Genova 1257, Venezia 1262, Firenze 1343, Pisa 1348. La problematica del debito pubblico, sconosciuta ai classici, ha origini italiane, rimandando agli anni sopraelencati ed ai contesti delle città comunali, entro le cui mura, con buone ragioni, una forte corrente storiografica si è affaccendata nel ricercare le origini della modernità. Il debito si rivela pertanto una questione di vecchia data, sebbene solamente per alcune città maggiori e quasi ad irridere problematiche contemporanee, legato ai caratteri oligarchici delle loro repubbliche. Tuttavia, al fine di collocare la questione nella realtà storica sua propria, occorre abbandonare il paragone con i tempi recenti e recuperare una terminologia consona: parleremo quindi di monti comuni anziché di debiti pubblici, riferendo, in sintesi, del caso di Firenze che, lentamente, riuscì ad imporre il proprio dominio (nonché il proprio debito) sopra gran parte della Toscana.

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Tra Due e Trecento, in quella che viene spesso definita l’Età di Dante, le fortune economiche di Firenze toccarono l’apice. Allora, il bilancio fisso del Comune risultava estremamente ridotto se paragonato alle fortune private. La spesa pubblica moltiplicava e diventava consistente soltanto in occasione delle guerre che potevano mettere il Comune nella necessità di ottenere, in breve tempo, grandi quantità di denaro. Rifiutato il principio della tassazione diretta, invisa ai fiorentini ed associata alle brevi esperienze signorili di Carlo di Calabria e del Duca D’Atene, per far fronte alle esigenze si ricorreva soprattutto alle prestanze obbligatorie. Quando i governanti indicevano una prestanza obbligatoria, stabilivano innanzi tutto la somma da richiedere, quindi essa veniva suddivisa tra le differenti circoscrizioni cittadine fino a raggiungere il livello del singolo nucleo familiare, sulla base di estimi della capacità contributiva, approntati da apposite ed assai criticate, commissioni. La frequenza di questi contributi risultava purtroppo imprevedibile poiché determinata dalle fortune militari. I cittadini fiorentini, tuttavia, godevano del privilegio di non pagare a perdere, poiché il Comune si impegnava a restituire interamente la prestanza e corrispondere interessi fino al 15%.

Dal Trecento, il sistema delle prestanze si collegò al fenomeno della costituzione degli stati territoriali. Le maggiori città italiane percepirono la necessità di assoggettare politicamente crescenti porzioni di territorio, a spese di signori rurali e centri minori, spesso scontrandosi tra loro. Le guerre crebbero di scala, numero ed intensità, mentre la tecnica militare richiedeva l’impiego sempre più massiccio di compagnie mercenarie; ne conseguì un’esplosione della spesa che costrinse a richiedere prestanze sempre più frequenti. Per Firenze una svolta decisiva fu rappresentata dalla guerra contro Mastino della Scala, signore di Verona, pagata assai cara e risoltasi male, lasciò in eredità un debito di 450.000 fiorini. Negli anni successivi l’oligarchia che dirigeva il Comune si rese conto dell’impossibilità di rimborsare quanto promesso (principalmente a se stessa) ed adottò la soluzione del consolidamento del Monte Comune, convenzionalmente rimandato al 1345. In sostituzione del rimborso promesso, i creditori furono compensati da un valore equivalente in titoli di credito che perpetui ed alienabili, garantivano un interesse del 5% annuo, indipendentemente dal tasso più alto promesso al momento delle prestanze. Il valore reale di questi titoli oscillò all’incirca tra un terzo ed un quarto di quello nominale.

