Sedersi sotto lo stesso portico di marmo, riconoscersi nelle differenze, di lingue ed etnie, ma inquadrarsi al contempo in un solido e strutturato impianto di leggi e diritti che vanno a permeare tutta la società. Un mondo che, similmente ad un mandala, si tinge di mille colori per manifestarsi in un unicum di vitale importanza per il genere umano. Questo significava essere togati, cittadini di Roma dall’epoca della fondazione fino alla Constitutio Antoniniana voluta da Lucio Settimio Bassiano, detto Caracalla, nel 212 p.e.v. Editto di straordinaria importanza per le sorti della cittadinanza. Già in piena epoca Repubblicana furono promulgate leggi per estendere i diritti del Civis ai popoli Italici, ultimi furono gli abitanti della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, mentre alcuni territori al di fuori dell’Italia, come l’Acaia, l’Africa Proconsolare, la Gallia Narbonense e la Spagna Baetica, si sarebbero presto immesse sulla buona strada della romanizzazione. Augusto nel suo vasto programma di riforme, diede vita alla prima Italia unificata a livello strettamente peninsulare, suddividendola in undici Regiones, inoltre condivise almeno formalmente il potere con il Senato, instaurando due diverse tipologie di province. Le imperiali, rette da un Procurator o un Legatus, i cui territori necessitavano di attenzioni militari ed erano quindi muniti di fortilizi legionari stabili, poi vi erano quelle senatorie, ovvero i territori annessi già fra il III e il II secolo a.e.v. in modo durevole e rette da un Proconsul. Quando sentiamo parlare di Imperatori non Italici o non Romani siamo legittimati il più delle volte a contraddire il favellante: casi in questione possono essere quelli di Traiano e Adriano, due illustri Principi entrambi nati fuori dall’Italia, ma de facto Italici e di conseguenza già Romani da un pezzo. Marco Ulpio Traiano nacque da padre omonimo originario dell’Umbria e successivamente insediatosi ad Italica, non molto distante dall’attuale Siviglia, mentre Publio Elio Adriano, già imparentato con Traiano aveva le sue ascendenze in Abruzzo pur essendo anche lui nato ad Italica. Fu infatti durante la seconda guerra punica, che nel 206 a.e.v. Publio Cornelio Scipione detto l’Africano fondò questa località nella Baetica, divenuta subito centro focale della romanità ispanica, accogliendo le Gens Ulpia ed Elia, le quali pur divenendo provinciali, rimasero strettamente legate alla loro terra d’origine e mantennero il rango senatorio.

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Tondo ligneo dei due fratelli. Il ritratto funerario venne ritrovato nell’Oasi del Fayyum in Egitto e risale circa al III secolo p.e.v.

Siamo agli albori dei concetti di Ius Soli e Ius Sanguinis. Dalla fondazione fino all’editto di Caracalla era il sangue a predominare sul suolo, solo dopo sarebbe stata la terra a garantire i privilegi del Civis. In realtà sia il sangue che il suolo, come lo stesso Ius Latii, contarono relativamente a livello concettuale, ciò che veramente conferì valore all’individuo fu il costume degli avi, ovvero il Mos Maiorum e onde questo non fosse bastato vi erano il sincretismo religioso, la possibilità di guadagnarsi la cittadinanza tramite meriti e imprese civili o con il più noto servizio militare. Peculiare è il sistema di concessione della cittadinanza alla nascita secondo il giurista Gaio, il quale ci espone le svariate e complesse casistiche, tutte dovute allo stato civile e alle origini dei genitori. Il cardine di questo sistema rimaneva la legge, pilastro che si innestava direttamente nell’idea universale di Roma, civilizzatrice e pacificatrice. Con l’estensione della cittadinanza a tutti i residenti entro i confini dell’Impero, quattro secoli circa dopo la creazione delle prime province fuori dall’Italia, da un lato si andavano a garantire i diritti del Civis al Peregrinus, il quale pur essendo un cittadino libero e nel teorico paradosso più pio dei cittadini stessi, non era ancora giuridicamente Romano; dall’altro canto se ne acquisivano i doveri, come il pagamento delle imposte e delle tasse comuni, divenute ancor più vitali per il sostentamento dell’esercito e degli esigenti pretoriani.

