Ogni Mondiale che si rispetti ha la sua favola, la sua partita memorabile, la sua storia di calcio, il suo protagonista, ma la gara di ieri tra Brasile e Germania contiene tutti questi ingredienti. Un risultato storico, un’incomprensibile Caporetto in salsa brasiliana che ha sconvolto un Paese, lasciando milioni di tifosi con l’amaro in bocca e le lacrime agli occhi. Ieri sera, la guerra tra i Titani brasiliani guidati da Scolari e gli Dei europei comandati da Löw si è conclusa a favore dei secondi (1-7), i quali hanno espugnato senza alcuna pietà lo stadio Mineirão di Belo Horizonte, scrivendo la storia. E forse anche qualcosa di più.

Ora appichiamo gli Academy Awards al calcio, è arrivato il momento di assegnare l’Oscar più importante, il più ambito, sicuramente il più difficile da vincere, in quanto frutto di tanti anni di sacrifici ed esperienza sul campo. Nel corso del tempo, questo riconoscimento – scelto dal Collegio dei Governatori – è stato assegnato a personaggi – o a film – che hanno fatto la storia del cinema, come Charlie Chaplin, Walt Disney, Gary Cooper, Sofia Loren, Paul Newman e molti altri. Si tratta dell’Oscar onorario alla carriera. Ovviamente nel calcio non esiste, ma ieri sera, un navigato centravanti di Opole (cittadina polacca lungo il fiume Oder), classe ’78, ha riscritto la storia dei mondiali e della Germania, siglando 16 reti nella manifestazione (5 nel 2002 e nel 2006, 4 nel 2010 e 2 nel 2014) , staccando Ronaldo (fermatosi a 15). Al suo curriculum manca il titolo iridato, e la finale è il 13 Luglio…

Semplicemente un campione esemplare, un killer dell’area di rigore, un professionista corretto sia dentro che fuori dal campo (alla fine del match col Brasile, è andato a consolare un David Luiz in lacrime), un ragazzo umile che ha qualitativamente arricchito ogni campionato in cui ha militato, dalla Bundesliga fino alla Serie A, dove ha fatto  – e sta ancora facendo – grande la Lazio. 136 presenze con la maglia delle aquile tedesche e 71 reti, primo marcatore della Germania di tutti i tempi, nelle partite in cui ha segnato la sua Nazionale non ha mai perso (dal primo gol, il 23 Marzo 2001 contro l’Albania, all’ultimo di Martedì sera contro il Brasile), secondo giocatore con più presenze alle spalle di Lothar Matthäus. Come lui, nessuno mai. Über Alles, come direbbero i tedeschi: braccia larghe, capriola celebrativa, numero 11 sulle spalle e sguardo di ghiaccio. Giù il cappello per Klose, semplicemente la storia, unicamente Miro. Dalla Polonia alla Germania fino alla notte di Belo Horizonte, passando per la Lazio, Klose entra nella storia, diventa leggenda, sotto il segno dell’Aquila.

FP