Un ruolo di primo piano per quanto riguarda il declino dell’istituzione comunale è occupato sicuramente dallo stato di guerra permanente sia all’interno delle mura cittadine sia all’esterno nel difficoltoso controllo del contado e nei contrastanti rapporti con le città-stato limitrofe. Tale condizione determinava solitamente un aumento della pressione fiscale che andava a sommarsi ad una situazione economica generale, con le dovute eccezioni, spesso non proprio fiorente. Un esempio per il caso fiorentino è la disastrosa situazione economica dopo le guerre combattute tra il 1392 e il 1414 per arginare i ripetuti attacchi da parte di Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano dal 1395, e di Ladislao I d’Angiò – Durazzo, entrambi protagonisti di aggressive politiche espansionistiche ai danni degli stati del centro Italia. Gli effetti di queste recessioni si riverberavano poi con significativi mutamenti anche sulla composizione sociale della vita pubblica cittadina. Nel primo trentennio del XV secolo a Firenze buona parte delle grandi fortune proveniva dai profitti dell’attività bancaria e di cambio, visto che altre forme di attività imprenditoriale – commercio internazionale, manifattura della stoffa, investimenti in beni immobili – erano meno redditizie. Una trasformazione che nel primo Quattrocento interessò il ceto medio; il cui declino causò importanti ripercussioni politiche ovvero l’aumento dei poveri appartenenti a famiglie rispettabili e che di conseguenza diventavano ineleggibili alle cariche.

Stemmi posti sulla facciata di Palazzo Vecchio a Firenze che riassumono la storia politica fiorentina: dalle chiavi rappresentanti la fedeltà al papato, i gigli oro su sfondo azzurro dei D'Angiò, la croce rossa in campo bianco della Repubblica ai gigli rossi di parte guelfa e quelli bianchi ghibellini.

Stemmi posti sulla facciata di Palazzo Vecchio a Firenze che riassumono la storia politica fiorentina: dalle chiavi rappresentanti la fedeltà al papato, i gigli oro su sfondo azzurro dei D’Angiò, la croce rossa in campo bianco della Repubblica ai gigli rossi di parte guelfa e quelli bianchi ghibellini.

Oltre a ulteriori fattori specifici che potevano interessare determinate città, ad esempio una crisi commerciale particolarmente grave o anche una diffusione rapida di un’epidemia violenta, è da sottolineare l’importanza dei contrasti interni. Questi ultimi potevano nascere dalle rivendicazioni e dalle motivazioni più variegate. Infatti, per esempio, gli schieramenti venutisi a creare per cause politiche “universali” come quelli dei guelfi e dei ghibellini, si univano a quelli presenti tra le famiglie più influenti all’interno di un contesto cittadino e contemporaneamente andavano a sommarsi alle lotte sociali delle fazioni popolari costituite da artigiani e ceti meno abbienti. Machiavelli, facendo riferimento al popolo fiorentino, riassume:

le gravi e naturali inimicizie che sono intra gli uomini popolari e i nobili, causate da il volere questi comandare e quelli non ubbidire, sono cagione di tutti i mali che nascano nelle città; perché da questa diversità di umori tutte le altre cose che perturbano le republiche prendano il nutrimento loro.

riducendo però il tutto ad una visione totalmente dualistica e quasi ideale valida per tutti i regimi repubblicani senza tenere troppo in considerazione il variegato mondo politico della propria città.

In molti comuni infatti la parte popolare aveva acquistato una certa rilevanza, unitamente a quella delle cosiddette Arti minori, nei confronti della parte nobiliare dando vita alla nuova figura politica del capitano del Popolo, il quale rimaneva in carica per un periodo limitato (sei mesi o un anno) ed affiancava il podestà nella gestione del potere. Queste lotte intestine, oltre ad accelerare la decadenza del comune, provocano di pari passo un’aristocratizzazione della società, ovvero un processo totalmente inverso a quello cui si è appena fatto riferimento. Ancora una volta si può prendere come esempio la res publica fiorentina, partendo dal caso limite del Tumulto dei Ciompi scoppiato a Firenze nel 1378.  Operai salariati, scardassatori e braccianti non chiaramente qualificati che volevano potere tumultuare ogni dì la città per esigere un’adeguata rappresentanza attraverso tre nuove arti: Ciompi, Farsettai e Tintori. Una delle fonti cui attingere per analizzare tale evento sono sicuramente le Storie fiorentine di Francesco Guicciardini.

Statua di Francesco Guicciardini nel portico della Galleria degli Uffizi.

Statua di Francesco Guicciardini nel portico della Galleria degli Uffizi.