Questo fu il tassello basilare dell’Impero del Dominus ac Deus Lucio Settimio Severo, padre di Caracalla, primo della Dinastia dei Severi e iniziatore del sistema di governo successivamente noto come Dominato. Più cittadini vi saranno, più danari entreranno nell’erario si pensò, ed effettivamente il concetto non mancò di funzionare. Lo stesso Settimio Severo sul letto di morte ad Eboracum, l’attuale York in Inghilterra, invitò i suoi successori a concentrarsi sul pagamento dei soldati e a tralasciare il resto. Si posero così le basi per il graduale strapotere delle legioni, queste ultime daranno poi vita al caotico periodo dell’anarchia militare, scintilla della futura tetrarchia. Non sorprende scoprire che Settimio Severo provenisse dalla bellissima Leptis Magna nell’Africa Proconsolare, l’attuale Libia, che da parte di padre fosse berbero e punico, mentre da parte di madre originario del Lazio. I suoi figli invece, Caracalla e Geta, aggiunsero al loro corredo quello della madre Giulia Domna, nata nell’antica Emesa, l’attuale Homs in Siria.

Dai Severi in poi il mondo Romano comprese tutto il suo areale geografico, persino le differenze di rango vennero gradualmente piallate grazie alla sempre più forte pluralità di etnie ed estrazioni sociali presenti soprattutto nelle potentissime coorti pretoriane, le quali andranno a formare nel bene e nel male, per i successivi settant’anni, il maggiore organo decisionale dell’Impero. Solo l’intransigente popolo di Giudea non volle inquadrarsi in questo sistema politico e sociale, anzi, la sua dogmaticità lo condusse per ben tre volte a pesantissime guerre che lo vide in tutti i casi sconfitto, sottomesso ed umiliato. A nulla servirono i tentativi Adrianei di sincretizzazione dei due mondi a livello culturale e religioso, egli infatti vietando l’usanza della circoncisione scatenò l’ira degli Ebrei, nell’ennesimo sgomento generale di tutto il bacino mediterraneo. 

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Il Tondo Severiano, raffigurante l’Imperatore Settimio Severo, sua moglie Giulia Domna e i figli Caracalla e Geta, quest’ultimo palesemente cancellato successivamente alla damnatio memoriae. Tale ritratto veniva prodotto su vasta scala per essere esposto negli edifici ed uffici pubblici.

Non bastò la distruzione del Tempio di Gerusalemme ad opera di Tito nel 70 p.e.v. Che Adriano, poco più di sessant’anni dopo, dovette soffocare l’ultima ribellione messianica nel sangue, radendo al suolo ciò che era rimasto di Gerusalemme e rinominandola Aelia Capitolina. Come se non bastasse, cambiò il nome della Provincia da Iudea a Syria Palestina. Ad oggi, Adriano viene ancora considerato un mostro dalle svariate comunità ebraiche nel mondo. Imperatori come Massimino il Trace, di padre goto e madre alana, Filippo l’Arabo, Traiano Decio, di rango senatorio, nato a Sirmio in Serbia ma di origini Italiche, Emiliano, nato sull’isola di Gerba in Tunisia e la vasta sequela di imperatori militari, ci dimostrano nuovamente come la romanità non fosse rilegata a concetti di razza, bensì di leggi ed etiche ben precise, sfaldatesi poi con il prolungarsi della crisi economica, demografica e religiosa. La Serbia diede vita, in vista del già trascorso EXPO di Milano, agli “Itinerari degli Imperatori Romani”, avendo dato i natali a ben diciotto di essi, tuttavia noi tendiamo solamente a ricordarci di questo paese come teatro di una guerra e non come culla di statisti. Nel resto del mondo la romanità viene osannata e invidiata, in tutti i paesi dove sono stati lasciati reperti, dal pezzo di marmo fino al tempio, ci si precipita felicemente verso la valorizzazione e gli abitanti stessi sono fieri di definirsi discendenti del comune popolo. È nei ritratti del Fayyum, nei volti marmorei di Palmira, nei cippi funerari in Germania e nei busti dei Musei Capitolini che possiamo riconoscere la nostra comune origine, un’antica ascendenza che oggi, soprattutto in certi salottini malaticci, freddi e piatti, viene strenuamente osteggiata e disprezzata. Soprattutto un paese europeo, di non piccola importanza, dalla curiosa forma a stivale, continua a fare l’“Animula vagula blandula” tanto cara ad Adriano. Caro lettore, osserva la tua immagine nello specchio e fatti la domanda: “Sono un cittadino Romano?” la risposta non è una, sentiti però sicuro di partire da una base di non poco conto. Non è il calcio, non è la religione cattolica, non è il tuo lavoro, bensì la tua illustre origine. Non ti resta che riscoprirla.