Incipit di date, di luoghi, di panorami, di vagoni ferroviari, di animali, di azioni e di uomini: 15 novembre dell’anno 1899, Sud Africa, regione sudorientale del KwaZulu-Natal, al di sotto del Tropico del Capricorno, là dove i Monti dei Draghi Drakensberg declinano nella savana, pianura giallo-verde che arriva fino a bagnarsi nell’Oceano Indiano, l’alba d’Africa è palcoscenico per il grande sole color ambra, un treno corazzato scorre sbuffando in perlustrazione verso nord, da Estcourt verso Ladysmith assediata, le sagome di tre guerrieri Zulu di spalle con le loro zagaglie e scudi ovali di pelle di mucca guardano lo spettacolo mattutino di quel mostruoso e gigantesco serpente di ferro che sputa vapore grigio, lo sferragliare del treno sveglia una famiglia di leoni, ruggiscono adirati, sosta tecnica del convoglio a Chieveley, poi una scossa scenica, sbucano uomini armati, la locomotiva tenta la retro per tagliare lesta la corda, ma deragliamento improvviso, il treno inchioda brusco, i passeggeri picchiano la testa, un vagone si rovescia e dentro tutti si rompono, è un’imboscata, alarm! all men to arms! fire at will!, spari dalla savana, spari dai finestrini e dalle feritoie, i brits scendono dal treno per tentare di liberare i binari ma i cavalieri nemici li sono addosso, li circondano e i brits gettano i fucili e s’arrendono.

Un giornalista con l’uniforme di cavalleria del South African Light Horseviene stanato da sotto un vagone. Un dialogo tra due uomini, brevissimo, parole taglienti e secche che ci introducono l’eccezionalità della nostra avventura:

 “Mani in alto! Lei è prigioniero della Legione Volontaria Italiana! Nome e generalità, prego!”

 “Winston Spencer Churchill, giornalista.”

 Fermi tutti, noi e loro. Abbiamo cliccato il tasto pausa nel registratore storico e anche i due uomini della scena sono adesso immobilizzati, uno in piedi con il revolver puntato all’altro giovane, pallido, con la pelle flaccida e fradicio di sudore. Ripetiamo il cognome di quel giornalista con il ciuffo rosso spettinato in aria e le mani in alto: Churchill. Sappiamo chi è, sappiamo la sua importanza nei fatti storici del mondo novecentesco. L’uomo con il revolver, invece, ha un nome di certo meno famoso. Si chiama Camillo Ricchiardi, ed è italiano. Camillo non è uomo comune. Personaggio d’azione, insegue con passione rocambolesca l’avventura esotica. Nasce ad Alba, nel cuore delle Langhe tra le meravigliose colline piemontesi e i suoi ricchi vigneti, nel 1865. Dalla cittadina langarola inizia il suo romanzo biografico e terreno. Da cadetto dell’Accademia Militare diventa poi cavaliere: sottotenente alla scuola di Pinerolo, e in seguito tenente nel reggimento Piemonte Cavalleria. Sotto le armi del Regno, il tenente conosce Gerolamo Emilio Gerini, un colonnello che lo travia all’avventura, proponendogli di lasciare l’Italia per nuove, lontane imprese.

Onore e gloria sono forse le due divinità ispiratrici del giovane ufficiale che raggiunge il colonnello in Estremo Oriente, a Bangkok, la capitale nel Regno del Siam. Girolamo Gerimi è a quel tempo Direttore Generale dell’istruzione militare dell’esercito di Re Rama V e sotto la sua egida Camillo riceve l’incarico di consigliere militare per modernizzare e istruire le truppe siamesi. È in gamba Camillo, Rama V, “il grande ed amato re” gli affida la responsabilità dell’educazione militare di uno dei suoi figli. L’ottocento volge alla fine e immaginiamoci quell’esperienza thailandese come un mix colorato di antichi e sconosciuti cerimoniali, complessi sacri dove siedono Buddha di Smeraldo, palazzi reali dai tetti d’oro, giardini dai mille fiori, e parate militari con elefanti e divise bianche. Ricchiardi, ora una sorta di mercenario di alto livello, fa carriera, si conquista la stima degli alti ufficiali siamesi e della monarchia, lo inviano come primo rappresentante del Regno del Siam all’Esposizione Universale di Chicago nel 1893 – World’s Fair: Colombian Exposition, fiera in onore di Cristoforo Colombo per commemorare i 400 anni della scoperta dell’America. Perbacco, Camillo non è solo personaggio alla Corto Maltese, viaggiatore in armi, avventuriero e diplomatico; oltre ad essere dotato di ottima spada, possiede pure una buona penna e ultimata l’esperienza thai, viaggia come corrispondente di quotidiani occidentali prima nella guerra in Manciuria tra i russi e i giapponesi, poi nella campagna italiana in Etiopia nel 1895-96, culminata male nel truculento disastro di Adua.

