La Segreteria Craxi, iniziata nel luglio 1976, coincide con l’avvio di una stagione politica nuova, quella dei governi di solidarietà nazionale, con l’inclusione del PCI nell’area della maggioranza di governo e dalla fase acuta del terrorismo in Italia (ed in Europa). Anche in questo caso si procederà individuando alcune linee di fondo e di esiti politici concreti che hanno caratterizzato quegli anni a livello di Partito e sul piano politico generale.

In primo luogo Craxi innova profondamente la cultura politica del Partito Socialista recuperando tradizioni e simboli della cultura riformista. Il saggio su Proudhon dell’agosto 1978, pubblicato dall’Espresso nell’agosto 1978, segna la definitiva rottura con la tradizione marxista e leninista nel Partito Socialista. Occorre ricordare come il citato saggio intitolato significativamente “Pluralismo e leninismo” scatenò una ondata di riprovazione nella sinistra italiana (“vuole tagliare la barba al profeta!”) e portò Enrico Berlinguer (a soli undici anni dalla caduta del muro di Berlino…) a rivendicare la validità della lezione di Lenin alla Festa dell’Unità di Genova del settembre 1978. Craxi non fece altro che recuperare la cultura fondativa del Partito Socialista, quella riformista di Turati e Treves nata, non a caso, a Milano e successivamente offuscata, nel corso del novecento, dalle sperimentazioni fusioniste e frontiste con il Partito Comunista. La tematica più visibile di questo sforzo di cesura con il passato fu il sofferto cambiamento del simbolo con l’abbandono della falce e martello e l’avvento del garofano. In secondo luogo Craxi con l’articolo “Ottava Legislatura” del settembre 1979 sull’Avanti! (ora siamo alla diciassettesima legislatura…) ha posto, primo fra i leader dell’allora denominato “arco costituzionale”, il tema della Grande Riforma delle istituzioni e della Pubblica Amministrazione.

L’obsolescenza del nostro sistema istituzionale, avvertita allora sulla base di una consapevole visione politica, rimase comunque irrisolta: arrivarono poi la Commissione Bozzi (1983-1987); la Commissione De Mita-Jotti (1992-1994); la Commissione D’Alema (1997-1998); la riforma del titolo V (2001); la riforma Berlusconi (2006), bocciata peraltro dal referendum confermativo dell’ottobre di quell’anno. Tema quanto mai attuale dato che gli italiani saranno chiamati a votare il 4 dicembre 2016 a distanza di 37 anni dall’articolo di Craxi. Si può riflettere sul perché questo tema, esiziale per il funzionamento di una moderna democrazia sia rimasto irrisolto: certamente, almeno all’epoca di Craxi, pesarono le resistenze conservatrici della DC e del PCI. Si vuole oggi contrapporre al tema della grande riforma, almeno in termini di visione politica, il discorso sulla questione morale avanzato da Enrico Berlinguer nell’intervista a “La Repubblica” del luglio 1981. Eppure sono proprio le istituzioni antiquate, le pubbliche amministrazioni inefficienti, gli Stati, in altri termini, deboli, incapaci a rispondere alle esigenze dei cittadini, a favorire la corruzione che costituisce, sotto tutte le latitudini e le epoche storiche, una amara eventualità dell’azione umana soprattutto quando essa viene esercita da posizioni di potere. Forse (ma questo è un ragionamento ipotetico e pertanto non verificabile) un complessivo disegno di riforma istituzionale negli anni ottanta (così fortemente osteggiato da DC e PCI) avrebbe probabilmente evitato quei fenomeni di disgregazione della stessa unità nazionale e, successivamente, di antipolitica impersonificati da quei soggetti politici apparsi a partire dagli anni novanta, almeno come fenomeni significativi a livello elettorale.

