Questo mondo non basta, canta Sköll, riferendosi a grandi eventi e personaggi del primo Novecento italiano. Tra questi, c’è ovviamente Gabriele D’Annunzio, una di quelle personalità che sfuggono a qualsiasi tipo di classificazione, smontando radicalmente gli schemi precostruiti. Di lui, si dice spesso che fosse fascista. Forse, almeno in parte, lo era, ma, di sicuro, non è stato solo questo. Il senso di questo breve articolo, possibile grazie alla raccolta magistrale di discorsi e testi dannunziani a cura di Emiliano Cannone ed intitolata Manuale del Rivoluzionario, è proprio quello di mostrare l’altra faccia del poeta-soldato che col me ne frego ed il suo “giovine spirito” ha cercato di smuovere l’Italia dalla putrefazione nella quale si trovava. Non è un caso che, al Congresso della III Internazionale, Lenin affermerà: «In Italia c’è un rivoluzionario solo: Gabriele d’Annunzio». Il parallelismo tra il vate pescarese ed il rivoluzionario russo, non si arresta affatto a questa frase. Il 9 giugno del 1920, nell’intervista rilasciata a Randolfo Vella, D’Annunzio confessa: «Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse».

La città in questione è, ovviamente, la tanto agognata Fiume, raggiunta, occupata ed annessa al Regno d’Italia il 12 settembre del ’19, sotto il grido eia eia eia alalà (adottato al posto del “barbarico” hip, hip, hip, urrà). Qualche mese dopo il vate dirà ai suoi legionari:
Lo spirito di Fiume trascende le sue mura, va di là dal suo porto, va di là della sua cerchia carsica. Il dominio spirituale di Fiume è immenso. E non basta chiudere gli occhi per negarlo, come tenta di fare lo stupido struzzo britannico. Il levame di Fiume si riconosce oggi in tutte le ribellioni contro l’ingiustizia, in tutte le sollevazione verso la libertà, dall’Irlanda all’Egitto, dalle Russie al nuovo impero arabo, dal Belgio alle Indie, dai Balcani al Sudan, dalle colonie di Traiano alle tribù degli Afrivi. La nostra prossima primavera si annunzia come un vastissimo tumulto di lotte e di fervore, dove udremo battere i più lontani cuori fraterni. Ora comincia il bello.

In questo passo si rintracciano le caratteristiche essenziali dell’impresa fiumana. Innanzitutto, la disposizione spirituale, oltre che terrena, della rivolta e della guerra: «Certo, siamo qui per una contesa di territorio; ma anche siamo qui per una causa più vasta, per una causa più largamente umana: per la causa dell’anima, per la causa dell’immortalità». In secondo luogo, il carattere internazionalista del pensiero dannunziano, che lo permette di associare solamente in parte alle frange nazionaliste del paese, avvicinandolo invece al fronte socialista. Socialismo, nazionalismo e progressismo si fondono nella Carta del Carnaro, la costituzione della Reggenza proclamata dal vate nel settembre del ’20, riconosciuta unicamente dalla Russia leninista. La Carta stabilisce “un governo schietto di popolo”, “riconosce e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione”, mentre non accetta “la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali”. Infine, il messaggio profetico, “ora comincia il bello”, non si concretizzerà, anche perché durante le giornate di natale dello stesso anno, i legionari verranno sgomberati dal governo Giolitti e la Reggenza verrà sostituita dallo Stato libero di Fiume, che di libertà ne conserverà ben poca.

D’Annunzio non può che sentirsi tradito dal suo paese, per il quale ha rischiato tutto. Riemergono i toni polemici che già nel ’19 avevano caratterizzato gli scritti del poeta. Allora era stato lo stesso Mussolini in una lettera a farne le spese, dopo aver garantito uomini all’impresa: «E voi state lì a cianciare, mentre noi lottiamo d’attimo in attimo, con una energia che fa di questa impresa la più bella dopo la dipartita dei Mille. Dove sono i combattenti, gli arditi, i volontari, i futuristi?». Adesso, torna ad essere la casta politica putrida, vecchia, che insudicia l’Italia e “non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia”. Anche in questo, si può costatare l’attualità del pensiero dannunziano, generato in una situazione, che a quasi un secolo di distanza, ha più somiglianze di quanto si possa immaginare a prima vista. Dai tratti addirittura anarchici, testimoniati dai commenti di personaggi a lui vicini (come quello di Mario Carli, direttore della Testa di ferro, il giornale fiumano), ma anche e soprattutto dalle sue politiche, con la festa come cardine di vita quotidiana durante la Reggenza, D’Annunzio è stato senz’altro un personaggio sincretico. Oggi, andrebbe letto, non per farne sterili omaggi o per riprendere sterilmente le sue proposte, ma per comprendere il dinamismo, l’arditezza e la fede che hanno caratterizzato la sua vita, e che, in misura diversa da persona a persona, farebbe bene un po’ a tutti, in un secolo di grandi comodità e pochi ideali:

«Siate forti e abbiate fede…soprattutto fede. Fede nell’avvenire in questa Italia che abbiamo tanto amata: fede in questa terra Madre di Eroi e di Geni. Fede in questo popolo che saprà rinnovarsi nel lavoro e nella pace. La vera pace domani aleggerà sicura sulle generazioni d’Italia, che saranno vessillifere all’avanguardia delle schiere del mondo in un’Era senza confronti, in cui i popoli tutti troveranno quanto hanno sempre agognato: La Fratellanza e il Lavoro».