A chi non è mai capitato, quando si era più giovani e vincolati da impegni scolastici, di andare in gita nelle località rustiche o boschive attorno alla propria comunità urbana più o meno estesa? Il nostro paese infatti è, come molti ripetono a mo’ di mantra – e a buon titolo – un museo a cielo aperto. Il Lazio, come moltissime altre regioni, risulta essere una vera e propria distesa di beni archeologici e culturali, molti riscoperti, altri ancora in attesa di rivedere la luce. Fu grazie all’archeologo ed etruscologo umbro Raniero Mengarelli che, tra il 1909 e il 1936, venne iniziata una vasta operazione di scavi e di recuperi sotto l’attenta egida statale dell’epoca. Dopo una parentesi d’abbandono, solo negli anni sessanta si decise di riportare in sicurezza la vasta area. Siamo alle prese con uno dei più estesi siti funerari d’Europa, risalente, nelle sue fasi più antiche, al periodo villanoviano – incinerazione del IX secolo a.e.v. – fino al periodo della tarda età etrusca – inumazione del III secolo a.e.v. –  un complesso monumentale formato da tombe a tumulo e a dado vitali per la comprensione del mondo quotidiano di uno dei popoli più antichi ed affascinanti della storia.

Mappa della Necropoli della Banditaccia. Si notino i grandi tumuli circolari dotati di più camere e le tombe a dado allineate: solo una porzione di essa è sotto la protezione del MiBACT, le restanti aree, comunali, sono vittime dell'abusivismo e dei tombaroli. L'UNESCO, ahinoi, serve a ben poco

Mappa della Necropoli della Banditaccia. Si notino i grandi tumuli circolari dotati di più camere e le tombe a dado allineate: solo una porzione di essa è sotto la protezione del MiBACT, le restanti aree, comunali, sono vittime dell’abusivismo e dei tombaroli. L’UNESCO, ahinoi, serve a ben poco

Oggi, solo una minima parte dell’area è sotto una sicura protezione statale, Un abbondante 80% del territorio, invece, è ancora campo di contesa fra tombaroli ed abusivi, il tutto sotto il vispo occhio comunale: apprendiamo così dell’immensità del sito e dei reperti che ancora, dopo millenni, potrebbe riservare ancora. L’Italia, come la Grecia e molte altre aree d’antica gloria, erano già state abbondantemente depredate da francesi, inglesi, tedeschi ed in parte austriaci; solo in tal senso, possiamo già affermare che l’unità nazionale, nonostante gli immensi errori commessi e la sua natura deformata, tentò ad ogni modo di creare o ridonare una nuova “identità” comunitaria, basandosi proprio sullo sforzo archeologico. Tuttavia, dramma e meraviglia inevitabile ed imprescindibile di noi, popoli della cultura tellurica e marina, dei viaggi e delle scoperte, gente di fondazione e di commercio, rimane ancora oggi l’essere psicologicamente ed eticamente impossibilitati a saperci occupare in modo completo ed efficiente del nostro immenso patrimonio.

Cratere di Sarpedonte: modellato dal ceramista Euxitheos e dipinto dal ceramografo Eufronio intorno alla fine del VI secolo a.e.v. rimane ad oggi uno dei più elaborati e ben conservati vasi del filone delle figure rosse. Strappato agli archeologi dalle attività tombarole nel 1971, il cratere venne venduto al MET di New York. Dopo innumerevoli peripezie l'artefatto tornò in Italia nel 2009 all'interno del Museo nazionale etrusco di Villa Giulia di Roma, per poi essere spostato definitivamente all'interno del Museo Archeologico Nazionale di Cerveteri nel febbrraio del 2015, in occasione del decennale del riconoscimento UNESCO della Necropoli della Banditaccia. La scena principale rappresenta la morte di Sarpedonte, figlio del Dio Zeus e di Laodamia, all’interno di un contesto riconducibile all’Iliade di Omero: Thanatos, Hypnos ed Hermes provvedono al trasporto del corpo via dal campo di battaglia

