Una delle questioni più controverse nella seconda metà del secolo scorso è stata quella relativa all’esistenza di una cultura fascista. Dopo lungo dibattere, è prevalsa la tesi che durante il Ventennio in fondo esistette una cultura, che può definirsi fascista per l’adesione dei suoi esponenti ai valori del Fascismo e, spesso, anche alla loro pratica collaborazione con le istituzioni del Regime. Rimane insoluta – anche perché, in verità, mai affrontata seriamente – la “sottoquestione” se sia mai esistita una cultura dello squadrismo che, secondo la nota definizione defeliciana, fu il vero fascismo, identificabile quasi totalmente con il fascismo-movimento individuato sempre dallo studioso reatino. Il discorso si fa qui più ostico, per quel tanto di mitologico che accompagna il tema dello  squadrismo,epocale scatenamento di violenza inumana contro inermi secondo una tesi a lungo affermata, ed ormai radicata fino a tracimare nel linguaggio comune.

Una tipica foto di gruppo di una squadra d'azione

Una tipica foto di gruppo di una squadra d’azione

Su un piano precisamente storico questo non è esatto, e a dimostrarlo può bastare un dato normalmente sottaciuto, che dimostra come violenza senza dubbio vi fu, ma bilaterale, ed anzi fece più vittime tra i fascisti (il che rileva ancor di più in proporzione, se si considerano i numeri “di partenza”). Uno sguardo alla dolorosa statistica delle vittime: per i neroteschiati possono essere ritenute attendibili le cifre fornite, alla fine del 1923, dalle Autorità di PS al Governo, che indicano un totale di 433 caduti fra il 1919 e il 1923, mentre per i loro avversari, in assenza di un dato “ufficiale”, possono valere le cifre fornite da Salvemini, tratte dalla minuziosa verifica del Corriere della Sera: 109 morti tra giugno 1919 e settembre 1920 (di cui solo 22 “attribuibili” ai fascisti) e 406 da ottobre 1920 a ottobre 1922. Verificata questa triste ma necessaria contabilità, resta il problema posto all’inizio, e cioè se tra il 1919 e il 1922 vi fu solo manesca attività stradaiola o anche altro.

Prima pagina de "L'Assalto", foglio settimanale della Federazione Fascista di Bologna

Prima pagina de “L’Assalto”, foglio settimanale della Federazione Fascista di Bologna

La seconda opzione appare verificata dai fatti. I giornali squadristi, fioriti in gran numero, affrontarono e proposero soluzioni a molti problemi del tempo, dimostrando una verve politica innegabile: scelta monarchia-repubblica, nuovo ruolo dei giovani reduci, funzione dei sindacati. Oltre a questi problemi contingenti, i vari fogli di combattimento trattarono questioni di carattere più generale, quali l’attualità del socialismo ottocentesco e la condanna della borghesia, intesa come atteggiamento mentale che originava una classe sociale parassitaria. Sul versante della “cultura” vera e propria, intellettuali squadristi possono considerarsi – per quanto fatto nelle piazze e scritto su carta – Luigi Freddi, Mino Maccari e Piero Bolzon, Ottone Rosai e Mario Sironi, Mario Carli e Ferruccio Vecchi, Alessandro Pavolini e Giuseppe Bottai, con tanti altri “minori” oggi dimenticati. Nel manipolo possiamo comprendere anche Curzio Malaparte, Camillo Pellizzi e Giovanni Comisso, senza tralasciare Ardengo Soffici. creatore del “protosquadrista” Lemmonio Boero, e Filippo Tommaso Marinetti, al quale si deve forse la più memorabile  definizione di “squadrista”

È squadrista l’italiano che reputa non soltanto dovere ma piacere scendere in strada senza esitazione per fare a legnate a cazzotti o a revolverate per la difesa o l’esaltazione della Patria

Per tutti costoro, quello squadrista fu, comunque, un discorso oltre la politica, rivolto cioè ad individuare valori nuovi ai quali improntare i comportamenti, prima individuali e poi desiderato “stile” collettivo dell’intera Nazione. In questo senso, Marcello Gallian certamente fu sul piano narrativo il migliore interprete dello squadrismo fascista. Egli stesso, consapevole e fiero di questo, si definì, nel 1936, in una lettera a Mussolini “letterato squadrista, forse l’unico che possa vantarsi di tale qualifica”. Gran parte della sua sterminata produzione va letta, quindi, come testimonianza diretta di un’esperienza umana e politica che lo aveva segnato: troppo giovane (era del 1902) per partecipare alla guerra, non si perse l’avventura fiumana di D’Annunzio, e, a seguire, si distingue come squadrista a Roma e nella vicina Montelibretti. Se esemplari, restano, quindi, il suo Gente di squadra (appena rieditato da AGA Editrice) , Combatteva un uomo e Il soldato postumo (proposto anni fa da Marsilio), non va trascurato il suo Il Ventennale (in corso di ristampa per la stessa AGA editrice)  e i contributi dati al numero speciale di Antieuropa (dell’amico, squadrista anche lui, Asvero Gravelli) dedicato, nel 1939, proprio all’epopea della vigilia.

