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Lo sciabordio delle onde, lieve e regolare, si infrange sulle banchine sudice di sudore e salsedine mentre una leggera brezza smuove la superficie spumosa del grande oceano: tra la spuma odorosa e l’afa che s’allarga tra i pori e i vestiti s’insinua tra i rari superstiti della notte un’insana voglia di cola ghiacciata e aria condizionata. La moltitudine di navi attraccate ai moli beccheggia mollemente, annoiata dall’attesa interminata del porto; l’equipaggio, seguendo quel legame misterioso e alto che s’instaura tra barca e imbarcati, condivide lo spleen della rada bestemmiando e sonnecchiando virili fantasie boccaccesche. In sottofondo un borbottio monotono rivela la città, vicina e lontanissima alla maniera dei miraggi: l’alienante cacofonia della metropoli allunga sull’Atlantico le grinfie adunche rivaleggiando  con i neon e le lampadine di quest’immensa e volgare ville lumiere. Gli Stati Uniti d’America sono in guerra da quasi due anni, ma New York City pare non essersene accorta. Lontana dai fronti, al riparo dalle incursioni degli Stukas, gli USA partecipano al conflitto soprattutto- aggiungiamo noi, soltanto- per uscire definitivamente dalle secche della Grande Depressione e dar fiato alla produzione industriale. Si lavora e si sonnecchia, dunque, mentre il resto del globo brucia.  Qualcuno, però, ha intenzione di svegliare dal comodo torpore gli yankee. E quel qualcuno, manco a dirlo, parla l’idioma di Dante e veste splendide divise della Regia Marina di Sua Maestà Vittorio Emanuele III.

La Decima Mas non abbisogna di presentazioni. Sulla scia delle imprese degli eroi della Grande Guerra, il reparto d’élite della nostra Marina ha disseminato in lungo e in largo per il Mediterraneo i segni del proprio valore. Gibilterra, La Valletta, Suda, Mersin hanno conosciuto il morso dei moderni corsari d’Italia, divenuti leggenda con la clamorosa e folle impresa di Alessandria (sei italiani contro la Home Fleet: due corazzate inglesi affondate, imprecisati scatti di rabbia di Winston il mastino). Il Mare Nostrum non gli basta più: vogliono l’Oceano.

Attendibile ricostruzione del modus operandi della Decima

L’ingresso dello zio Sam nella fornace bellica ha permesso ai bravacci da romanzo di sognare e pensare un azzardo talmente irrazionale da divenire realtà. Seguendo l’iter consolidatosi nelle acque d’Egitto, Junio Valerio Borghese propone al giovane Sottotenente di Vascello Eugenio Massano di guidare il più audace assalto subacqueo della Storia: attaccare il porto di New York. Massano non ci pensa due volte, ed accetta immediatamente l’incarico. Da tempo meditava di utilizzare i nuovi e segreti mini-sommergibili CA in azioni del genere, ed a tal fine s’era esercitato insieme ai suoi uomini nelle fredde acque del lago d’Iseo per tutto l’Inverno 1941-42. Tra temperature inferiori allo zero, guasti e rischi d’ogni sorta il piccolo nucleo aveva acquisito le competenze necessarie per una missione ai limiti del sovraumano: uscire dal sommergibile-madre, posizionarsi, in pieno giorno sotto una nave ormeggiata, far uscire un membro dell’equipaggio a cui spettava l’onere di posizionare l’esplosivo, permetterne il rientro e infine sganciarsi cercando di rientrare nel vettore.

