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Il colonnello Kanichi Nagazawa fuma sottoterra. In un minuto di torpore, guarda con occhi semichiusi la schiena del radiofonista con la camicia cachi bagnata da un’arcipelago di chiazze di sudore. Fa un caldo fornace nel bunker del comando sotto il fortino di casematte di cemento e di trincee a ragnatela di Kyaukpyu, ultimo baluardo difensivo degno di nota della guarnigione nel nord dell’isola di Ramree, al largo della Birmania. Un generatore elettrico, puzzolente di gasolio, vibra rumoroso in una nicchia in un angolo. Il colonnello, comandante del 121º Reggimento di fanteria della 54ª divisione dell’Esercito imperiale giapponese a guardia dell’isola infestata di serpenti velenosi, ragni schifosi grossi come pugni, coccodrilli marini insaziabili ed ora pure da migliaia di inglesi e indiani in attacco costante, si desta dai suoi pensieri febbricitanti raddrizzandosi con uno scatto sulla sedia e tornando a rivolgersi ai suoi ufficiali ancora vivi, in piedi attorno al tavolo, occhi chini sul loro comandante, gocce di sudore lungo facce tirate da malnutrizione, malattia, totale mancanza di sonno. Sul tavolo, la mappa dell’isola di Ramree, incubo umido della baia del Bengala.

Con la matita rossa il colonnello traccia decisa una linea retta da un’estremità all’altra dell’isola, da nord a sud: quello sarà il percorso che i resti del reggimento dovranno percorrere a marce forzate, per ricongiungersi con un battaglione ancora intatto a 16 chilometri di distanza. Due esplosioni in superficie in rapida successione fanno sobbalzare i presenti, gli ufficiali guardano il soffitto, granelli di sabbia caduti dall’alto bruciano gli occhi, il bunker regge sotto le cannonate dal mare della Royal Navy – ma ancora per quanto? Gli uomini tornano a concentrarsi sulla carta, stanchi, perplessi. Nagazawa guarda ognuno di loro. Tutti sanno che quei 16 chilometri tracciati in rosso sono una marcia terribile, una gita all’inferno. Quasi mille soldati, già provati da feroci combattimenti e dalla malaria, dovranno addentrarsi con le forze residue in una palude di mangrovie, terrore del reggimento; quegli acquitrini infetti sono nidi di mostri, nascosti tra ammassi intricati di piante e rami che nascondono il sole. Ma non c’è alternativa – anzi, una ci sarebbe, ma non può essere presa in considerazione, non può nemmeno esser nominata nel bunker del comando.

La parola resa è tabù, è proibita. O si vince o si muore

Il 26 gennaio 1945, protetti dagli aerei della RAF e dal fuoco degli incrociatori, erano sbarcati le squadre d’assalto dei Royal Marines e i soldati britannici della 36ª Brigata di fanteria indiana, galvanizzati dalla continua avanzata nella Campagna di Birmania. Non erano andati all’attacco diretto contro le fitte difese di Nagazawa, avevano infatti aggirato la roccaforte e caposaldo dell’intera guarnigione nei pressi del porto di Kyaukpyu, e adesso la stavano circondando, per tagliarla fuori dal resto delle forze giapponesi sull’isola e per assediarla con continuo martello d’artiglieria. I fanti della brigata indiana, assieme ai commandos assassini dei Royal Marines che si gettano senza paura nelle trincee e nelle buche nemiche per sfide corpo a corpo, stanno per stringere il cappio; quando i loro mortai si avvicineranno e il loro tiro perfezionato, sarà la fine. I giapponesi si battono con ardore, con cieco fanatismo, ma adesso, dopo più di due settimane di lotta brutale, stanno per essere cancellati. Già, all’abbandono della postazione, non c’è alternativa, il colonnello Nagazawa lo sa. Gli ufficiali si mettono sull’attenti.

