Sahuayo, stato di Michoacan, 10 febbraio 1928, data di una pagina delle più tragiche e cupe della recente storia del Messico, scritta con l’inchiostro indelebile del martirio. José Sanchez del Rio, un adolescente di 14 anni, viene accompagnato al cimitero comunale per l’esecuzione da un plotone di militari. Il comandante del plotone gli chiese per un’ultima volta di fare pubblica apostasia, unico modo per essere condonato, del Rio rifiutò, si fece il segno della croce e gridò “¡Viva Cristo Rey!“. Con quella condanna a morte, colpendo direttamente il morale degli insorti, il presidente Plutarco Calles sperò di porre un freno all’insurrezione in corso nel paese da due anni, invece consegnò del Rio alla storia, facendolo diventare simbolo di una guerra per la libertà religiosa su cui ancora oggi è stato scritto e detto poco.

Sembra l’introduzione di un’opera appartenente alla letteratura ucronica, se non distopica, in realtà la morte barbara del giovane del Rio fu solo uno dei tanti eventi sanguinosi di matrice anticattolica che sconvolsero il Messico nel post-rivoluzione, sino al processo di pacificazione inaugurato da Emilio Portes Gil e concluso da Lazaro Cardenas. Soltanto alcuni anni prima Robert Benson diede alle stampe Il padrone del mondo, un romanzo ambientato in un futuro in cui i cattolici erano diventati un’esigua minoranza perseguitata insieme al papato, da un èlite massonica ed ultraliberale. Come si dice: quando la realtà supera la fantasia.

Plutarco Elías Calles, Presidente del Messico dal 1º dicembre 1924 al 30 novembre 1928

Plutarco Elías Calles, Presidente del Messico dal 1º dicembre 1924 al 30 novembre 1928

Cattolici, operai, contadini, costituzionalisti e zapatisti furono i grandi protagonisti della settennale rivoluzione popolare – la prima del Novecento, che ebbe luogo in Messico dal 1910 al 1917 per liberare il paese dalla dittatura di Porfirio Diaz. Ogni ceto sociale scese in guerra contro il porfiriato, ma non tutti i membri del fronte rivoluzionario parteciparono alla stesura della costituzione del 1917, grosso modo redatta dai costituzionalisti, noti per il loro anticlericalismo.

La rivoluzione era stata tradita dagli stessi che avevano accusato Diaz di essere un torturatore e di reprimere i diritti e le libertà fondamentali dei messicani. Il paese delle apparizioni di Guadalupe e di Miguel Hidalgo y Costilla, il prete-guerrigliero che guidò i messicani all’indipendenza, diventò teatro di una feroce ed estesa persecuzione anticristiana che avrebbe mietuto oltre 100mile vittime e sarebbe stato guidato da un regime monopartitico capeggiato dal Partito Rivoluzionario Istituzionale in maniera autoritaria fino al 2000.

Porfirio Diaz, Presidente del Messico per due mandati, dal 29 novembre 1876 al 20 novembre 1880 e dal 1º dicembre 1884 al 25 maggio 1911.

Porfirio Diaz, Presidente del Messico per due mandati: dal 29 novembre 1876 al 20 novembre 1880 e dal 1º dicembre 1884 al 25 maggio 1911.

Alvaro Obregon, insediatosi alla presidenza nel 1920, fu colui che iniziò l’implementazione delle varie norme costituzionali anticlericali, tra cui il divieto per i sacerdoti di svolgere servizi religiosi al di fuori dei luoghi consacrati e l’imposizione di restrizioni con cui complicare l’accesso agli incarichi pubblici per i religiosi. Ad un anno dall’insediamento, fu compiuto un atto terroristico da parte di Luciano Perez che, dietro mandato governativo, con un ordigno tentò di far esplodere il mantello di Nostra Signora di Guadalupe, custodito nell’omonima basilica. Si trattò di un gesto dall’elevato significato simbolico, forse considerabile l’ufficiale dichiarazione di guerra al mondo cattolico da parte della classe politica plagiata dalla massoneria messicano-statunitense.

