Guardare serenamente al passato per costruire intelligentemente il futuro è un’opera che in Italia assume spesso e volentieri i caratteri tipici d’un’impresa da Titani. Una nazione, o meglio un corpo agonizzante, che non riesce ancora a superare il Ventennio fascista a distanza di sette decenni, per dirne una, come può affrontare la sua storia più recente, le braudeliane onde lunghe, i chiaroscuri che hanno direttamente e indirettamente prodotto conseguenze ancor’oggi rilevanti ed essenziali? Semplicemente, non riesce perché non vuole, e, alla guisa degli scolari più svogliati, nemmeno tenta d’applicarsi. Così facendo, dunque, un patrimonio immane di Storia e di storie va a farsi benedire, consegnando all’oblio esperienze ed uomini insuperabili. Oggi tentiamo di lottare e vincere il buio dell’incuria e dell’inerzia, riesumando dai bauli polverosi un nome e una vita, di cui pochi ancora conservano contezza: Felice Ippolito.

Vi fu un tempo in cui i miracoli, per bontà dei santi, erano stati subappaltati agli uomini, in ispecie ad una schiatta ben determinata, invero già provata da lungo penare: gl’Italiani. Nel breve e splendido volgere d’un decennio, infatti, i diavolacci a cui era toccata in sorte una terra ineguagliabile ma povera s’eran decisi a entrare nella modernità, ad acchiappare e godere i frutti del sedicente e sconosciuto Benessere. A coordinare lo sforzo, nella stanza dei bottoni stavano grand commis di valenza insuperata, capaci di coniugare il genio nostrano con gli sporchi meccanismi del capitalismo internazionale. Un’Italia nuova, dinamica, industriale, a cui occorreva qual linfa vitale energia, energia e ancora energia. Latitanti, come sempre, i grossi gruppi capitalistici, occorreva un deciso intervento dello Stato, guidato dalla fortunata teoria di democristiani a la Fanfani.

Se i meriti e le glorie dell’ENI di Enrico Mattei sono ormai giustamente riconosciuti, nulla o quasi si dice sull’altra faccia della medaglia, il lato oscuro della produzione energetica italiana, beneficiato da quella tecnologia che spaventa e inorridisce: nucleare. I combustibili fossili, nonostante l’incessante lavorìo levantino di Mattei, dovevano essere importati e subivano naturalmente le turbolenze del mercato e della politica estera, con gravi conseguenze per la produzione nazionale. Il nucleare, invece, era prodotto e consumato entro i confini nazionali, non necessitava di estenuanti trattative con irascibili ras mediorientali ed era relativamente economico.

Nel 1952 era stato istituito il Comitato Nazionale per le Ricerche Nucleari (C.N.R.N), uno dei tanti carrozzoni parastatali dell’epoca: in realtà, non appena Felice Ippolito, ingegnere napoletano appassionato di atomi e radiazioni, divenne segretario il cambio di passo fu netto e deciso. Nonostante le resistenze del potente cartello dell’industria elettrica privata (l’ENEL e la nazionalizzazione devono ancora giungere), l’ente pubblico riesce ad elaborare in pochi anni un patrimonio tecnico che porta l’Italia all’avanguardia mondiale del settore. Designato quale unico attore del campo, nel 1960 il comitato cambia denominazione in CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare) e vede aumentate le proprie competenze. Il comportamento di Ippolito, ora vero deus ex machina del nucleare italiano, viene bersagliato da critiche sapientemente orientate, volte a screditarlo infangandone l’immagine e la persona, sulla scia delle accuse rivolte a Mattei. La copertura politica in seno alla DC salta, e le macchinazioni aumentano di portata contemporaneamente alla costruzione della prima centrale elettronucleare italiana a Latina, nel 1963, seguita da quella di Sessa Aurunca e Trino. Proprio nei giorni dell’inaugurazione della seconda centrale, nel marzo 1964, Ippolito viene arrestato e condotto in galera. Le imputazioni sono grave e infamanti, vanno dall’abuso di ufficio al peculato. Il giudizio è rapido, la condanna dura: 11 anni. Il “caso Ippolito” divide la nazione, ed impantana lo sviluppo della nuova tecnologia introdotta dal CNEN e gestita dallo Stato.

A chi ha giovato l’estromissione del “Mattei” nucleare, proprio alla vigilia della nazionalizzazione dell’industria elettrica? Anni dopo Ippolito dirà  «fra tutte le azioni convergenti contro di me è stata certamente preminente l’azione svolta dalle multinazionali petrolifere. I petrolieri desiderosi di smistare barili e costruire nuovi impianti di raffinazione, avevano tutto l’interesse che l’Italia non sviluppasse una politica nucleare alternativa al petrolio. E il mio tentativo di creare un’industria nucleare italiana urtava appunto gli interessi delle “sette sorelle”, i grandi gruppi — integrati — che, coprendo tutto il ciclo del petrolio, dalla ricerca alla vendita del prodotto finito, dominavano il mercato mondiale. Né era gradito alle grandi compagnie americane costruttrici di reattori e agli ambienti conservatori (per non dire reazionari) italiani, che non vedevano di buon occhio l’affermarsi di un ente dinamico e moderno, qual era il CNEN».

Dopo nemmeno due anni, Ippolito verrà graziato dal Presidente Saragat, colui che aveva iniziato la campagna diffamatoria, per mere beghe di lottizzazione partitica. Come per Mattei, rimane il rimpianto di ciò che poteva essere e non è stato, aggravato dal tradizionale autolesionismo tipico della nostra Storia e dalle ingerenze straniere a cui ancora oggi, dopo decenni, ci inchiniamo quali servi senza spina dorsale.