Pomeriggio d’estate a Pechino sotto un sole pallido e velato. Il cielo è grigio, l’aria immobile, afa. Rumori: la folla che urla, il borbottio del motore di un vecchio autocarro, le gazze gracchiano planando lente sul Tempio del Cielo. Il commissario di polizia tira su di un poco la manica della divisa verde, troppo larga, e guarda l’orologio. Il quadrante dice che sono le ore 17 esatte di venerdì 17 agosto 1951. Dal cassone dell’autocarro vengono fatti scendere due uomini con le mani legate dietro la schiena, due stranieri, due spie. Uno è giapponese, l’altro è italiano e si chiama Antonio Riva.

Silenzio: la folla si zittisce, l’autocarro si spegne, le gazze sono appollaiate sul Muro dell’Eco. Le guardie li spingono al centro di uno spiazzo non coltivato, uno dei pochi rimasti libero dagli orti, nella spianata del complesso taoista dove venivano gli imperatori, i figli del cielo, a pregare il loro padre celeste Tian e a invocare generosità e clemenza. Nel sacro edificio ci fu un tempo in cui si sacrificavano animali, in antiche liturgie di giada e braceri. Quei tempi sono finiti, una nuova divinità terrena ha scacciato i vecchi idoli; monoteismo rosso, il maoismo è tutto, l’imperatore Mao non discende dal cielo ma sale dal popolo. Ora il sacrificio è umano.
I due stranieri vengono fatti mettere in ginocchio, la testa è china verso la terra. Il boia estrae dalla fondina la lunga Mauser, vecchio ferro reduce da sfide contro signori della guerra, contro i giapponesi invasori, contro i nazionalisti. La pistola è puntata alla nuca. Un colpo secco, e prima del suo eco, un’altro sparo a coprire il rimbombo del precedente. I due condannati a morte cadono in avanti, faccia nella polvere, senza un lamento, esecuzione cinese. Le gazze spaventate si alzano di scatto in volo. Chi è l’italiano giustiziato?

Conosciamo Antonio Riva anni prima, in aria, tra le nuvole sopra la provincia di Treviso. Fronte del cielo, Prima guerra mondiale, giorno di Santo Stefano del 1917. La disfatta di Caporetto è ferita recente che brucia. Ai veivoli dell’austriaca k.u.k. Luftfahrtruppen  vengono a dare manforte i caccia e i bombardieri della Deutsche Luftstreitkräfte: i germanici hanno la superiorità di numero. Dall’altra parte della barricata, al Corpo Aeronautico Militare del Regno d’Italia sono affiancati i rinforzi britannici della RFC – Royal Flying Corps. I moderni cavalieri d’Europa duellano in alto in groppa a biblani, e al posto della lancia, le mitragliatrici Vickers.
I tedeschi sono furenti, si alzano in volo quella mattina del 26 dicembre come vespe impazzite. Il giorno prima, tre caccia canadesi Camel con alla testa l’asso William George “Billy” Barker, hanno attaccato la base dell’aviazione nemica di Motta di Livenza, hanno mitragliato il pranzo di Natale austriaco, piombo in regalo ai crucchi. §Biglietto di auguri della RFC ai colleghi nemici dell’Aviazione Imperiale:
“To the austrian flying corps from english RFC wishing you a very Merry Christmas”

