«Le elezioni del 1996 non sono state vinte da Boris Eltsin».

Nihil novi sub sole, qualcuno aggiungerebbe. Infatti, quest’affermazione non desterebbe molto scalpore se a pronunciarla non fosse stato nel 2012 Dmitrij Medvedev, l’allora presidente della Federazione Russa. Una dichiarazione che confermava quanto si vociferava sin dalla rielezione del primo presidente della Russia post-sovietica. Quelle controverse elezioni portano Boris Eltsin alla presidenza con un 53,8% di voti al secondo turno, contro il 40,3% del candidato del Partito Comunista: Gennadij Zjuganov. Una vittoria che suona tutt’oggi alle orecchie della storia come l’epilogo trionfante di un golpe borghese, mirato a destrutturare i residui delle strutture socialiste e ad assopire definitivamente il sogno di un ritorno di un esecutivo comunista. Già dai primi giorni di presidenza, Eltsin mise in chiaro le proprie intenzioni, bandendo lo storico PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica), riammesso con una sentenza della Corte Costituzionale nel 1992. Dalle ceneri del partito di Lenin, Zjuganov fondò il PCFR (Partito Comunista della Federazione Russa) che continua a rappresentare a distanza di anni un crocevia tra passato e futuro, esponendo un programma politico dal respiro tutt’altro che nostalgico. Nato dallo sfaldamento delle forze comuniste nel 1991, il PCFR è riuscito a riunire sotto la propria egida numerosi partiti destinati all’oblio, confermandosi nelle elezioni nel 1996 come principale forza di opposizione a Boris Eltsin, organizzando un cartello politico eterogeneo composto da comunisti, socialisti e nazionalisti, denominato Blocco Popolare Patriottico.

La linea politica del Partito potrebbe essere intesa come un continuum ideologico del “Socialismo in una sola Nazione” teorizzato da Stalin, in cui però viene abbandonata la concezione anti-religiosa, in favore di una reciproca collaborazione con la Chiesa Ortodossa Russa, vedendo in quest’ultima un importantissimo ruolo sociale per garantire la pace tra gli uomini.
Il pensiero geopolitico zjuganoviano può essere concepito come un sincretismo tra la lettura delle relazioni internazionali del tardo stalinismo e la scuola neo-eurasiatista di Aleksandr Dugin, con cui collaborò per la stesura del suo volume Deržava, conosciuto in Italia come Stato e Potenza, imprimendo in esso una forte connotazione eurasiatista.
Una visione che lo stesso Dugin riassumerebbe con una frase de L’Idiota di Dostoevskij: «Chi ha rinunciato alla sua terra, ha rinunciato al suo Dio», rappresentativa di quanto Dio e la Terra siano l’essenza del pensiero eurasiatista. Il PCFR sostiene la ricreazione di un’Unione Sovietica, intesa come uno spazio geopolitico capace di proporre una visione alternativa al liberismo e al decadimento dei valori occidentali. Un’idea che converge, a detta dello stesso Zjuganov, con il programma firmato nel Maggio 2014 dell’Unione Economica Eurasiatica, basato sulla proposta dell’ex presidente kazako Nursultan Nazarbaev.

Nel “mondo libero”, il messaggio di Zjuganov si intrecciò nelle trame della Juene Europe, movimento europeista fondato da Jean Thiriart, il quale idealizzava “un impero euro-sovietico da Vladivostok a Dublino”. La liaison tra i due movimenti si ripercosse anche in Italia, sulla rivista Orion, periodico assai florido sul fronte delle nuove sintesi politiche, che venne definito dallo stesso leader comunista come «il solo rappresentate politico dell’opposizione russa unificata in Italia». Una sinergia che venne respinta da molti come una “degenerazione rossobruna”, per usare un termine caro a Eltsin, ma che in realtà era figlia di quell’ “anima eurasiatica” che ha accompagnato l’intera esistenza dell’URSS. Infatti Dugin, riprendendo le tesi dei padri dell’eurasiatismo, analizza nella realtà sovietica uno spirito duplice, a tratti conflittuale: da un lato, in apparenza, il discorso ufficiale marxista e materialista; dall’altro uno spirito insito nel profondo delle masse che reinterpretavano i dogmi ufficiali nell’ottica inconscia dello spirito nazionale russo.  Uno spirito, che nel 1942, Stalin non esitò ad esaltare per mobilitare il popolo russo alla Grande Guerra Patriottica (1941-1945). L’esperienza russa dimostra quanto le parole di José Ortega y Gasset, filosofo molto caro a Thiriart, siano oggi più che mai attuali: «essere di sinistra o di destra, è scegliere uno degli innumerevoli modi che si offrono agli uomini d’essere imbecille; tutt’e due i modi di definirsi sono forme di emiplagie morali».