Il suo breve resoconto all’interno delle Storie riesce a mostrare il clima di estremo caos di quel determinato periodo conseguente il sollevamento. Infatti scorrendo tra le righe è possibile vedere come il termine “tumulto” ricorra con una certa frequenza così come sono riportate diverse condanne all’esilio e pene di morte. La descrizione dataci da Guicciardini necessita comunque di essere filtrata ed interpretata poiché, appartenendo egli stesso a una famiglia di antica tradizione e tra le più illustri della città, tende ad avere una visione degli eventi abbastanza di parte.

Il governo riposto più tosto in uomini plebei e nella moltitudine che in nobili è sinonimo di una inevitabile ruina della città; inoltre con questo favore popolare feciono in quel tempo molte cose brutte. Uno degli effetti principali consisteva in una “militarizzazione” della società sotto forma di bande armate. Un disordine portatore di instabilità politica tanto che artigiani armati condotti dai beccai sconfissero i Ciompi, organizzati di recente in una loro arte, e rovesciarono la repubblica popolare che aveva governato Firenze per sei settimane. Il regime istituito dopo la rivoluzione dei Ciompi fu esso stesso rovesciato tre anni dopo, quando i fabbricanti di stoffa sconfissero contingenti delle arti minori guidati, ancora una volta, dai beccai.

Copia della statua di San Pietro (1412) posta all'esterno della chiesa di Orsanmichele attribuita a Filippo Brunelleschi e commissionata dall'arte dei Beccai ovvero dei macellai.

Copia della statua di San Pietro (1412) posta all’esterno della chiesa di Orsanmichele attribuita a Filippo Brunelleschi e commissionata dall’arte dei Beccai ovvero dei macellai.

Il ritorno alla normalità e quindi a un governo di stampo oligarchico, avvenne invece progressivamente e l’assestamento di tale assetto nei confronti della parte popolare fu un dato di fatto.  Questo nuovo quadro politico fu possibile anche per una trasformazione della faziosità a cui si è precedentemente accennato. Se il discrimine tra guelfo e ghibellino, che era spento, e che era bene non fusse mai stato in questa republica trovò nuova linfa, se la perdurante presenza di accese rivalità tra famiglie come quella de’ Buondelmonti e Uberti e di poi de’ Donati e de’ Cerchi fino intra la famiglia degli Albizzi e quella de’ Ricci la “rinascita delle fazioni”, come la definisce Brucker, passa ora anche attraverso la formazione di confraternite e società segrete che ruotano attorno a dei “leader”. Il dibattito politico, pur mantenendo una sua inevitabile importanza, viene affiancato dagli interessi all’esterno del palazzo, estendendo la loro cerchia di amici ed alleati e rafforzando quei legami personali che legavano tra di loro i fiorentini. Contemporaneamente all’accentuazione del processo di polarizzazione del potere intorno a queste personalità, si consolida a tal punto una élite aristocratica che lo stesso Rinaldo degli Albizzi ammise pubblicamente che preferiva associarsi a cittadini di condizione elevata e di vecchio lignaggio e, implicitamente, sostenne che costoro meritavano le cariche più degli individui di condizione inferiore.

I consigli legislativi, rappresentativi delle Arti, oramai non avevano più l’influenza politica che avevano avuto nella dialettica tra parte popolare ed élite oligarchica. Un consolidamento che, pur tra contrasti rilevanti (ad esempio l’esilio di Cosimo e la prima cacciata dei Medici da Firenze), culminerà con la formazione de facto di una Signoria favorevole ai Medici nel 1434. Giovanni di Bicci de’ Medici e soprattutto suo figlio Cosimo, riuscirono a trasformare la prassi politica fiorentina attraverso una riforma complessiva del governo, resa possibile anche dal ricorso alla balìa ovvero ad un’assemblea ristretta di cittadini con poteri straordinari e che solitamente veniva convocata soltanto in casi di emergenza. In questa maniera, secondo Guicciardini, per sicurtà dello stato cacciò di Firenze in grandissimo numero tutti gli avversari sua, che furono molte famiglie nobilissime e ricchissime, ed in luogo di quelle cominciò a tirare su di molti uomini bassi e di vile condizione. Il cambiamento radicale avverrà però progressivamente attraverso l’esautoramento delle cariche politiche e mediante provvedimenti incostituzionali secondo gli statuti fiorentini.

Affresco della Sala dei Gigli appartenente al ciclo dell'Apoteosi di San Zenobi e ciclo di uomini illustri (1482- 1484) ad opera di Domenico Ghirlandaio. Manifesto della politica medicea: a destra è rappresentato Marco Furio Camillo, dictator romano e Pater Patriae, mentre a sinistra vi è Bruto, difensore della Repubblica romana, con il pugnale sanguinante.