Comunque, la vera campagna d’odio iniziò nel 1924, sotto la presidenza di Plutarco Calles, affiliato alla massoneria e veemente anticattolico. I suoi tentativi di costruire una chiesa nazionale, allo scopo di limitare le interferenze del papato nella politica domestica, si convertirono rapidamente nell’esercizio di sradicare il cattolicesimo dalla società messicana e la legge Calles ne fu la prova più evidente. In base ad essa, i dipendenti statali furono obbligati a fare dichiarazione di apostasia, i preti costretti a sposarsi e privati del diritto di voto, d’indossare l’abito talare in luoghi pubblici e di criticare l’operato governativo, pena il carcere. Fu avviata una campagna di esproprio che portò alla chiusura di centinaia di monasteri, chiese e conventi. Furono centinaia i sacerdoti esiliati o espulsi con l’accusa d’aver violato la legge Calles.

La Vergine di Guadalupe

La Vergine di Guadalupe

Furono costituite delle milizie, dipendenti dal governo, con il compito di uccidere i preti più scomodi e seminare panico in occasione delle funzioni religiose, per indurre i fedeli a ridurre la loro presenza nelle chiese. Dei circa 4500 sacerdoti presenti in Messico nel 1926, nel 1934 ne sarebbero rimasti soltanto 335, dati governativi alla mano, rendendo impossibile celebrare messa in ben 17 stati messicani. La comunità cattolica, di concerto con papa Pio XI, reagì inizialmente in modo pacifico, attraverso marce e manifestazioni. Fu promossa una petizione per chiedere l’abolizione della legge Calles, firmata da oltre due milioni di persone, che rimase inascoltata. Fu operata una campagna di boicottaggio verso i prodotti realizzati da compagnie statali, come le sigarette, causando un forte calo dei consumi interni.

Papa Pio XI scrisse tre encicliche per denunciare la situazione religiosa messicana ed inviò dei diplomatici in missione segreta per spingere il governo ad allentare la morsa persecutoria, ma senza successo. Davanti al dilagare delle violenze delle milizie governative e della chiusura delle chiese per assenza di sacerdoti, perché uccisi od espulsi, e di fedeli, perché intimoriti, la chiesa cattolica messicana, d’accordo con il papato, decise di sospendere tutte le messe e chiudere le chiese a partire dal 1° agosto 1926: era l’inizio della clandestinità.

Alcuni cristeros del reggimento "Castañon"

Alcuni cristeros del reggimento “Castañon”

La comunità cattolica si spaccò in due fronti: i seguaci di pio XI, convinti che si potesse porre fine alla persecuzione mediante la disobbedienza civile e la non violenza di stampo thoureauniano, e i cristeros, convinti che la guerra fosse legittima anche da un punto di vista cristiano contro un governo praticante la violenza arbitraria e la tortura nei confronti di persone colpevoli di portare una croce e di predicare il discorso della montagna. Pio XI, ufficialmente, non appoggiò mai la causa cristera, essendo contrario ad una soluzione violenta alla questione, ma neanche la scoraggiò, ribadendo, nelle encicliche realizzate sul tema, il diritto degli uomini di vivere in piena libertà la fede, senza subire costrizioni.

Nella stessa massoneria messicana, tanto ostile al cattolicesimo quanto sostenitrice di Calles, si verificò una spaccatura. Enrique Gorostieta Velarde, massone, imprenditore ed ex militare, decise di unirsi ai cristeros nella lotta armata, denunciando la deriva autoritaria del governo e delle logge dato che il tradizionale anelo della massoneria nei secoli era stato la costruzione di una società giusta formata da individui liberi da costrizioni. Velarde riorganizzò efficacemente il movimento cristero, trasformandolo da un corpo di rivoltosi impegnati in atti di sabotaggio, imboscate e incursioni improvvisate, ad una vera e propria forza paramilitare capace di condurre una guerra sia asimmetrica che regolare costellata di notevoli vittorie contro l’esercito messicano, come durante la battaglia di Tepatitlan. Al grido di “¡Viva Cristo Rey!“, l’insurrezione diventò una guerra, ribattezzata la cristiada; il Messico ripiombò nel caos a dieci anni dalla fine della rivoluzione.