Cratere di Sarpedonte: modellato dal ceramista Euxitheos e dipinto dal ceramografo Eufronio intorno alla fine del VI secolo a.e.v. rimane ad oggi uno dei più elaborati e ben conservati vasi del filone delle figure rosse. La scena principale rappresenta la morte di Sarpedonte, figlio del Dio Zeus e di Laodamia, all’interno di un contesto riconducibile all’Iliade di Omero: Thanatos, Hypnos ed Hermes provvedono al trasporto del corpo via dal campo di battaglia

Si ritorna sempre al solito, tristo concetto del chi ha il pane, non ha i denti; d’altro canto, se da una parte gli inglesi, i tedeschi o più in generale gli anglosassoni hanno poco o niente – e quel che hanno lo devono esclusivamente ad altri popoli – non c’è da stupirsi nel vedere il Partenone al British Museum, guide turistiche girovagare lungo il Vallo Adriano, o il perfetto stato di conservazione del castrum traianeo di Xanten nel distretto governativo di Düsseldorf. Prima di costruire una più ponderata analisi sulla questione culturale europea, gioverebbe analizzare le realtà di tremila anni addietro.

Particolare del sarcofago degli sposi, risalente al VI secolo a.e.v. e ritrovato durante i primi scavi effettuati nell'ottocento: la scultura funeraria in terracotta parifica socialmente e simbolicamente la figura dell'uomo e della donna, quest'ultima detentrice di un grande potere all'interno della società etrusca. I due sono distesi sul triclinio - klinê - intenti a consumare un banchetto negli inferi a base di frutta ed arance. Nelle acconciature e nei volti espressivi di questa meravigliosa coppia, intravediamo il certo passato, il difficile presente e l'incerto futuro dell'Italia e dell'Europa

Particolare del sarcofago degli sposi, risalente al VI secolo a.e.v. e ritrovato durante i primi scavi effettuati nell’Ottocento: la scultura funeraria in terracotta parifica socialmente e simbolicamente la figura dell’uomo e della donna, quest’ultima detentrice di un grande potere all’interno della società etrusca. Nelle acconciature e nei volti espressivi di questa meravigliosa coppia, intravediamo il certo passato, il difficile presente e l’incerto futuro dell’Italia e dell’Europa

Per capire un sito come quello della Banditaccia, con i suoi reperti e le sue strutture, dobbiamo entrare in un’ottica di pensiero distante da quelle odierne; certo, le costanti esistenziali, pur rimanendo immutate nei tempi, assumevano in antichità un valore completamente diverso. Il mondo, o almeno, una prima vera e propria idea ecumenicamente valoriale, ce la conferiscono le πόλεις greche, le quali, nelle loro innumerevoli sfaccettature sociali, politiche e religiose, andranno dapprima ad adottare elementi delle immense civiltà vicino orientali ed egizie e quindi, dopo averle metabolizzate e rielaborate efficacemente per i loro costumi, le andranno a trapuntare nell’iconografia, donando così al mediterraneo una primigenia forma culturale collettiva.

Senza soffermarci sulla questione dei grandi eroi eponimi, delle prime fasi delle colonizzazioni greche, delle realtà italiote o della contrapposizione fra mondo greco e barbaro, ci basterà capire come il frangente culturale mediterraneo europeo, al di là di posizioni politiche ed economiche, abbia una solida base unitaria: il mito

