20 febbraio 1909: un gruppo di giovanissimi artisti e intellettuali italiani, capitanati dall’eclettico Filippo Tommaso Marinetti, pubblica sulla prima pagina di Le Figaro, a Parigi e in francese, un pezzo destinato a destare scalpore: il Manifesto iniziale del Futurismo. Già circolato (seppur in forma ridotta) su diversi giornali nel Belpaese, il documento ha però bisogno di sfruttare appieno la prestigiosa livrea del più famoso quotidiano di Francia e della ormai eletta capitale culturale d’Europa. Dalla cima del mondo la sfida è stata lanciata, non si torna più indietro: nasce ufficialmente il futurismo, prima delle avanguardie storiche, e le sentinelle avanzate di fronte all’esercito delle stelle nemiche inviano il loro perentorio proclama al resto delle truppe: il mondo è cambiato, da oggi nulla sarà più come prima.

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini

Russolo, Carrà, Marinetti, Boccioni e Severini

Declamatorio e altisonante, immaginifico ed evocativo, provocatorio e persino violento, il Manifesto è un pugno nello stomaco, uno schiaffo in pieno viso, una doccia gelata che coglie nel segno e catalizza rapidamente l’attenzione del mondo intero. Diviso in tre parti, una sorta di prologo eroico, un piano programmatico centrale ed un epilogo messianico, questo saggio di retorica marinettiana, punto di inizio e non di arrivo, è il primo di una lunga serie di manifesti che animerà il decennio a ridosso degli anni Venti. Undici punti bastano al futurismo per esplicitare la sua essenza, determinare i suoi obiettivi, additare i nemici e proclamare una rivoluzione globale.

Gli allegri incendiarii dalle dita carbonizzate attingono a piene mani dal vitalismo di inizio secolo: con coraggio e audacia canteranno l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità, il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno, la guerra sola igiene del mondo e il “gesto distruttore dei libertari, perché l’arte non può essere che violenza, crudeltà e ingiustizia. La comprensione di tutta questa compiaciuta esaltazione di valori (e disvalori), spesso condensati in suggestive sequele di immagini, non può prescindere dal contesto storico e culturale in cui il movimento nasce e si evolve.

La rissa - Fortunato Depero (1926)

La rissa – Fortunato Depero (1926)

La crisi espressiva di inizio secolo è il segno evidente di quanto le arti e la letteratura non abbiano saputo cogliere, se non parzialmente, le sopraggiunte trasformazioni, interpretare le nuove idee, farsi carico delle istanze di rinnovamento. Proposte alternative e sperimentalismi vari avevano avuto a disposizione un orizzonte assai ristretto entro cui muoversi perché delimitato dai confini di una tradizione ingombrante e ancora ossequiata, soprattutto in Italia, ma ormai lontana da un mondo e da una sensibilità fortemente mutati. La cultura appare, dunque, tutta volta al passato, immobile su posizioni da preservare, ridotta a semplice reiterazione, priva di autenticità, non più in grado di comunicare con un pubblico divenutole estraneo; per spezzare le catene, per segnare un punto di rottura insanabile, c’è bisogno di un radicale gesto distruttore che agli occhi dei più apparirà violento, crudele e forse persino ingiusto, ma che con la sua forza smuoverà le coscienze e garantirà finalmente il diritto a esprimersi senza compromessi.

Alla chiamata alle armi rispondono in tanti: intellettuali e poeti, pittori e scultori, musicisti e letterati, tutti aderiscono con convinzione alla causa libertaria. Noi abbiamo l’estasi del moderno e il delirio innovatore della nostra epoca, afferma Boccioni; Il futurismo non poteva nascere che in Italia, paese volto al passato nel modo più assoluto ed esclusivo e dove è d’attualità solo il passato, gli farà eco Palazzeschi. Ma il Manifesto continua e oscilla poi costantemente tra due poli opposti, una pars destruens ed una pars costruens funzionali l’una all’altra. Per poter attuare il rinnovamento bisogna dare un taglio netto al passato, e di conseguenza distruggere i luoghi in cui se ne perpetua il culto: musei, biblioteche e accademie, cimiteri di sforzi vani, calvarii di sogni crocifissi, registri di slanci troncati.