 “Signori, distruggete tutto quello che non può essere trasportato. L’avanguardia del capitano Ikeda aprirà la strada alle ore 4.30 di domani. Partenza alle 6 in punto di domani mattina per il grosso delle forze. Il maggiore Ogawa comanderà la retroguardia composta dai resti del secondo battaglione, a lui il difficile compito di proteggere il ripiegamento generale. Signori, avete gli ordini, raggiungete i vostri reparti!”

 “Hai!”

Una zanzara si poggia sul dorso della mano abbronzata del colonnello Nagazawa. Il comandante avvicina alla zanzara la sigaretta tenuta tra le dita dell’altra mano, soffia un poco sul tizzone, aspetta che l’insetto gli buchi la vena blu in rilievo, sente un pizzico, brucia la zanzara, la guarda contorcersi e morire. Le colonne appiedate vanno dritte in bocca all’orrore. Verso la loro fine. Si avvicinano al margine settentrionale di quell’immonda e gigantesca macchia verde e marrone. Alle prime luci dell’alba l’avanguardia apre la strada con nervosi colpi di machete. Il reggimento entra nella palude; la palude li divora. Subito ci si rende conto della disperata follia in cui ci si è cacciati. Gli uomini arrancano in quell’acqua putrida e salmastra, che non è né acqua di mare né di fiume, ma solo un brodo denso e scuro, immobile, caldo, marcio. Gli stivali sprofondano nel fondo fangoso, i soldati perdono le scarpe, e incespicano, s’inciampano nelle radici che corrono moleste sotto l’acqua.

“Tenete in alto le armi! Non bagnate le munizioni!”

Strillano i sergenti, ma i soldati cadono di faccia, mollano i fucili, s’aggrappano ai fusti delle piante acquatiche, si squarciano i palmi sulle grosse spine aguzze. I feriti più gravi, portati da barelle luride di pus e sangue, mugolanti dolore e avvolti da laide coperte di grasse mosche metallizzate, rischiano di venir rovesciati e di sprofondare nella melma, ed alcuni di loro ci finiscono, e qualche volta, in quelle acque limacciose spariscono, e i barellieri disperati tentano a tastoni di recuperarli in quell’immane pozzanghera stagnante, ma i compagni non si trovano, inghiottiti. La palude ha fame.

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Le zanzare: a miliardi. Forse tutte le zanzare d’Asia sono concentrate in quei chilometri, in quello sbaglio di Dio. Gli uomini si prendono a schiaffi sulle parti scoperte del corpo, sui colli, sulle braccia, sulle guance. La pelle è ricoperta di punture, quelle piccole vampire si ubriacano e diffondono i germi della malaria. La febbre e la dissenteria erano già diffuse al forte, ora la temperatura corporea aumenta, corrode le ossa, rosicchia le forze, gli spasmi della dissenteria bloccano le deboli gambe. È un lazzaretto in movimento zoppicante. C’è poca acqua potabile da bere, le borracce sono quasi vuote, poche gocce tiepide tentano di placare l’arsura di labbra spaccate dalla sete. Le ore scorrono lunghe e bollenti, i più deboli crollano, vengono lasciati indietro, al loro destino. Le colonne si assottigliano, e la meta, in quel passo storto, disordinato e faticoso, appare miraggio inarrivabile. I mostri sbucano fuori dalle tane. Strisciano sui tronchi, camminano sulle foglie. I serpenti si mimetizzano benissimo tra le mangrovie. Si sentono invasi da una rumorosa massa in avanzamento lento, s’innervosiscono, avvertono il pericolo, sono pronti a difendersi da quei movimenti goffi, maldestri, nella fanghiglia.

Attenzione a dove mettete i piedi, attenzione a dove appoggiate le mani, soldati.

