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Il furgone Multivan Volkswagen grigio scorrazza nella piatta campagna di Bielorussia. Il finestrino è schermo di immagini monotone, pochi i colori, campi di polvere, ciminiere all’orizzonte, ruggine sui cassoni dei camion, ci sono ancora i carretti trainati dai cavalli carichi di cavoli, le babushke hanno i fazzoletti in testa, a sud-est il mostro radioattivo dal piede d’elefante di Černobyl’, imprigionato dentro il sarcofago di cemento e acciaio, non ha ancora smesso di avvelenare l’aria e seviziare la natura. In una terra avara di allegria, le poche note di vivacità sono date dalle decorazioni verdi-blu-rosa-rosse-gialle-turchesi-arancioni alle finestre delle isbe di legno nei villaggi contadini, minuscoli puntini su mappe, e immobili nel tempo.

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La vastità mette soggezione. Ci si immagina l’inverno molto sotto lo zero centigrado, il deserto bianco che intrappolò e divorò invincibili eserciti, vincendoli. Il furgone Multivan Volkswagen grigio si ferma sul ciglio dello spazio vuoto. Cammino in un campo abbandonato alle erbacce e al fango – 2017 – guardo i miei anfibi Dr. Martens sporcarsi e procedere irregolari nel terreno triste, i Dr. Martens incespicanti mutano; cos’è? Un’assurda illogica allucinata metamorfosi da radiazione nucleare? La radiazione che colpisce la mente, la radiazione che ti trasporta nello spazio tempo. I Dr. Martens cambiano forma  – 1812 – non sono più calzature teppistico-metropolitane dell’oggi ma indosso scarpe nere di cuoio chiodate e alle caviglie ho strette ghette bianche. Sono i piedi di un granatiere della Guardia Reale Italiana che arranca verso oriente, nella campagna di Russia voluta dall’Empereur Napoleone Bonaparte.

In marcia, siamo soldati dietro la bandiera rossa bianca verde del Regno del viceré Eugenio di Beauharnais, attorno a noi tanti altri popoli in divisa: la maggior parte son francesi – naturellement – ma anche ulani polacchi del Ducato di Varsavia, fanti di linea bavaresi, artiglieri del contingente di Sassonia, ussari prussiani in nero, compagnie di cacciatori austriaci, croati delle Province illiriche, soldati tedeschi del Regno di Vestfalia dell’incapace Girolamo Bonaparte, svizzeri in giubba rossa della Division Suisse, i poco affidabili militi iberici di Spagna e Portogallo; c’è l’Europa in marcia, avanti, verso le mura del Cremlino e le cupole colorate della cattedrale di San Basilio, per seguire l’Imperatore e la sua ambizione mondiale, ad est, dove ci condurrà questa volta il corso? Dove ci fermeremo? A Mosca? Nelle yurte mongole? Alla corte di principesse cinesi? All’ombra delle montagne dell’India per scacciare dall’Asia gli inglesi? Flauti e tamburi, en marche! 

Napoleone è in Russia per punirla. Dopo le travolgenti vittorie di inizio ottocento, la Francia raggiunge la pace europea. A Tilsit, nel 1807, lo zar Alessandro e il re Federico Guglielmo III di Prussia, su una zattera sul fiume Niemen, siglano un fragile trattato con l’Imperatore. L’accordo non funziona, scricchiola. Troppe le divergenze, gli interessi nazionali, i giochi diplomatici, i garbugli geopolitici. I francesi pianificano e vogliono un sistema continentale di forte cooperazione commerciale, che tagli fuori l’Inghilterra, per indebolirla. È una sorta di blocco mercantile. Chi patisce gli svantaggi della strategia geo-economica però, sono i russi. I grandi mercanti del Mar Bianco piangono miseria, il porto di Arcangelo con il suo accesso alla Dvina Settentrionale, fondamentale arteria di mercanzie, cade in depressione. La fazione aristocratica anti-francese rumoreggia, borbotta, s’ingrugnisce. Il trattato viene così volutamente trascurato, si fanno eccezioni, si bara, ed infine si straccia. Alessandro vede poi l’assegnazione del trono vacante di Svezia al maresciallo Jean-Baptiste Jules Bernadotte come una pericolosa e vicina insidia. S’aggiungono come ulteriore motivo di frizione gli intrighi nei Balcani, in Persia, nelle province ottomane da tempo oggetto del desiderio di San Pietroburgo. Quando Napoleone, alla ricerca di figli legittimi, chiede la mano a Maria Luisa d’Austria, le cose si complicano ancor di più. Inserisco una parentesi di cronaca storica rosa. La prima notte di nozze l’Empereur assale gli appartamenti privati di Maria Luisa, e ricorda:

Andai da lei ed essa fece tutto ridendo. Ha riso tutta la notte.

Battaglia di risate tra le lenzuola dello Château de Compiègne. Da quell’incontro nascerà Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Bonaparte, l’erede.

Dunque, è il 1812, la guerra temuta, scoppia per davvero. Napoleone vuole piegare lo zar, indurlo nuovamente a far quadrato contro gli inglesi, questa volta senza ambiguità. Impressionante: in Polonia c’è la mastodontica concentrazione di uomini, cavalli, cannoni e carri; è la Grande Armée forte di 700.000 uomini, l’esercito degli eserciti, fino ad allora la forza militare più vasta e potente della Storia. 23-25 giugno 1812, nuvole di polvere si alzano in cielo, 450.000 uomini attraversano il Niemen, gli stivali battono sulla terra di Lituania, sul suolo degli zar. Napoleone spera di chiudere la partita in tempi brevissimi, poco oltre il confine. Cerca una grande battaglia risolutrice, ha in testa uno scontro estivo, rapido, non troppo lontano dalle regioni amiche; è una sua visione antesignana di blitzkrieg. Ahi loro, saranno invece dolori.

La campagna di Russia (1812)

La campagna di Russia (1812)

Estate, fa caldo, parassiti, polvere e afa, il cielo è un panorama uniforme azzurro pallido. Non è di certo facile nutrire ed approvvigionare una tal massa di uomini in movimento, iniziano sin da subito i saccheggi nei villaggi dei contadini. Le marce si susseguono soffocate dalla canicola, sotto i colbacchi le teste sudano, che puzza di morte, le carogne sono in putrefazione a bordo delle piste, mosche, pestilenza; l’orizzonte è vuoto, qualche isba, infiniti filari di betulle, si cammina senza sosta ma senza arrivare da nessuna parte. I russi rovinano i piani inziali. Si sganciano dagli invasori, rifuggono a est, evitano lo scontro con il gigante francese, si nascondono. Bruciano i loro stessi granai, sterminano le mandrie che non possono portarsi appresso: nulla di utile deve essere lasciato all’invasore. Le divisioni si assottigliano, la Grande Armée dimagrisce giorno dopo giorno. L’Imperatore insiste, penetra sempre più dentro la trappola. Finalmente a Smolensk il nemico scende in battaglia per battersi, e viene battuto. Ma non è di certo uno scontro definitivo! L’accerchiamento lampo ormai è accantonato, ora la via è quella di Mosca. A sbarrare la strada c’è l’esercito del vecchio generale veterano Michail Kutuzov, guercio, alcolizzato, donnaiolo e molto stimato tra i militari. Il braccio di ferro è epico, estremamente violento, una lotta mai vista prima.

A Borodino, 125 km ovest delle cupole a bulbo di San Basilio, si consuma la più tremenda battaglia dell’era napoleonica. I difensori si trincerano, i popi portano l’icona della Vergine Nera in processione tra le truppe; da dietro i terrapieni, i sudditi in armi di Alessandro aspettano il massacro. 120.000 colpi d’artiglieria martellano incessantemente le linee di Kutuzov, che non si spezzano. I generali di ambo gli schieramenti cadono, servono rimpiazzi immediati, i colonnelli vengono promossi sul campo generali, a loro volta per cadere e morire. Di alti ufficiali, i russi ne perdono ben cinquanta. Il coraggioso maresciallo di campo Pëtr Ivanovič Bagration è moribondo. I comandanti zaristi si mostrano spietati con i propri soldati: ai feriti è proibito lamentarsi, si deve soffrire in silenzio, la disciplina è brutale, gli uomini, poveri servi della gleba abituati ad una vita grama, accettano il loro destino con stoica rassegnazione. Numerose unità schierate rimangono immobili sotto le cannonate e le esplosioni. Sembrano birilli umani. Ai soldati è ordinato di stare fermi, in piedi, senza sparare, senza arretrare, e muoiono come mosche. Sera di tarda estate sulla Moscova, 75.000 caduti giacciono sul campo al tramonto. La sanguinosa vittoria di Pirro, amarissima, è francese.