Il capitolo successivo della vita del turbolento piemontese si svolge più a sud, nelle Filippine. Nel 1898 Camillo si trova in eleganti abiti civili a Shanghai come funzionario commerciale dell’Unione Industriali Italiani, non più in uniforme ma in completo lino kaki di sartoria. Si può credere, e a ragione, che per il nostro eroe albese la vita borghese non sia troppo amata e ci mette poco a ad indossare di nuovo la divisa, da mercenario, per soldi, sicuro, ma anche per soddisfare quell’incolmabile e frenetica voglia di imprese, di azione, di sfide. Raggiunge le truppe indipendentiste del generale Emilio Aguinaldo, impegnato nella lotta contro la Spagna, secolare e decaduta padrona coloniale dell’arcipelago filippino. E sono mesi di battaglie tropicali e agguati nella giungla umida; a lottare in un primo tempo contro la fanteria di Madrid, prossima a fare le valigie sconfitta, e successivamente, contro i marines americani, inviati come braccio armato della nuova potenza a stelle e strisce dell’Oceano Pacifico, desiderosa di scalzare i vecchi colonialisti dal comando dell’area e d’imporsi nelle faccende del Pacifico tutto.

La sete di avventura non è placata; da Manila, il nostro amico avventuriero si imbarca con rotta verso il Sudafrica, diviso nelle repubbliche boere del Natal, d’Orange e del Transvaal, minacciate dalle giubbe rosse inglesi. Londra è avida, ha in pugno il pianeta, non le basta, le luccicano gli occhi al pensiero di avere il potere continentale da Alessandria d’Egitto fino a Capetown e di mettere le zampe sopra le miniere d’oro del Rand e i giacimenti di diamanti di Kimberly tra i fiumi Vaal e Orange; fa anche la sua parte nella crisi Cecil Rhodes, ricchissimo affarista e filibustiere di terra, padrone della nota multinazionale De Beers, imperialista e capitalista britannico senza scrupoli. Cecil guarda il cielo africano, guarda le stelle, sospira, chissà quante ricchezze lassù, se potesse le annetterebbe tutte all’Impero. Nella seconda guerra boera a cavallo dei due secoli – tramonto dell’ottocento, alba del novecento – Ricchiardi, con il grado di colonnello forma la Legione Volontaria Italiana, su modello di altre formazioni anologhe di volontari europei. È una formazione guerrigliera composta da alcune centinaia di immigrati italiani, e qualche militare del Regio Esercito arruolato a titolo personale, per simpatie con la causa nazionalista afrikaans e in nome della solidarietà fra popoli oppressi da potenze straniere, di eredità risorgimentale. Pochi, ma validi. Sono i kommando della prateria.

Ottimi esploratori. Scouts esperti. Cecchini di prim’ordine. Cavalieri eccezionali, pizzicano e fuggono, attaccano fulminei e si ritirano veloci come il vento, uccidono e spariscono. Ma sono anche bombaroli di provata esperienza dinamitarda: diversi gli ex operai del dinamitificio nel sobborgo Modderfontein di Johannesburg, di origine piemontese e precedentemente lavoratori nella fabbrica di esplosivi Nobel di Avigliana, in provincia di Torino, all’ombra della solenne ed incantevole Sacra di San Michele in Val di Susa. Gente che sa confezionare dei bei botti; artigiani sabaudi della nitroglicerina. Quando i treni del nemico, carichi di caschi coloniali bianchi, si avvicinano ai ponti …boooom! Rotaie e vagoni, uomini e cavalli, finiscono per aria, scassati. Ad Olifantsfontein una carica sbriciola il ponte, la Legione lascia un cartello al comandante in capo dell’esercito britannico in Sudafrica, Lord Frederick “Bobs” Roberts:

 “Verremo presto nuovamente a trovarti. Dì ai tuoi soldati di non dormire tanto. Legione Italiana.”