Un caporale s’aggrappa ad una liana sottile: non è una liana. Il caporale urla dal male, un cobra reale gli ha morso l’avambraccio e non molla, il viscido bastardo sputa nella ferita tutto il suo veleno. Il caporale non è l’ultimo a fare la conoscenza con i serpenti della palude di Ramree. I cobra reali, demoni lunghi tre metri, dalle aguzze zanne velenifere in grado di stecchire un elefante, hanno la loro casa ideale in zone acquatiche, nei mangrovieti. Se si sentono minacciati come in quella giornata horror di febbraio ’45, passano all’attacco, scivolano sulla superfice dell’acqua, alzano la testa, gonfiano il collo, mostrano le zanne, sibilano. Prima la foresta ronzava di nugoli di zanzare e mosche carnivore, ora la foresta ronza e sibila. Un nuovo rumore raccapricciante si diffonde tra i resti del reggimento. È il canto di guerra della tribù dei cobra della palude di Ramree. Ma ci sono anche i ragni. Insetti fuori taglia dalle gambe disgustose, s’infilano nei colletti delle camicie zuppe, morsicano e paralizzano. Ragnatele come lenzuoli ostruiscono gli stretti passaggi tra i rami, quelle bestiacce fanno paura e fanno male. Raccapricciante è la vista di grossi centopiedi colorati di rosso-giallo-arancio, non sembrano più insetti ma qualche tipologia di animale sbucato dagli anfratti più profondi e nascosti della terra, una specie perversa, uno scherzo malvagio dell’evoluzione, una devianza del creato. Hanno quelle zampe agghiaccianti che urticano al contatto con la pelle, e morsicano pure quei fenomeni da circo dell’orrore.

La marcia, diventata strisciare collettivo, assume una dimensione di terrore; ad intervalli, si levano dai grovigli di piante le grida dei soldati che hanno trovato sul loro sciagurato cammino gli abitanti della palude, destati e incattiviti.

Sprofondando sempre più in quel pantano di mangrovie, non si ha più la percezione di essere su questo mondo, ma in una realtà sadica, uscita dalle pagine disturbate di un racconto di Lovercraft, dove creature ancestrali sono risvegliate dal loro antico sonno nei meandri putridi della terra, e risalgono in superfice per colpire e torturare, come acne del suolo, vivente e venefico. Nella palude di Ramree la natura è in cancrena, marcia, purulenta, assassina. Gli uomini procedono ormai in ordine sparso, le colonne perdono la disciplina, si scompongono, ogni tanto uno sparo secco solitario fa rabbrividire il mucchio: suicidio. Il racconto di guerra, ora allucinato, prosegue ricordandoci del suo elemento principale: anche se si esplorano angoli anormali dell’incubo, è ancora in corso una battaglia su quell’isola maledetta, uomini contro uomini, inglesi contro giapponesi.

Un ricognitore della RAF scaccia gli avvoltoi appollaiati in paziente attesa sulle cime degli arbusti, sorvola i disperati del 121º Reggimento, una, due volte. Alla terza volta, l’impotente reazione dei fanti giapponesi che scaricano in aria fiacche fucilate e raffiche inutili, provoca la risposta dell’aereo, che sventaglia mitragliate tra le pozze e i cespugli. Non è nulla rispetto a quello che da lì a poco si scatenerà: è in arrivo una tempesta di granate. Grazie alla coordinate raccolte dal ricognitore, due obici leggeri da 25 libbre della Brigata indiana, sistemati ai margini della palude, fanno fuoco a volontà.