Particolarmente emblematico è il fatto che la cristiada non fu combattuta da un manipolo esiguo di fanatici, ma coinvolse ampi strati della popolazione e persone di ogni sesso ed età, dai bambini agli anziani, e interessò interi stati, in particolar modo quelli meridionali. Le donne presero parte pienamente alla guerra, sia fornendo rifugio e vitto ai cristeros, che formando milizie con cui fronteggiare le truppe governative, di cui la più famosa fu la Brigata di Giovanna d’Arco.

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Il 1928 fu anno di particolare importanza, non solo perché la brutale esecuzione di del Rio aveva accentuato il caos nel paese, ma perché Obregon, il 17 luglio, a pochi mesi dalla rielezione alla presidenza, fu ucciso da José de Leòn Toral, un militante cristero. L’omicidio del presidente spinse gli Stati Uniti, sino ad allora neutrali, ad intervenire per mezzo del proprio ambasciatore in Messico, Dwight Whitney Morrow.

Il presidente ad interim, Emilio Portes Gil, accettò la richiesta avanzata da Morrow, di porsi come mediatore tra il governo, il papato e i cristeros, per raggiungere un accordo di cessate il fuoco. Il 1929 furono stipulati i los arreglos, in base ai quali furono abrogate le norme più controverse della legislazione anticlericale e concessa l’immunità ai combattenti; la legge Calles fu mantenuta, ma con la promessa che il suo contenuto non sarebbe stato più applicato in futuro. Nel giugno dello stesso anno, le chiese riaprirono per celebrare messa. La guerra cristera proseguì, con minore intensità sino al 1934, fino alla conclusione definitiva del processo di pacificazione nazionale da parte del presidente Lazaro Cardenas, che stabilì relazioni amichevoli con la chiesa cattolica messicana e con il Vaticano, allentando ulteriormente la natura anticlericale del sistema legislativo, ma soprattutto, denunciò Calles in un discorso al congresso, accusandolo di aver perseguitato i cristiani del Messico e di aver costituito uno stato nello stato, il maximato. Nel 1936, Calles e 20 politici a lui legati, sulla base di queste accuse, furono condannati all’esilio e deportati negli Stati Uniti.

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Fino al 2000, anno del crollo del sistema politico incardinato sull’egemonia monopolistica del Partito Rivoluzionario Istituzionale, la cristiada è rimasta un argomento grosso modo sconosciuto all’estero, data la reticenza di politici, storici ed intellettuali a discuterne, ritenendo questo capitolo della storia messicana come un tabù. Vicente Fox, il vincitore delle elezioni del 2000, è stato uno dei pochi a parlare pubblicamente della cristiada e degli eventi occorsi nel paese dal dopo-rivoluzione alla presidenza di Cardenas. Nelle sue dichiarazioni, Fox accusò la massoneria di aver infiltrato il fronte costituzionalista, instillando nel regime post-rivoluzionario un’ideologia accanitamente anticlericale, e denunciò i crimini commessi dall’esercito in quegli anni, come l’apostasia forzata, le uccisioni di preti e la profanazione delle chiese.

Oggi la questione religiosa in Messico è risolta, ma la popolazione ancora ignora largamente il proprio passato e il ruolo giocato dalla massoneria dall’indipendenza al dopo-rivoluzione. I tentativi di estirpare la componente cattolica dall’identità nazionale sono morti insieme alla cristiada: la basilica di Guadalupe è il terzo santuario al mondo per numero di pellegrini, il mantello di Nostra Signora di Guadalupe è sopravvissuto all’attentato, il Messico ospita la seconda comunità di fedeli cattolici più numerosa del mondo dietro al Brasile, ma soprattutto, José Sanchez del Rio è stato elevato a titolo di santo della chiesa cattolica, entrando nella leggenda a soli 14 anni. Il martirio di del Rio non è solo la storia di un giovane ucciso da uno dei tanti regimi autoritari che hanno caratterizzato il Novecento, ma è un esempio di eroismo, di incredibile dedizione alla causa e di attaccamento ad un ideale. Una morte che dovrebbe essere insegnata nelle scuole, per far comprendere alle nuove generazioni che i diritti di cui godono oggi, per i quali poco o nulla manifestano davanti il loro smantellamento, sono stati conquistati a caro prezzo e dovrebbero essere perciò difesi con forza.