Il raro fotogramma mostra il CA-2 imbarcato sul Da Vinci

Il CA-2 imbarcato sul Da Vinci

In seguito alla nuova proposta, il nucleo assaltatore si sposta dall’Italia all’Atlantico burrascoso. Nella base di Betasom, a Bordeaux, si va formando la folle squadra che tenterà l’assalto all’America. In Francia, infatti, a Massano si affianca il Tenente di Vascello Gianfranco Gazzana Priarogia, asso dei mari per numero di affondamenti nell’Oceano, comandante del sommergibile oceanico Da Vinci. Il vascello viene adattato per poter traghettare il fratello minore: due morse vengono saldate sullo scafo, formidabili tenaglie d’acciaio pronte ad aprirsi una volta raggiunto l’obiettivo prefissato. Arrivato nel porto americano, infatti, il battello si posizionerà a 12 metri di quota per rilasciare il CA e i suoi eroici conducenti. Il recupero è un’eventualità molto remota, così come non così alta appare la probabilità di sopravvivere ad un’eventuale scoperta in rada.

Il porto di New York. IL sommergibile Da Vinci avrebbe dovuto sganciare il battello all'altezza del forte Hamilton (cerchietto nero). Presumibilmente dopo l'azione l'equipaggio si sarebbe disimpegnato abbandonando il battello a riva, cercando al contempo di fuggire sulla terraferma

Il porto di New York. Il sommergibile Da Vinci avrebbe dovuto sganciare il CA all’altezza del forte Hamilton (cerchietto nero). Da quel punto in avanti il minivascello procedeva sott’acqua verso le navi attraccate nei vari moli. Presumibilmente dopo l’azione l’equipaggio si sarebbe disimpegnato abbandonando il battello a riva, cercando al contempo di fuggire sulla terraferma

Agli uomini gamma, però, tutto questo non importa. Far saltare in aria una corazzata di fronte alla Statua della Libertà rappresenta un’opportunità troppo allettante, capace di segnare a fondo la psicologia e l’animo degli inconsapevoli yankee. D’altro canto, ad un’Italia stremata e quasi sconfitta un simile colpo gobbo darebbe almeno l’illusione di poter forse capovolgere l’esito della guerra. La data fissata per l’operazione risulta dicembre: per tutto il 1942 a La Spezia e a Bordeaux i preparativi fervono, coperti dal segreto più assoluto. Ai primi, rudimentali CA-1 e CA-2 si sono affiancati i più preformanti modelli III e IV. Sorge, in quel catastrofico primo semestre del 1943, una nuova figura di ardito del mare, a metà tra sommergibilista e sommozzatore. Ricorderà Borghese:

Dopo un anno di prove ed esperienze condotte sul lago d’Iseo dal sottotenente di vascello Massano, ad alcune delle quali avevo partecipato, era stato messo a punto il sommergibile d’assalto, il “CA”, adattandolo alle sue nuove funzioni; contemporaneamente a Bordeaux, ove frattanto il comando della base dei nostri sommergibili atlantici era stato assunto dal capitano di vascello Enzo Grossi, si erano concretizzate le possibilità, da noi sperimentate, di servirsi di un sommergibile oceanico per il trasporto del “CA” in vicinanza della base nemica. Due operazioni erano in preparazione con questo mezzo: un attacco contro New York, risalendo col “CA” l’Hudson fino al cuore della metropoli; l’effetto psicologico sugli americani, che non avevano ancora subito alcuna offesa bellica sul loro territorio, superava di gran lunga, nel nostro proposito, il danno materiale che si sarebbe inflitto

La Storia, però, capricciosa e volubile vieta al Fato la realizzazione di quest’impresa temeraria e sublime: tra il maggio ed il luglio gli Alleati certificano la fine di ogni sogno mussoliniano cacciando l’Asse dalla Tunisia e sbarcando in Sicilia. Il 25 luglio il Fascismo sceglie la strada dell’eutanasia; nel settembre la Monarchia imbocca invece il sentiero della codardia infame. In tutto questo l’Italia esce dal conflitto: con la fine della guerra termina anche il sogno americano di Borghese e della Decima. L’impresa più audace della Seconda Guerra Mondiale resta quindi un sogno incompiuto: New York seguiterà ad avere notti tranquille.