di Alessandro Russo

Oggi Piazza San Sepolcro è una piazza come tante ce ne sono in Milano. Sommersa di auto parcheggiate in un angolo di storia. La costituzione dei Fasci italiani di combattimento avviene proprio in questi luoghi, nella giornata del 23 marzo 1919. Benito Mussolini, attraverso il Popolo d’Italia, chiama a raccolta sindacalisti rivoluzionari, futuristi e arditi. Si presentano circa duecento attivisti. E non è un caso se viene scelto come nome proprio quello di “Fascio”. Per Mussolini simboleggia unione e compattezza. E se i sansepolcristi vengono tutti da sinistra e il programma approvato appare di fatto anch’esso di sinistra, non bisogna dimenticare che la discussione quella giornata è particolarmente feconda. Lo stesso Mussolini avverte la necessità di cancellare le appartenenze politiche che li hanno segnati in precedenza.

Non siamo quindi davanti ad una ortodossia, ad un rivoluzionarismo di facciata. I Fasci, anche nella loro fase di costituzione, sono portatori di un senso politico preciso. Fondato su fatti concreti e, quindi, sull’azione. Si dichiarano da subito per quello che sono. Antipartito. E la scelta non è casuale. Per i nazionalisti il partito rappresenta una parte, quindi per i fascisti questo significa destabilizzare la nazione, dividendola in fazioni. Bottai, anni più tardi, riprenderà da questo punto per basare le sue teorie sul monopartitismo e monosindacalismo. Nonostante i primi risultati elettorali (novembre 1919) fossero stati deludenti, Mussolini continua per la sua strada. Evita accuratamente di unirsi all’avventura di Fiume e decide di rinvigorire il dibattito interno correggendo la rotta verso l’istituzionalizzazione dei Fasci di combattimento.

Mussolini cambia sì passo ma non perde mai di vista l’orizzonte che lo attende. Per questo concentra i suoi sforzi su quel lavoro culturale che dovrà fare del fascismo non una semplice sommatoria di diverse componenti, bensì un gruppo disciplinato e omogeneo. Interessa, al futuro Duce, che i Fasci possano elaborare al loro interno una via diversa che riesca ad attraversare e sconfiggere socialismo e capitalismo. Il lavoro intellettuale è così dinamico e stimolante che il 10 aprile 1919, alla costituzione del Fascio bolognese, partecipa anche un certo Pietro Nenni. Tanto che fino al 1920 Nenni condivide l’ideale fascista e ne diventa uno dei sostenitori più illustri. Inutile, quindi, sostenere il contrario. Non solo il fascismo continuò a crescere attraverso un lavoro culturale, sostenuto da intellettuali e giornalisti, ma esso era la base su cui poggiava la strategia mussoliniana. Se Giulio Cesare aveva imparato dall’esperienza di Catilina, Benito Mussolini imparò presto che la violenza degli squadristi, scoppiata nell’estate del 1920, non lo avrebbe portato da nessuna parte. Comprese che non contava davvero la piazza, quanto il baraccone di Montecitorio. Mussolini sa che ogni rivoluzione ha in sé il lampo che cova la cenere della restaurazione.

Alleatosi con Giolitti, attraverso i “blocchi nazionali” si assicurò la presenza di trentasei deputati fascisti in parlamento. Nel luglio del 1921 firma la pacificazione con i socialisti e la Cgl, e nel novembre del 1921 costituisce il Partito nazionale fascista. Ed è da questo punto, fondamentale, che bisogna partire per comprendere il disegno che Mussolini stava tracciando. Uno degli aspetti più innovativi del fascismo è la capacità di interpretare e comprendere i mutamenti in atto nella società. E con essi, assicurarsi la via del potere. Non esiste infatti solo la marcia su Roma e il conseguente incarico di governo. Il fascismo si legittima nel momento in cui rappresenta le istanze di una classe sociale che si è andata formando nel dopoguerra. Quella della piccola borghesia. Bottegai, piccoli proprietari terrieri, quelli che erano riusciti ad acquistare la terra grazie ai risparmi e al blocco dei fitti. Piccola borghesia che viene osteggiata invece sia dai socialisti che dai comunisti. Gli stessi Gramsci e Trotsky dovranno, in seguito, rendergli merito di quella intuizione.