Le scelte di politica estera sono un altro cardine che caratterizza la Segreteria Craxi con decisioni rivelatesi successivamente decisive e lungimiranti. Ci si riferisce, in primo luogo, alla decisione del Parlamento italiano, del dicembre 1979, di installare i missili a medio raggio Pershing e Cruise nel teatro europeo. La decisione venne assunta dalla NATO in risposta alla installazione degli SS20 sovietici nell’Europa orientale nel 1976/1977. Il cancelliere tedesco socialdemocratico Helmut Schmidt si disse disposto ad ospitare i missili NATO a condizione che lo avesse fatto anche l’Italia. La decisione presa dal Parlamento italiano fu resa possibile dal sostegno del gruppo parlamentare socialista e dall’impegno del governo presieduto da Francesco Cossiga. Cossiga e Craxi furono oggetto di una campagna di demonizzazione da parte del PCI, accompagnata negli anni successivi da manifestazione per la pace e da una forte opposizione in Parlamento. Eppure, quella decisione parlamentare del dicembre 1979, confermata dal governo Craxi con l’effettiva installazione dei missili a Comiso nel novembre 1983, ha contribuito all’avvento di una nuova leadership in Unione Sovietica con la politica della perestroika di Gorbaciov ed al varo di accordi internazionali sul disarmo nucleare, a partire proprio da quello sull’azzeramento dei missili a medio raggio in Europa (INF) firmato da Reagan e Gorbaciov Washington nel dicembre 1987. Anche in questo caso, come sul tema della grande riforma istituzionale, sarà il caso di riflettere, a livello storico, sulla diversa capacità di lungimiranza politica di Craxi e Berlinguer.

L’elezione di un socialista alla Presidenza della Repubblica nel luglio 1978 costituisce uno degli altri successi della Segreteria Craxi. È vero, Craxi pensava ad un candidato socialista diverso, quale Giuliano Vassalli ovvero Antonio Giolitti. Rimane il fatto che la convergenza del Parlamento, assai ampia sul piano numerico, venne trovata su Sandro Pertini, con una storia di lunghissima militanza socialista alle spalle e di detenzione in carcere per la sua opposizione al Fascismo. “La Resistenza è arrivata al Quirinale” scrisse laconicamente Pietro Nenni nei suoi Diari. La Presidenza Pertini pur in presenza dei limiti del personaggio derivanti dall’età e da un carattere imprevedibile, ha acquisito grandi meriti nella storia repubblicana, soprattutto per la costante opera da lui compiuta per restituire fiducia ed autorevolezza alle istituzioni. Più importante, tuttavia, è il lascito politico di Pertini, il quale, in presenza di un sistema politico bloccato è quello che introduce un elemento, forse il primo, di discontinuità, sancendo il principio di una alternanza tra un laico ed un cattolico alla Presidenza del Consiglio, nelle coalizioni di pentapartito. Proprio grazie a questa intuizione politica di Pertini, furono possibili i governi del repubblicano Spadolini (1981-1982) e del socialista Craxi (1983-1987).

Un aspetto, infine, importante è il contributo dato da Bettino Craxi al recupero dei valori patriottici e risorgimentali. Giustamente oggi si sottolinea il ruolo di Ciampi, quale Presidente della Repubblica, nel recupero di questi valori. Craxi, tuttavia, dopo la lunga parentesi di indifferenza prodotta dalla cultura cattolica e comunista, è il primo a farsi promotore del recupero di concetti e di figure del nostro Risorgimento. Craxi, oltre ad essere un collezionista di cimeli garibaldini (ne fece dono di uno a Reagan in occasione della visita del Presidente U.S.A. a Roma, nel giugno 1982) fu quello che promosse maggiormente la figura di Garibaldi a livello storico e nell’immaginario collettivo, soprattutto in occasione del centenario della morte dell’Eroe dei due Mondi nel 1982. Sono gli anni nei quali si parla di “Socialismo Tricolore” con un chiaro riferimento ai valori della bandiera italiana destinata solo nel 1997 ad essere oggetto della istituzione di una Festa Nazionale (7 gennaio). In Garibaldi, Craxi probabilmente rinveniva le qualità di un irregolare della politica quale, probabilmente, egli stesso era. Anche in questo caso, Craxi conferma, nella sua storia politica, il carattere di un italiano vero, recuperando e valorizzando le autentiche tradizioni nazionali radicate nella nostra storia.

(continua)