I britannici rompono un tabù, a Natale non si è mai sparato, almeno tra aviatori. La regola non scritta, cavalleresca, è stracciata. E allora che sia spedizione punitiva! Strafexpedition!
Alle 9 del giorno seguente. Le vedette del campo di Istrana urlano: “Allarme, nemico in vista!” Ma il personale di terra e i piloti con le mani in tasca rispondono con pernacchie. Quello è Santo Stefano, non si fa la guerra quel giorno, si ozia; sarà uno scherzo dei ragazzi di vedetta. Ma un rumore inquietante si avvicina, un rombo da Est. Poggiamo anche noi gli occhi sul binocolo: merda! Quaranta aerei in avvicinamento in formazione da combattimento! Hanno le croci di ferro dipinte sulle carlinghe nere!
Inizia così la battaglia di Istrana, il più importante scontro aereo della Grande Guerra sul fronte italiano e c’è anche il ventunenne Antonio Riva lassù, ai comandi del suo Hanriot-Macchi HD.1, tra inseguimenti e picchiate, scariche di mitragliatrice e ali in fiamme. Duella e vince. Abbatte due ricognitori biposto DFW. Il suo palmarès è ora a tre vittorie, raggiungerà quota sette, guadagnando un posto di tutto rispetto nella classifica degli assi italiani.
La guerra finisce l’anno successivo, e rimessi gli abiti civili, Antonio torna in Cina, dov’era nato da mamma nobildonna veneta e da papà che lavorava nel commercio di sete a Shanghai. Aveva abbandonato il Celeste Impero per studiare a Firenze, e poi c’era stato il conflitto…
L’occasione gli viene data dal raid aeronautico Roma-Tokyo progettato nel 1919 da Gabriele D’Annunzio e dal poeta e Ardito Harukichi Shimoi, “camerata Samurai”. A lui il compito di allestire la pista d’atterraggio della tappa di Pechino. Non farà mai più rientro in Patria e inizia a lavorare  a Tientsin, importante snodo di merci e rappresentanze con sbocco Pacifico e dove c’è, piccola ma attiva, la Concessione Italiana, un fazzoletto d’Italia in Estremo Oriente, liberty e dèco,  piazza Regina Elena e casa del Fascio: una curiosa Viareggio sul Mar di Bohai.
Si rimbocca le maniche, come il padre sceglie anche lui una carriera nel commercio. Ma niente tessuti, la Asian Import Export Co. vende aerei militari. I suoi clienti sono i signori della guerra, divisi in feudi o cricche armate – Anhui, Zhili, Fengtian, per citare solo le più famose  – in feroce lotta tra loro per il potere centrale, preso poi da altri. Nel caos di molteplici guerre civili, c’è da guadagnare, e così Antonio fa, ne approfitta; oggi non parliamo di santi.
È un uomo intraprendente e stimato dagli altri connazionali, fonda la sezione cinese del Partito Nazionale Fascista, diviene responsabile della Missione militare aeronautica italiana e addestra i piloti dell’aviazione nazionalista di Chiang Kai-shek. Grazie ai buoni rapporti con Galeazzo Ciano, nel 1930 console a Shanghai, la popolarità di Riva presso la comunità italiana cresce di prestigio. Si sposa con un’americana, che gli dà quattro figli.

Il calendario corre veloce negli anni ’30; c’è il tempo per un ultimo giro di swing al consolato,  i signori in smoking bianco, le signore in lungo con scollature su schiene da vertigine, rapidi camerieri cinesi servono spumante Gancia, note finali dal grammofono, la musica cambia, finisce la festa. Scoppia un’altra guerra, ancora più globale e totale. I giapponesi sognano la “Sfera di co-prosperità della Grande Asia orientale”, ma perdono tutto. Il Generalissimo Chiang Kai-shek  “Cash my check – incassa il mio assegno”, sogna una Cina anticomunista sotto la sua autorità, ma viene battuto. Nel gennaio del 1949, i comunisti varcano la porta occidentale di Pechino.

“Viva Mao Zedong!” urlano dal gigantesco formicaio i nuovi seguaci, mentre il quattro volte grande capo, maestro, comandante supremo, timoniere, proclama dalla piazza Tienanmen la nascita della Repubblica Popolare. È l’alba del nuovo impero rosso. Riva si illude che il socialismo maoista fosse diverso da quello stalinista, ma è un abbaglio che dura poco.
Un giorno d’inizio autunno del 1950 arrivano i poliziotti. Irrompono a casa Riva, nel Vicolo della Dolce Pioggia, un nome poetico in una scena da film di spionaggio. Frugano tra i mobili e l’antiquariato esotico. Un ufficiale dichiara Li Andog, alias Antonio Riva, in arresto. Ma perché? Cosa ha fatto? Kafka in salsa agrodolce alla pechinese, un uomo è accusato di qualcosa che lui stesso ignora. Il perchè arriva dal tonfo secco di un pesante oggetto che cade sul pavimento. Un poliziotto arrampicato sulla libreria per setacciarla ha trovato qualcosa. È la canna consumata di un vecchio mortaio, residuato bellico dalla rivolta dei Boxer di 50 anni prima, un pezzo di ferro ormai inutile. Eccola, la prova del complotto!Le manette stringono i polsi del terrorista, via, in galera. Non è il solo, le jeep con le guardie in verde oliva corrono per le strade di Pechino, clacson pigiati a scostare biciclette e carretti.
Alla Nunziatura prendono in custodia Monsignor Tarcisio Martina, ex-Ardito e ora Prefetto apostolico. Nel giardino della missione cattolica saltano fuori altri pezzi arrugginiti del mortaio scoperto a casa Riva. Arrestano il giapponese Ryuchi Yamaguchi: deve rendere conto di una mappa di piazza Tienanmen, con misure, calcoli, appunti, cifre, è di sicuro la prova del piano per assassinare il grande leader Mao, durante il primo anniversario della nascita della Repubblica Popolare, il primo di ottobre! Maledetta spia giapponese vendicativa! Ma no!
Yamaguchi è un modesto rappresentante di pompe idrauliche, quelle linee disegnate sono solo tubi, non traiettorie balistiche. Ingabbiano anche il tedesco Walter Genthner, il libraio francese Henry Vetch, il funzionario doganale Quirino Vittorio Gerli con il suo impiegato cinese Ma Hsin.