Da Osiride ad Iside, da Gilgamesh fino ai racconti minoico-micenei per giungere poi agli immancabili testi omerici, l’occidente e l’oriente si ritrovano indissolubilmente legati fra loro e pertanto, giungono a convivere in una spiritualità affine, un apparato mistico e simbolico incontratosi più volte e in fasi di differenti levature. Cos’hanno dunque la Banditaccia e il Museo Nazionale Cerite da spartire con il mondo greco? Lapalissiana è da una parte la risposta economica: Corinto ed Atene furono grandi esportatrici di quel vasellame di cui oggi, fortunatamente, riempiamo i nostri musei dal Veneto fino alla Sicilia, artefatti che consideriamo inestimabili, quando in tempi remoti altro non erano che oggetti senza dubbio di pregevole valore e qualità, ma rilegati all’uso comune. Proprio per tale natura quotidiana dell’oggetto, sfociamo nuovamente nella religione e nel mito. Passata idealmente la fase geometrica ed orientalizzante, riconosciamo nell’arte vascolare fra il VII ed il V secolo – riccamente esposta nel piccolo e meraviglioso museo Nazionale Cerite – la massima fioritura della cultura unitaria mediterranea.

Particolare visuale della tomba dei rilievi della Banditaccia: grazie a questa camera funeraria ancora parzialmente policroma, zeppa di oggetti rappresentati appunto a rilievo, oggi possiamo ricostruire molto della vita e della abitudini degli etruschi. Da notare il fregio in fondo alla sala, raffigurante un Demone mezzo uomo e mezzo serpentiforme assieme a Cerbero. Il mondo dei vivi si è qui fuso con quello ctonio degli inferi

Particolare visuale della tomba dei rilievi della Banditaccia: grazie a questa camera funeraria ancora parzialmente policroma, zeppa di oggetti rappresentati appunto a rilievo, oggi possiamo ricostruire molto della vita e della abitudini degli etruschi

Il concetto eroico greco, di un mondo fondato su valori terreni ben radicati nell’ambito sociale, si intrecciano magistralmente con la sfera trascendentale e divina: dalla Teogonia di Esiodo fino all’Iliade e l’Odissea, il colosso mitologico divenne collante etico e spirituale per vasta parte del mondo all’ora conosciuto; parliamo di una composizione cosmogonica perfettamente sincretizzabile con innumerevoli altre realtà spirituali – fra cui quella sumera – da cui, probabilmente, si fece anche utile riferimento. Prendendo per assodata e certa la teoria di Erodoto che vede gli Etruschi provenire dall’Asia Minore lidio-anatolica, l’analisi storico-culturale assume caratteri elementari e palesi: in qualità di popolo del mare, i Tirreni, ovvero gli Etruschi, divengono ponte e traghetto fra plurime culture, allacciando in modo perpetuo il mondo levantino-mesopotamico a quello italico-celtico, dunque, per forza di cose, anche quello greco.

Gli Etruschi diventano quindi il perno simbolico e concreto della futura egemonia quirina, una realtà che andrà ad amalgamare nel modo più coerente possibile quelle due anime gemelle facili al battibecco politico quanto all’interscambio economico e culturale

Roma, senza alcun caso di mezzo, si basa su tre anime valoriali e culturali nate separatamente, ma poi unitesi con il tempo in un unico possente blocco: una italica indigena, una pelasgica etrusca ed una greca orientalizzante. E come i doni, fondamentali in una società come quella greca, proprio gli Etruschi di Caisra Άγυλλα – rispettivamente il nome etrusco e greco di Cerveteri – furono gli unici a ricevere il privilegio di poter creare un θησαυρός a Delfi, chiamato poi “Tesoro degli Agillei” e dedicato ad Apollo Pizio, l’Aplu delle loro terre. Non stupisce inoltre il punto linguistico: la base grammaticale, fra Fenici ed Etruschi, trova ulteriore sviluppo in quella greca. Ancora una volta, come già visto, saranno i popoli del mediterraneo ad istruire le fiere tribù nordiche. Quando passeggiamo fra i tumuli funerari della Banditaccia, non possiamo non ricordarci delle tombe micenee dai lunghi δρόμοι e se pensiamo ai micenei, ci ricorderemo della buona morte sotto le fauci dei possenti leoni d’oriente, dei μέγαρον sulle alte rocche e dei sofisticati quanto misteriosi cretesi.