Gli artiglieri bombardano la zona dell’avvistamento, ininterrottamente per tre quarti d’ora. Si alzano colonne scure di acqua, fango, arti umani. Le schegge degli alberi e delle mangrovie in frantumi trafiggono i fanti; i caduti, sono a dozzine. È un massacro. Il reggimento è dimezzato e il suo comandante, il colonnello Nagazawa, muore dilaniato da una granata nel torrido pomeriggio di Birmania. Sono le ore 5 pomeridiane, due ufficiali inglesi si siedono sugli sgabelli di una torretta d’osservazione nella giungla, prendono il tè e si godono lo spettacolo delle esplosioni e della palude sconquassata. Se prima si è citato Lovercraft, adesso il suggerimento che può rendere l’idea di quel carnaio di moribondi e mangrovie, di quegli scoppi e di quei frammenti in aria, di quel caos, di quel panico, e di quel dolore infinito, sono alcune opere dell’olandese Hieronymus Bosch.  Balzano alla mente visoni atroci di gironi dei dannati. Quattro visioni dell’Aldilà con due dei suoi quattro pannelli, la Caduta dei dannati e Inferno; oppure il Giudizio universale conservato all’Alte Pinakothek di Monaco. Ma non siamo dentro la tela di un artista sconvolto da turbe psichiche, ma nella crudele realtà di Ramree. Le bocche da fuoco tacciono di colpo, stormi di avvoltoi e di corvi neri tornano alla tavola imbandita. Gli ufficiali superstiti, esausti, tentano di rimettere assieme i plotoni fatti a pezzi. Per quanto possibile, si riprende la marcia della morte, verso una salvezza impossibile. Ma che altro possono fare quei dannati? L’orizzonte s’accende di rosso: tramonto d’Estremo Oriente.

Anche l’acqua diventa rossa, ed è un macabro dettaglio che aggiungerà altro orrore a quell’incubo birmano. Ai coccodrilli marini della palude, fino ad ora rimasti in disparte, viene appetito

Sono tantissimi, a centinaia, forse migliaia, là attorno. Ragni, cobra, zanzare infette … sono insignificanti a confronto dei veri padroni della palude di Ramree, ora svegli, ora affamati. Cala l’oscurità, le ultime luci del crepuscolo filtrano tra le mangrovie. Prima che cali il sipario della notte e del buio totale, lo smilzo plotone del tenente Miyazaki, lasciato a protezione del fianco sinistro, avverte una presenza inquietante. A poca distanza, i giapponesi avvertono rumori di rami spezzati, l’acqua si agita un poco, un mucchio di foglie si muove. Sono gli inglesi? Ma perché mai i britannici dovrebbero venire a cacciarsi in forze in quel perfido buco? La palude sta facendo il loro lavoro. Coccodrilli!

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Il plotone di Miyazaki, non ancora cieco dalla tenebre, allontana la minaccia a fucilate. E adesso, le tenebre: tutto è nero, non c’è luna, echi di strani versi di animali sconosciuti fanno venire la pelle d’oca, è un canto di sabba tropicale che annuncia il sacrifico umano collettivo. Gli ufficiali vietano l’uso delle torce elettriche, per evitare il rischio di un nuovo bombardamento d’artiglieria o di imboscate. Non devono però temere il nemico, devono invece stare in guardia dalle creature della notte, non da altri esseri umani. I coccodrilli vanno all’attacco. Un branco parte da est, sono i primi a lanciarsi a fauci spalancate, ma subito tutti gli altri, galvanizzati e per nulla intimoriti dalle armi degli uomini, si gettano contro le centinaia di soldati, da tutti i lati, li hanno circondati per mangiarseli tutti. È come se l’acqua paludosa bollisse in gorgoglii, in spruzzi di movimenti a scatti di zampe e zanne in agitazione, di tuffi di disgraziati senza via di fuga, di gambe in corsa spastica appesantita dalla melma che tutto rallenta.

“Sparate a colpo sicuro! Risparmiate le munizioni!”

Qualcuno tenta ancora di mantenere un barlume di raziocinio, ma è un lumicino di lucidità che si spegne subito. Gridano dal terrore i soldati fino a graffiarsi la gola, fanno fuoco tra le piante nel panico totale, la ragione è persa per sempre, è la follia della paura più pura e profonda. I lampi degli spari illuminano di luce stroboscopica, di lampi ad intermittenza, e sono flash di sguardi allucinati, di ammassi di rettili, di fila di fanti che arretrano, di mangrovie diventate vassoi di resti umani e animali, di mostruose mandibole spalancate. A Ramree, è in corso un’assurda battaglia tra uomini e fauna, mai vista prima sulla Terra, e che dura tutta una notte. E i rettili, nello scontro, stanno avendo la meglio. Si trasgredisce agli ordini, fasci di luce di torcia sondano gli alberi e l’acqua, ma gli esseri sbucano da ogni dove, e le belve sono furbe, avanzano sul fondo, protetti dal nero della superfice e mordono alle spalle, tirano giù le prede, una dopo l’altra. Nell’acqua smossa, gli spari si fanno più radi. Le urla diminuiscono. Ancora qualche sparo tra le mangrovie, un rumore di fauci serrate, un ultimo grido.