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Oltre alla difesa dello squadrismo e del mondo umano – anche marginale, ma capace di redimersi con l’azione spinta fino al supremo sacrificio – che nello squadrismo si riconobbe, due sono i temi ricorrenti dell’opera gallianiana: il mito di Mussolini “squadrista eterno”, che fa schermo alle molte delusioni del fascismo-Regime e l’antiborghesismo, che è, come detto, lotta ad un modo di vivere e pensare, ma anche ad una categoria economica gretta e meschina, schiava del denaro. Qui il discorso va anche più a fondo, alla riscoperta di un passato europeo nella cui scia la Rivoluzione fascista intende mettersi, per superare errori e incertezze. E quindi, se il Risorgimento è “incompiuto” nella accezione gentiliana, la Grande Rivoluzione appare tradita, da quelli stessi che la iniziarono, destinati ad imborghesirsi ben presto. Gallian è fin troppo drastico nel suo Colpo alla borghesia

Gli è che la folla stessa è composta, alla fine, di tanti luigi e di tante marie antoniette (in minuscolo nel testo, ndr): sono queste verità che molti temono di dire e di scrivere: il popolaccio di Parigi, tanto sanguinoso e terribile, possiede infine desideri molto borghesi, sogna conquiste di facile contentatura. E’ il tempo: ogni bottaio spera di diventare re, ogni lavandaia regina: principesse e duchi non sono che compromessi

Di contro, fedeli al loro ideale restano gli squadristi che credettero nel verbo mussoliniano: essi hanno spesso una natura perdente, sono “sconfitti della vita”, ma non accettano la resa. In Il soldato postumo, per esempio, Gustavo rifiuta sdegnoso le convenzioni e le ipocrisie del suo ambiente borghese e se ne va a vivere in miseria, Giovanni il villano, fa dell’azione una ragione di vita, Enzo preferisce fare il medico dei poveri piuttosto che esercitare nei quartieri di lusso, Can Armodio è smanioso di dissipare con i camerati un’eredità imprevista che lo renderebbe schiavo del danaro, Lieto Maltoglio rivendica il suo ruolo di “impiegato ammutinato”, e così tutti gli altri. Conoscono e affrontano il rischio di rimanere emarginati, ma restano fedeli ad uno stile di vita che Gallian, ne Il Ventennale, così sintetizzava:

Se c’è uno squadrista giovane che non abbia bastonato un borghese in quanto tale, si faccia avanti, si mostri per intero

Nessuno sia, però, tratto in inganno da questi cenni o da certe qualifiche attribuite al nostro. La fama recente di Gallian è dovuta al noto libro di Paolo Buchignani: Marcello Gallian, la battaglia antiborghese di un fascista anarchico, titolo sicuramente di grande presa, ma fuorviante: Gallian bordeggiò l’anarchia, come molti fascisti, ma gli fece argine contro ogni straripamento la saldezza dell’idea, il legame indissolubile con l’esperienza squadrista, la battaglia alla borghesia, e la fede in Mussolini. Più esatto il titolo che lo stesso autore, evidentemente dopo un meditato ripensamento, diede alla sua relazione al Convegno di Padova, venticinque anni dopo: Il fascismo rivoluzionario di Marcello Gallian.

Gallian, fascista rivoluzionario, spesso ostracizzato da burocrati e intellettuali “allineati” nonostante la personale stima di Mussolini, doveva dunque inevitabilmente finire ai margini nell’Italia democratica del dopoguerra, costretto a fare il venditore ambulante di sigarette sul piazzale della Stazione Termini. Quasi prefigurando la propria fine, egli aveva immaginato in Gente di squadra che il personaggio principale, Giovanni Traluca, squadrista insoddisfatto e non pentito, venisse infine trasformato dal Fato amaro in guardiano ai gabinetti pubblici, umiliato a chiedere a clienti distratti:

«Vuole un foglio igienico, signore ?»

Nel romanzo Giovanni ne uscirà, e, con i soldi della mance, andrà incontro ad una nuova avventura, quella guerra di Spagna, vista – come prima l’Impero e poi la Guerra Mondiale – quale prosecuzione della Rivoluzione. A Gallian questo fu negato: finirà i suoi giorni in miseria e ignorato da tutti, ma con negli occhi, sempre, l’immagine di quel rombante e scassato 18BL che aveva trasformato la sua giovinezza in avventura.