L’accusa dice: sono spie al soldo degli americani, manovrati dal colonnello David Barrett attacché militare inviato da Washington a seguire le vicende cinesi prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Passano informazioni al nemico capitalista, e cosa più grave di tutte, hanno in testa di compiere un attentato eclatante durante la parata del primo ottobre usando un mortaio puntato contro la tribuna, per fare strage di Mao e dirigenti del partito. I congiurati sono italiani, un francese, un tedesco, un americano, un giapponese, un traditore cinese.
Quell’inchiesta pare una rivincita degli anni delle ingerenze straniere, delle prepotenze subite, quando il Celeste Impero era gigante corrotto, debole, decrepito e con le ossa marce. C’è la volontà di affermarsi nel mondo, di cercare rispetto mostrandosi inflessibili. Un nuovo corso è inaugurato, nessun forestiero potrà mai più prendersi certe libertà.
Aggiungiamo anche l’incandescente politica estera, con la guerra di Corea, dove i cinesi hanno parte attiva, e l’invasione del Tibet.
Insomma, una nuova grande potenza è nata, e i suoi non sono vagiti di neonato, ma ruggiti. Quella banda di stranieri sono innocenti? Poco importa, si vuole dare un monito internazionale. In realtà è tutta una montatura, una sceneggiata allestita persino male, ridicola con quel rottame di arma arrugginita, meno efficace di una cerbottana.
Nelle prigioni politiche: “Tu! Sporco fascista! Imperialista! Nemico del popolo!”, la tortura del sonno. Antonio viene interrogato e deve rimanere in piedi per ore di fronte alla scrivania dell’ispettore. Le stesse domande vengono ripetute come un disco rotto giorno dopo giorno, sempre uguali, un trapano per le orecchie. Le mani sono dietro la schiena, stritolate da manette medievali che atrofizzano. Il prigioniero umiliato può mangiare il suo rancio senza mani, con la faccia sulla scodella di riso, come un cane.
In cella va peggio, gli altri galeotti cinesi sono istruti sul caso, c’è una gerarchia della sopravvivenza dietro le sbarre. Antonio rimane in piedi, e attorno altri pulciosi prigionieri svuotati di umanità a sputargli in faccia, a sorreggerlo per non farlo accucciare in terra, a tenerlo sveglio, sempre. “Schifoso. Schifoso. Schifoso”. Un girotondo senza fine, disgraziati pidocchiosi obbligati ad essere aguzzini, in un cerchio giorno e notte di schiaffi e odio meccanizzato, ma che ore sono, forse c’è luce fuori oppure c’è buio, il prigioniero non lo sa, gli occhi sanguinano, i colori si sciolgono in monocromia grigia, la mente prima brucia poi si raffredda ammalata, esaurita, e attorno il movimento di figure sdentate dai contorni sempre più indefiniti, mostruosi, sbraitano la lezione del popolo.
Inquisizione rossa: “Confessa, porco!” Tutti confesserebbero il peggior delitto, tutti noi confesseremmo di essere l’Anticristo. Anche Antonio confessa. Sì, sì, d’accordo, come vogliono loro, è stato spia dei giapponesi prima e ora degli americani. Ma per pietà, basta.

Il tribunale emette la sua sentenza, inappellabile. Gli imputati sono colpevoli di aver cospirato contro la Repubblica Popolare e contro il suo capo. Agitatori. Spie. È gravissimo. È inaccettabile. La punizione deve essere un esempio e una prova di forza davanti al mondo. Ma è una bugia di stato, una menzogna assassina. Antonio Riva e Ryuchi Yamaguchi sono condannati a morte. La loro unica colpa, essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo.
In Italia, sdegno, ma contenuto, non c’è rilevanza né memoria. All’epoca, il governo cinese non è da noi riconosciuto, quindi nessuna vigorosa protesta ufficiale viene fatta. “Una dolorosa impressione”. È l’unico sentimento istituzionale sulla vicenda. Non si aggiunge altro, faccenda scomoda, meglio dimenticarci di Antonio Riva,  e di quel colpo di pistola al Tempio del Cielo.

Testo di riferimento: Barbara Alighiero, L’uomo che doveva uccidere Mao, Excelsior 1881.