Tra il fiume e la montagna di Bligny un capriccio della natura ha posto un lieve rialzo, quasi impercettibile, che non è una collina ma nemmeno una pianura. Il panorama che si può godere dal modesto osservatorio è piatto, brullo e banale, sfumato in grigio e marrone, e quasi il cielo si confonde con il livore spettrale della terra sfatta dalle bombe e dai gas. La primavera sta per morire dolcemente tra le braccia dell’estate, fossero stati altri anni qui non si sarebbe udito che il gioioso borbottìo delle mietitrebbie a vapore e il canto sudato dei contadini intenti a curare il biondo grano maturo, pronto per essere colto.

Invece c’è la guerra. Ed è la porca guerra del Mondo ammattito che ha condotto smunti e stanchi fanti italiani in terra di Francia, e  per ricambiare l’aiuto d’Oltralpe ricevuto dopo la tragedia di Caporetto e, soprattutto, per ricordare agli scettici e superbi alleati come e quanto sa ben combattere e morire il soldato italiano.
Il II Corpo d’Armata  Italiano in Francia, costituito da oltre 25mila uomini, è ripartito in quattro brigate di fanteria, un’aliquota di Cavalleggeri di Lodi e dal II Reparto d’Assalto. È truppa avvezza al fango e alla morte, che conta già in anni la propria esperienza in trincea, dall’Isonzo al Piave, dalle Alpi al Carso, a cui ora il Fato impone di pugnare e soffrire in trasferta, su una terra straniera, contro un nemico sconosciuto.

Dimenticate in fretta gli austriaci eleganti e i bosniacchi ubriachi, gli ungheresi terribili e gli slavi indolenti, oppressori incolpevoli di Trento e Trieste, nemici secolari più per abitudine che per voglia dell’Italia unita. Tra le valli scavate dal lento e placido serpente blu della Marna  combatteremo finalmente, per la prima volta, contro l’esercito del Kaiser Guglielmo II, quei perfetti automi meccanizzati, quei fedeli adepti in feldgrau del culto mortale di Marte.
Vogliono Parigi. La sentono vicina, come vicina è per loro la fine, dopo quattro anni di interminabile carneficina lungo tutta la cicatrice che divide il Reich dalla Francia. La Germania muore letteralmente di fame. Devono prendere Parigi. Prima dell’arrivo delle forze USA. Ora o mai più. La Russia è stata vinta. La Francia lo sarà.

Kaiserschlacht, l’ultima tremenda battaglia per l’Imperatore. Poi la Vittoria.
Hindenburg e Lunderdoff, hanno pianificato punto a punto l’offensiva, combinando le nuove armi con il vecchio e mai spento genio tattico degli junker prussiani: carri armati, lanciafiamme, truppe d’assalto lanciate in profondità e l’umile fanteria a rimorchio ad allargare i varchi, occupare territorio, marciare in avanti, sempre più avanti, ad infinitum.  I macelli di Verdun e della Somme sono cancellati, ora si torna a correre, alla guerra di movimento, a manovrare.

L’Intesa sa dell’offensiva, ma subisce l’impeto teutonico, dettato dalla fame e dalla voglia di finirla. Il fronte arretra, si incrina, quasi si spezza. Le masse tedesche spingono su Reims. I francesi barcollano, ma resistono. Intorno a loro, la linea crolla. È il 27 maggio 1918: tra Soissons e Reims si forma una sacca triangolare, profonda 50 km. L’esercito tedesco giunge a meno di 100 Km da Parigi. A tenere aperta la via di comunicazione e di rifornimento tra la capitale e la città assediata rimane una barriera di uomini scuri, fasciati in lana grigioverde. Sono gli italiani del generale Alberici. Devono resistere. Sanno che sono l’ultimo ostacolo, una flebile speranza per l’intero dispositivo difensivo del fronte alleato.
A fine giugno, dopo i primi successi, i tedeschi tirano il fiato. Vedono quasi la punta della Torre Eiffel, e sperano. Possono prendere Parigi.

15 Luglio. La brigata Alpi combatte. La brigata Alpi è sepolta dalle bombe e dai gas. La brigata Alpi annega: i pochi superstiti si radunano, non sono che poche centinaia, decidono di resistere, nonostante lo squilibrio di forze. 16 Luglio. La brigata Alpi muore, finita uomo a uomo dai lanciafiamme degli Unni. Il Bois de Courton, ridotto a necropoli, non è ancora sazio di sangue: la falla aperta nello schieramento alleato viene tappato dall’intervento decisivo degli arditi del II Rep. d’Assalto, l’elité guerriera del Regio Esercito. A sera si combatte ancora, a calci, a pugni, a morsi. Nell’assalto o si vince o si muor! Non devono passare.

Il 17 Luglio il sabba di distruzione e di morte raggiunge l’apice. Gli italiani, aiutati dai poilu francesi, tengono duro, contrattaccano su Courmas e sul Bois du Petit Champ. I tedeschi sono stanchi, perdono d’impeto, si affannano inutilmente. Hanno perso slancio. Non sono passati.
Fino al 20 la tempesta di fuoco brucia l’intera valle della Marna. I tedeschi hanno fallito, e battono in ritirata incalzati dai fanti della Napoli, della Salerno, della Brescia. Tra i tanti eroi, il soldato Giuseppe Ungaretti della Brig. Brescia ed  il sottotenente del II Reparto d’Assalto Curzio Malaparte, già volontario garibaldino.
Da qui in poi, quel che fu il gioiello più splendente della corona di Guglielmo II non farà che ritirarsi, indietro, indietro, fino ai confini di partenza, al via! di quella folle corsa iniziata nell’estate cocente del 1914.

Fermando l’avanzata tedesca verso la città di Epernay ed impedendo la realizzazione del piano che avrebbe dovuto provocare l’isolamento e la caduta di Reims con conseguente irreparabile rottura del fronte francese, i fanti italiani adempiono con immenso sacrificio il loro compito, suggellato dal sangue di quattromila caduti e cinquemila feriti. La Vittoria dell’Intesa e la sconfitta irreparabile della Germania derivano dal sudore e dalla gloria delle armi italiane in Francia.
A tutti loro va l’omaggio eterno che si riserva ai Caduti.