Guerra asimmetrica, colpi di mano, imboscate, sabotaggio, attentati con le bombe … il metodo di lotta della guerriglia, così presente in tanti conflitti del XX secolo, ha in Sudafrica la sua origine moderna. I kommando italiani della Legione Volontaria si distinguono per mimetizzazione, ricognizione, velocità, audacia, il loro comandante indiscusso è il kommandant Camillo, ufficiale e gentiluomo d’altri tempi, che si adopera per raccogliere gli effetti personali dei nemici uccisi, e spedirli alle famiglie insieme ad una lettera di condoglianze. Durante la battaglia di Colenso, dove ingenti forze britanniche tentano inutilmente di rompere l’assedio boero alla città di Ladysmith, il kommandant viene ferito. Nell’ospedale di Pretoria, le vicende africane di cappa e spada, danno spazio anche all’amore. Qui conosce Myra Joubert, nipote del presidente della Repubblica del Transvaal Paul Kruger detto Oom Paul – Zio Paul. Quando prima della guerra vengono scoperti gli immensi filoni auriferi nelle terre da lui governate,  Zio Paul dice:

 “Non gioite per l’oro, boeri del Transvaal, ma piangete, perché questo porterà la nostra terra ad inzupparsi di sangue.”

Camillo e la nipote Myra si sposeranno in Costa Azzurra, quando tutto in Sudafrica è ormai perduto. Ma questa avvincente biografia ha il suo culmine il 15 novembre 1899, e allora torniamo a quel giorno, nel veld del KwaZulu-Natal, prateria sudafricana tagliata dalla ferrovia, punto X spazio-temporale di massimo interesse nella caccia al nostro tesoro storico. Un treno arranca tra la polvere di una regione disabitata, teatro di scontri feroci tra le due fazioni in lotta. La locomotiva deraglia: sabotaggio alle rotaie. Spuntano diavoli a cavallo che sparano come forsennati sui vagoni fermi ben carichi di soldati irlandesi dei Royal Dublin Fusiliers e coloniali della Durban Light Infantry; lo scontro è violento ma breve, dai finestrini volano arresi in terra i fucili. I prigionieri con le mani in alto sono radunati, perquisiti, interrogati brevemente sulle loro generalità. Un giovane inviato di guerra del Morning Post viene pizzicato sotto un vagone. Prima di farsi arrestare, riesce a gettare nei cespugli la sua pistola semiautomatica Mauser. Non fa a tempo però a disfarsi di due caricatori contenenti cattivissime pallottole dum-dum a punta cava: quelle piccole bastarde provocano delle ferite orrende e definitive. La Convenzione dell’Aia ha giudicato l’utilizzo di quei proiettili ad espansione come un crimine di guerra. Il giornalista ventenne rischia grosso. Con quell’equipaggiamento è difficile credere che sia un semplice reporter, è ben più plausibile che si tratti di una spia. Già un plotone di esecuzione si prepara a riempirlo di piombo sul posto, quando l’intervento del colonnello Ricchiardi salva la vita al ragazzo.

 “E queste cosa sono?”

 “Non so, le ho appena raccattate da terra.”

Mente spudorato il ragazzo, che dice di essere un inviato di guerra, nulla più, e Camillo finge di credergli, chiude un occhio anzi due su quelle infami pallottole dum-dum, si limita ad arrestarlo. Quel giovanotto miracolato è Winston Churchill, futuro bulldog dell’Impero britannico. Quando diviene premier ben si guarda nelle sue memorie di raccontare l’episodio; forse si vergogna di esser caduto prigioniero e salvato per mano italiana. Ci chiediamo come sarebbe stata la storia della seconda guerra mondiale, e quindi dell’umanità intera, se quel giorno nella selvaggia regione del Natal, Camillo Ricchiardi fosse stato meno indulgente.