Statua equestre di Mastino II

Statua equestre di Mastino II

Tale consolidamento, in realtà, fu studiato quale rimedio provvisorio, in attesa che il Comune potesse redimere il suo debito; ciò, tuttavia, non si verificò mai ed il Monte Comune perdurò per quasi due secoli, tanto quanto la Repubblica Fiorentina. Infatti negli anni successivi, in forza del suo legame con le guerre, l’indebitamento crebbe ed i territori che Firenze sottomise furono sottoposti ad un regime di tassazione diretta a perdere, utile a coprire la spesa per gli interessi del Monte Comune. Non sorprende dunque come il valore reale dei titoli si legasse alle fortune militari, deprimendosi in relazione alle sconfitte e rafforzandosi quando una vittoria prometteva di tassare nuovi territori; probabilmente tale rapporto contribuì anche ad incentivare una politica aggressiva. Tuttavia, sottomessi i centri più deboli, gli scontri tra le città maggiori si fecero più frequenti, distruttivi e costosi, quanto avari di benefici territoriali.

Al tempo della guerra contro Pisa del 1362-1364, poiché i prestiti forzosi suscitavano un sempre maggior malcontento, Firenze promise interessi più alti, istituendo i monti dell’uno a due e dell’uno a tre, che corrispondevano interessi pari al doppio (10%) e al triplo (15%) della somma versata. I nuovi tassi si rivelarono però troppo alti, soprattutto in seguito alla guerra degli Otto Santi (1375-1378) contro lo Stato della Chiesa: il problema del debito divenne pressante. Una soluzione radicale fu proposta dal governo, aperto ad una maggiore partecipazione degli strati sociali più bassi, instaurato a seguito del Tumulto dei Ciompi: attuazione di un piano dodecennale per la restituzione dell’intero debito pregresso e sostituzione del sistema delle prestanze con un regime progressivo di tassazione diretta. A seguito della sconfitta dei ciompi, l’aristocrazia tradizionale, tornata al vertice del Comune, pur non rassegnandosi alla tassazione diretta, dovette raccogliere tutto il debito sotto un unico monte e ridurre gli interessi al 5%.

Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze durante la guerra degli Otto Santi

Coluccio Salutati, cancelliere di Firenze durante la guerra degli Otto Santi

Ripercorso lo sviluppo storico fino a questo punto, pare opportuno impedire che l’incremento monotono del Monte assorba la nostra attenzione anche per tutto il secolo successivo, valendo la pena di soffermarsi a riflettere riguardo i rapporti tra il Monte e le dinamiche sociali di Firenze. Al fine di aiutare i cittadini in difficoltà con le prestanze fu permessa una forma di pagamento a perdere che offriva uno sconto in cambio della rinuncia ai titoli, nonché la surrogazione che permetteva ai più poveri di pagare qualcuno più facoltoso perché facesse fronte all’intera prestanza in vece loro, acquisendo però anche i titoli. In questo modo, non sorprende che la massa dei titoli, sebbene lentamente, si sia concentrata tra le mani dell’oligarchia che governava il Comune. Il fortissimo attaccamento della classe dirigente agli ideali della repubblica o florentina libertas fu motivato anche dall’investimento nel Monte che favorì la coesione interna financo nei momenti più difficili delle guerre contro Milano; quando fu necessario sopperire a prestanze ingentissime, al fine di salvare lo stato.

In definitiva, il Monte Comune divenne, assai presto, un meccanismo speculativo, controllato dall’oligarchia che deteneva sia il potere sia i titoli. Nel lunghissimo periodo ciò contribuì a deprimere l’economia fiorentina. La sicurezza e gli interessi offerti dal Monte si rivelarono troppo competitivi rispetto agli investimenti nella terra e nella mercatura, favorendo un lento e complesso declino economico dall’apogeo alla stagnazione del Seicento. Inutilmente il celebre cronista Giovanni Villani aveva ammonito i concittadini:

O signori fiorentini, come è mala provedenza acrescere, l’entrata del Comune della sustanza e povertà de cittadini colle sforzate gabelle per fornire le folli imprese! Or non sapete voi che come è grande il mare è grande la tempesta, e come cresce l’entrata è apparecchiata la mala spesa? Temperate, carissimi, i disordinati disideri e piacerete a Dio, e non graverete il popolo innocente.

Sorda ai richiami del Villani, naturalmente, Fiorenza sì grande di dantesca memoria, scelse le folli imprese.