Affresco della Sala dei Gigli appartenente al ciclo dell’Apoteosi di San Zanobi e ciclo di uomini illustri (1482- 1484) ad opera di Domenico Ghirlandaio. Manifesto della politica medicea: a destra è rappresentato Marco Furio Camillo, dictator romano e Pater Patriae, mentre a sinistra vi è Bruto, difensore della Repubblica romana, con il pugnale sanguinante.

Questo carattere di provvisorietà e di lenta trasformazione è testimoniato sia dalle proroghe (che poi muteranno in vere e proprie modifiche) circa la durata del mandato delle diverse cariche, sia dal continuo ritorno a modalità di elezione preesistenti o dal ricorso, appunto, a nuove forme. Infatti, come afferma Guicciardini, e’ signori quasi sempre a suo tempo non si trassono a sorte, ma si eleggevano dagli accoppiatori a modo suo: non si procedeva più a sorte (o meglio per tratta) ma per scelta diretta degli accoppiatori che erano di parte. In definitiva è proprio questo il risultato di ciò che P. Jones definisce come “riscossa aristocratica” cioè la formazione di una sola classe dominante, detentrice esclusiva del potere nei regimi repubblicani, associata al principe nelle signorie; di cui appunto una delle prerogative principali per la propria affermazione fu il propagarsi degli odi di parte e delle lotte di fazione al di fuori della nobiltà. Infatti gli ordinamenti comunali non avevano saputo risolvere o quantomeno arginare questi contrasti faziosi fra le componenti sociali cittadine, mentre il successo dei regimi autoritari nati da questo scacco sta per buona parte nella loro capacità di eliminare le lotte di fazione, seppur tentando ripetutamente di minare alle basi la parte popolare sfinita da questo continuo confronto e scontro. E sullo scenario socio-politico proprio secondo Chabod:

[…] i Signori erano apparsi tosto come i salvatori della borghesia cittadina, la quale, costretta a rinunziare alla sua piena padronanza, per la incalzante pressione delle classi minori, per la necessità di trovare rimedio alla guerra civile e al dissesto finanziario, per il bisogno di assicurare la vita e la proprietà, minacciata, quest’ultima, in particolar modo nel contado[…]; forzata dunque a chieder l’intervento definitivo nella vita pubblica di uomini […] infine aveva tuttavia cercato di salvare quanto più le era stato possibile della sua pristina autorità.

Diverse tra l’altro risultano essere le risposte a questa necessità. Se da una parte ci sono famiglie del popolo grasso che si identificano, – per la loro ricchezza, il loro stile di vita e spesso, ma non sempre, per la loro scelta politica – con le famiglie più antiche dell’aristocrazia consolare e della nobiltà feudale, dall’altra rimane persistente quell’attaccamento caratteristico alle vecchie istituzioni municipali e il malumore, a volte crescente sino a provocare l’opposizione, verso il dittatore che si permetteva di comprimere la libertà cittadina. Tra questi aperti dissensi all’affermazione signorile può essere annoverata, ad esempio, la congiura di Diotisalvi Neroni, il quale aiutò Cosimo de’ Medici a rientrare a Firenze dopo la condanna all’esilio a Venezia e di cui fu consigliere, ma si batté poi contro i provvedimenti autoritari introdotti (come l’abolizione dell’estrazione a sorte) per quindi organizzare una vera e propria congiura contro Piero de’ Medici con l’intento di estromettere la signoria medicea. Ma si trattava di tentativi sempre più labili ed effimeri a dispetto di una crescente necessità di un potere forte che tenesse sicure le strade, tutelasse le proprietà e aprisse, con le sue conquiste, più ampi sbocchi al commercio.

Piero di Cosimo de' Medici detto il Gottoso (1416 - 1469) dipinto da Agnolo Bronzino.

Piero di Cosimo de’ Medici detto il Gottoso (1416 – 1469) dipinto da Agnolo Bronzino.

Il declino delle istituzioni comunali era ormai irreversibile poiché, oltre a non poter rispondere a nuove esigenze, erano state sottoposte a cambiamenti sociali sia particolari e contingenti, sia generali e trasversali che avevano radicalmente cambiato i rapporti tra le varie componenti non solo cittadine ma anche le relazioni tra queste e le aree extra urbane del contado. Insomma fu la tirannide l’altra via che le città comunali percorsero per risolvere i problemi di interna coesistenza ed orientarsi verso un assetto statale con la relativa cristallizzazione sociale. Dopo la morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492, la Repubblica fiorentina avrà gli ultimi sussulti rappresentati da due differenti esperienze: sotto l’egida del predicatore domenicano Girolamo Savonarola prima (1494 – 1498) e del gonfaloniere Pier Soderini poi (1498 – 1512).