Visioni simultanee - Umberto Boccioni

Visioni simultanee – Umberto Boccioni

Che si tratti di una provocazione è evidente, ma serve a rendere il messaggio più chiaro che mai: basta con la tradizione, è solo sulle macerie che si può costruire, e se siamo ormai in un’epoca nuova, la modernità, la sua dimensione sta nell’assoluto e nel simultaneo, figli dell’eterna velocità onnipresente. Il futurismo canterà allora le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa, le maree multicolori e polifoniche delle rivoluzioni, il fervore degli arsenali e dei cantieri, le stazioni ingorde, i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi e, soprattutto, gli ultimi affascinanti ritrovati della tecnica, belve sbuffanti che inseguono e addomesticano la Morte come le automobili, piroscafi avventurosi, locomotive dall’ampio petto, aeroplani dal volo scivolante.

Il culto della modernità è pressoché totale e la sua estetica passa attraverso l’esaltazione della società industriale, della metropoli sconfinata e multiforme con le folle e i rumori che l’animano, della velocità, del dinamismo e dell’automatizzazione. Per trattare questi temi, esplicitati a grandi linee sin dall’atto costitutivo, si adotteranno tecniche particolari: saranno oggetto di specifici manifesti, tra i più noti quello dei pittori futuristi a firma Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini e Distruzione della sintassi Immaginazione senza fili Parole in libertà di Marinetti.
Quel che non può passare inosservato, però, è la pervasività del primo movimento di avanguardia provvisto di un’ideologia globale, ha scritto Luciano De Maria, di una rivoluzione che vuole abbracciare tutti i campi dell’esperienza umana. Solo non trascurando questo aspetto si chiarisce il senso di progetti che altrimenti risulterebbero astrusi quali la cucina futurista, la musica degli “intonarumori”, il “teatro sintetico”, la “radia” e via dicendo.

CUCINA FUTURISTA POPOLO DI ROMA

Ma eccoci giunti di fronte a un nodo cruciale: la vocazione politica del movimento, tradotta dapprima nella fondazione del Partito Futurista Italiano (1918), poi nell’avvicinamento e nella connivenza con il fascismo, fonte di imbarazzi e di una damnatio memoriae durata almeno fino ai primi anni Sessanta. Sul fatto che tra i due movimenti vi sia stata una parziale comunanza di ideali, a partire da un nazionalismo marcato e da un certo tipo di patriottismo interventista, non c’è dubbio, eppure sarebbe ingiusto e riduttivo pervenire ad una completa sovrapposizione: il rapporto, in verità, è molto più complesso e conflittuale. Numerosi studi dimostrano quanto il substrato culturale da cui nasce il futurismo sia ampio e diversificato includendo autori come Hegel, Nietzsche, Sorel e Bergson. Anche alcune idee, seppur simili, non per questo provengono dalla stessa matrice: si pensi alla comune misoginia, ma notando che la marinettiana, in cui la donna è ridotta a simbolo del sentimentalismo borghese, non è probabilmente scevra dalla lezione decadente (la donna “vampiro” ed eterna “nemica” che sottrae fatalmente energie vitali all’uomo di spirito).

Senza contare che un po’ ovunque i regimi totalitari hanno sempre cercato, con le buone o con le cattive, di ottenere il sostegno degli intellettuali per farne strumento di propaganda e in quest’operazione sono rientrate a maggior ragione le avanguardie storiche col loro messaggio dirompente e sovversivo da controllare e stemperare. È per questa strada che ritroviamo due emblemi del futurismo a militare sui fronti opposti della barricata: Marinetti accademico d’Italia (proprio lui!) e Majakovskij cantore della Rivoluzione in Russia: entrambi, al di là delle personali convinzioni, “disinnescati” e sottomessi alla ragion di stato. Consci che non bastano poche righe a dirimere una questione così complessa, ci basti almeno averne sottolineata l’ambiguità e, per aggiungere benzina al fuoco, si può inoltre osservare con Gramsci che

I futuristi hanno svolto questo compito nella cultura borghese: hanno distrutto, distrutto, distrutto; hanno avuto la concezione nettamente rivoluzionaria, assolutamente marxista, quando i socialisti non si occupavano neppure lontanamente di simile questione.

Missione Aerea - Tullio Crali (1935)

Missione Aerea – Tullio Crali (1935)

Tirando le somme, il futurismo può piacere o non piacere, com’è giusto che sia, ma ha avuto il grande merito di stravolgere la cultura primo novecentesca con la forza di uno shock, di aprire una ferita profonda, di infrangere le barriere imposte dal passato inaugurando una nuova era, aprendo la strada alla stagione delle avanguardie, offrendo a molti l’occasione di dare libero sfogo alla propria ricerca espressiva. Di questo dovremo sempre essergliene grati.