All’alba, le lance a motore della Royal Navy si avvicinano caute al centro della palude, dove si è appena consumato l’orrido pasto. I fucili Lee-Enfield sono ben spianati con il colpo in canna. La puzza di morte è soffocante. Gli uomini sulle lance si sporgono per vomitare fuoribordo. Gli avanzi lasciati dai coccodrilli tra la vegetazione, sono banchetto per gli avvoltoi. I marinai inglesi raccolgono i pochissimi superstiti del reggimento giapponese, tremanti, feriti, impazziti. Il giorno prima erano partiti in mille, ne rimangono venti. Tutti gli altri, divorati, spariti.

La palude vive, ed è sazia.


 

Nota dell’autore al Lettore: con questo racconto storico l’autore spera di aver spaventato il lettore. Voleva turbarlo. L’autore confida al lettore che quando ha immaginato questo orrore, questo incalzante sprofondare nella paura e nel massacro, si è guastato il sonno per un paio di notti. Sotto il letto dell’autore difatti, c’è un coccodrillo birmano che dorme: il problema sarà quando la creatura si sveglierà per uno snack. Ora, a parte gli scherzi. Il racconto è stato ispirato da una terribile vicenda dell’inverno ’45 nel fronte asiatico, scenario birmano. È vero che il 121º Reggimento di fanteria dell’Impero Giapponese sparì dalla faccia della terra marciando nell’infernale palude di Ramree, ma probabilmente il numero maggiore dei caduti fu dovuto ai continui bombardamenti britannici, che li incalzavano per evitare che i giapponesi si ricongiungessero con altre truppe nemiche dall’altra parte dell’isola. L’unica testimonianza scritta dell’episodio horror, o meglio di hh – history horror, ci viene da un naturalista britannico, Bruce Stanley Wright, che all’epoca dei fatti combatteva nelle fila di sua maestà Giorgio VI e che si trovava a Ramree nel febbraio di quell’anno:

“Quella notte [del 19 febbraio 1945] fu la più terribile che ogni membro degli equipaggi delle M.L. [lance a motore] avesse mai vissuto. I colpi di fucile sparpagliati nel buio pesto della palude squarciato dalle urla di uomini feriti schiacciati tra le fauci di enormi rettili, e il confuso e preoccupante rumore dei coccodrilli che si rotolavano producevano una cacofonia infernale che raramente è stata riprodotta sulla Terra. All’alba arrivarono gli avvoltoi per ripulire ciò che i coccodrilli avevano lasciato… Dei circa 1000 soldati giapponesi che entrarono nelle paludi di Ramree, solo una ventina fu ritrovata viva.”

Altre associazioni storiche e il Guinness dei primati hanno dato per buona questa tesi. Il Guinness dei primati difatti riprese il banchetto dei rettili come il più violento e terribile attacco di coccodrilli contro l’uomo. Altri storici hanno bollato il presunto attacco di massa delle bestie della palude come un’assoluta esagerazione, una leggenda del terrore, dichiarando che una presenza di un così grande numero di coccodrilli in quei luoghi dimenticati da Dio, fosse impossibile. Comunque siano andate le cose, rimane l’orrore della guerra in quel malarico intestino asiatico.

Con l’augurio di non perdervi durante i trekking delle vostre prossime vacanze esotiche in Birmania, l’autore vi porge un caro saluto e corre in macelleria, per comprare la merenda all’ospite sotto il letto.