Negli occhi e nei sorrisi arcaici delle sculture in terracotta dei nostri meravigliosi musei, riconosciamo quella comune cultura che ci ha unito nell’etica eroica del mito atemporale e spirituale; oggi paradossalmente, ci ritroviamo uniti dalle ricchezze archeologiche mal gestite e da apparenti difficoltà economiche strutturali, senza contare il terribile e soffocante lassismo degli oramai stanchi stati mediterranei. Ma se c’è un punto da cui dobbiamo ripartire sono proprio i nostri siti archeologici e i nostri musei, poiché essi sono ancor più platealmente la statica e lugubre immagine del rifiuto di un futuro vivo e certo, di un mondo piegato a logiche globalizzanti e opprimenti a cui bisogna rispondere con un dirompente e ruggente “No!”.

La Banditaccia, con le sue atmosfere fiabesche, disperse negli eoni e la sua potente carica religiosa, non solo ci induce a pensare a ciò che eravamo in relazione alla monna morte o a Saturno che dir si voglia, ma ci invoglia ed incoraggia a scrollarci di dosso l’odioso immobilismo, ci sprona alla critica delle imbelli istituzioni – in riferimento alle assurde divisioni gestionali fra il MiBACT e gli enti comunali constatabili anche alla Banditaccia – e all’azione sul campo, la quale comporta la capillare manutenzione e l’amorevole cura poiché quando ci si accorge che la maggior parte delle tombe sono ricolme di fogliame e blocchi di tufo crollati, o nei peggiori dei casi, completamente inondate e lordate dalle lattine, dalle plastiche e bustine del vile capitalismo, risorge autonomamente quell’antico senso di Pietas che in tempi diversi, ha saputo unire dignitosamente popoli lontani ma fratelli. Sulle ali dell’indignazione, non dobbiamo, non possiamo – e nel caso di chi vi scrive, non vogliamo – rimanere a guardare la nostra antica e comune cultura mediterranea sprofondare nuovamente nel buio, un buio questo che risulta ancor più odioso ed insopportabile.

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“Sacco di Roma” dipinto di JN Sylvestre del 1890 raffigurante l’occupazione e la tragica spoliazione di Roma ad opera dei Visigoti di Alarico. Oggi, non molto diversamente, l’Europa diviene covo di un nuovo tipo di barbarie, quella dell’incuria, dell’ignoranza storica e della finanza capitalista

Allora, prima di ritrovarci noi sulle rive dell’Acheronte alle prese coll’orrendo Nocchiero, torniamo ad essere promotori di un’unità fra i popoli per mezzo dell’arte e della divulgazione, di quella realtà culturale e spirituale comune che viviamo e respiriamo nei musei di tutto il mondo, considerata da molti morta e sepolta, buona giusto per arricchire collezioni o impianti espositivi, ma che invece merita e deve essere riscoperta e tramandata con rinnovata forza.

Questo non vuole quindi essere solo un invito a farvi una indimenticabile scampagnata fra i luoghi di riposo dei nostri amati padri, o un giro per i nostri scrigni, bensì un appello alle coscienze affinché si possa ridonare una dimensione, o come la definiscono fumosamente e impropriamente altri, una identità

Oggi più che mai limitarsi al mero ciarlare borghese, stazionare sulla soglia salottiera del miles gloriosus di turno risulta un escamotage di greve squallore, un compromesso che cozza con la Storia e la Civiltà. Viviamo nel mondo di quella gente che oramai – dispiace per loro – è incapace di intravedere e immaginare una nuova Europa del Mare, figlia dell’auspicabile e perseguibile nuovo sposalizio fra Oriente ed Occidente su di un talamo comune. Vogliamo ancora continuare a sfornare banalità fine a sé stesse, oppure decidiamo di afferrare le briglie della quadriga del destino pan-mediterraneo? La risposta sta a noi darla, in barba a chi afferma: “Non si può fare”.

Dimostriamogli il contrario, riiniziamo da noi, riiniziamo dalla Banditaccia.