’impeto sono qua.
I francesi della Charlemagne si uniscono ai camerati della Norge. Apprendiamo dunque che gli estremi difensori del Terzo Reich non solo solo tedeschi. Norvegesi, svedesi, baltici, danesi, belgi, olandesi, russi bianchi, persino alcuni spagnoli già combattenti ad oriente nella divisione azzurra: babele di lingue, e popoli; l’intenazionalità degli ideali e di un’Europa diversa, loro sono neoghibellini, sono gli sconfitti, sono i leoni morti, e questa è la loro tragica avventura nera.
Nessuna bandiera bianca viene issata. Caos. I razzi katyusha illuminano le notti, fanno sentire lo strillo degli Urali. Gli obici sventrano, la terra cambia d’aspetto. I carri hanno sfondato, il maresciallo Zukov è in città. Disintegrazione.

Si combatte in molte zone, a Neukölln, a Kreuzberg, a Charlottenburg, nel parco Tiergarten, dove c’è lo zoo. Sotto la gigantesca torre contraerea, di cemento duro a crollare, avviene la triste mattanza di scimmie, di orsi, di uccelli esotici. Anche i babbuini possono commuovere: sulla loro isola, i cuccioli sono morti aggrappati al ventre delle loro madri.
Davanti alla gabbia di un gorilla morto, il giornalista e scrittore sovietico Vasilij Semënovič Grossman chiede al vecchio guardiano dello zoo:

“Era feroce?”
E il guardiano risponde:
“No, urlava soltanto, gli esseri umani sono molto più feroci.”

All’areoporto di Tempelhof si duella tra le fusoliere distrutte dei caccia Focke-Wulf. Nei quartieri residenziali le squadre d’assalto sovietiche devono procedere sparando, casa per casa. Ogni seminterrato, finestra, tetto, angolo, buco può nascondere una minaccia da respingere a cannonate. Le gallerie e le stazioni della metropolitana vengono occupate da frotte di militari, di civili e di feriti. I berlinesi si fanno topi, sottoterra c’è forse scampo, la corte del Führer dà l’esempio.
I ragazzi di Krukenberg e di Fenet sono abilissimi cacciatori di carri.
Armati di Panzefaust, efficace lanciagranate anticarro, ne mettono fuori combattimento a decine. Con otto carri russi distrutti, l’idraulico Eugèn Gégène Vanlot, sergente, detiene il record dello Sturmbattaillon. Lui ed altri ricevono le ultimissime croci di cavaliere rimaste. La cerimonia della decorazione avviene in un vagone del metrò, a lume di candela, e i francesi brindano con vino Bordeaux assieme a tedeschi, scandinavi, persino con un certo Protopopov, ufficiale della guardia dello Zar Nicola II, scacciato dalla sua vecchia patria, sconfitta dopo sconfitta. È l’amicizia dei dannati, dei vinti, stanno per morire e lo sanno, o sul campo o fucilati come traditori dei loro paesi d’origine; nessuna pietà per le loro vite, nessuna pietà per la loro anime nella Storia che li ha condannati come il Male Assoluto.

30 aprile 1945, di sotto, Hitler si uccide assieme a sua moglie e come bara ha scelto il fuoco. Di sopra, si continua a sparare, fuori e dentro i palazzi del potere in rovina. Sono feroci i combattimenti al comando della Gestapo sulla Prinz-Albrechtstrasse, al Ministero degli Interni “casa Himmler”, e al Reichstag, soprattutto. Stalin ordina che la bandiera rossa sventoli il primo di maggio sulla cupola dell’edificio. Le compagnie d’assalto sovietiche, all’attacco ad ondate, ci riescono solo il giorno dopo. Pagano un prezzo alto in quella mischia furibonda, perché dentro i difensori si sono asseragliati dietro barricate di calcinacci, sulle balaustre, nelle cantine, dietro le colonne di marmo rosicchiate dalle raffiche di mitra. Un’accozzaglia di divise vende cara la pelle, ci sono ragazzini della Hitlerjugende vecchi della Volkssturm, unità Waffen – SS e avanzi della Wehrmacht, della Kriegsmarine e della Luftwaffe. Perdono, certo, lo sappiamo, non può più andare diversamente. Fiamme, fumo, crolli, lampi di esplosioni, l’aria è irrespirabile, nelle strade la luce è rossa, pandemonio.

Al Ministero dell’Areonautica sulla Wilhelmstrasse un plotone di Waffen-SS rientra al riparo dopo una sortita fortunata a caccia di carri armati. Ridono folli, come se avessero vinto la guerra.
È il 2 di maggio, ora a Berlino c’è il silenzio. È finita. Dei francesi non rimane che un manipolo di 30 uomini, sporchi, stanchi, affamati. Alcuni finiscono contro un muro, altri ai lavori forzati come il loro comandante Gustav Krukenberg, catturato dai russi, e come Henri Fenet, ferito durante la battaglia.

“…La polvere degli edifici crollati rendeva l’aria irrespirabile, sentivamo le urla delle donne violentate. È stato atroce. Non c’era più niente. Non eravamo più niente. La vita non aveva più senso ma non pensavamo più alla vita, non più. Solo a combattere, continuare a combattere… Fino alla fine.”

Sono i leoni morti, i maledetti della Storia. Il Novecento è un’affascinante e tragica opera teatrale.
Un battaglione di fantasmi marcia nelle notte, e cantano sotto la luna. Intonano Le Chant du Diable. Il diavolo ride con loro.

Là où nous passons, tout s’écroule
Et le Diable y rit avec nous :
Ha, Ha, Ha, Ha, Ha, Ha, Ha !
La flamme reste pure
Et notre Parole s’appelle Fidélité !

Testo di riferimento: Antony Beevor Berlino 1945 – La Caduta, Rizzoli.