La battaglia di Borodino (1812)

La battaglia di Borodino (1812)

La strada per la sacra capitale religiosa dello sconfinato paese è libera, Napoleone confida ancora in una pace vantaggiosa con lo zar. I soldati, esausti, gridano:

Mosca! Mosca!

Il 14 settembre 1812 la Grande Armée entra in città, in una bella giornata di sole che si riflette sull’oro delle cupole. Parigi, Berlino, Varsavia, Roma, Napoli, Madrid… i veterani della Guardia hanno attraversato i viali delle grandi città d’Europa, in trionfanti campagne militari in lungo e in largo; adesso più che mai rimangono a bocca aperta, l’effetto ai loro occhi è magico. È però un incantesimo venefico. La metropoli è vuota. Nessuno per le strade. Silenzio surreale. Qua e là, qualche sbandato, alcuni domestici in livrea senza più padroni, vagabondi, senzatetto, bottegai ebrei. Si respira un’aria strana. Ma dove sono tutti? Se ne sono andati, in massa. Tra le ombre dei vicoli e dei portoni, appaiono le sagome di alcune figure furtive. C’è una presenza che si nasconde, che spia dalle persiane chiuse delle case abbandonate. Che osserva e che si muove di corsa. Fantasmi. Il governatore della città, il conte Rostopčin, apre le gabbie dei detenuti. Le prigioni si svuotano, ai pendagli da forca viene promessa la libertà in cambio di un atto patriottico, uno dei più grandi sabotaggi della Storia. I galeotti, torce alla mano, mantengono la parola data. Appiccano il fuoco ai magazzini, al bazar di Kitaj-gorod, ai palazzi, alle abitazioni di legno, persino alle chiese. Il vento soffia sulla città, vittima sacrificale della guerra contro l’anticristo di Corsica.

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Nelle stanze del Cremlino, Napoleone riposa nel letto dello zar. Le porte degli appartamenti imperiali si aprono di colpo, il mamelucco Roustam, esotica guardia del corpo sempre al seguito del condottiero dalla campagna d’Egitto, si alza di scatto dal tappeto ai piedi del letto su cui s’era assopito come un cane fedele al suo padrone, sguainando la scimitarra. Gioacchino Murat re di Napoli e Eugenio di Beauharnais viceré del Regno d’Italia, svegliano ansimanti l’Imperatore. Mosca brucia a fiamme alte, incendi ovunque, il Cremlino e l’incolumità di Bonaparte sono in grave pericolo. Napoleone è alla finestra, il volto è illuminato dai rossi bagliori. Rimane ipnotizzato da quello spettacolo di maestosità infernale. La distruzione. La notte non ha più le tenebre, la luce dei roghi raggiunge il cielo. Dagli spalti della fortezza si vede il mare di fuoco agitarsi in onde che ardono gli edifici e circondano le torri, inghiottendole. Lapilli, scintille, pioggia di tizzoni, l’aria è incandescente. Il pelo dei berretti dei granatieri s’arrostisce. Il conquistatore della Russia è costretto a fuggire passando su un ponte sulla Moscova ancora intatto, mentre le fiamme diventano a volta, quasi chiudendosi in una galleria mortale, e per poco non lo agguantano. È un pandemonio.

John Martin - Pandæmonium (1841)

John Martin – Pandæmonium (1841)

Che disastro, non solo di distruzione urbana: si capisce che il nemico non vuole arrendersi. Nella città-bracere si degenera. I sabotatori acciuffati vengono passati per le armi senza troppe cerimonie nelle piazze dove cade cenere calda che ustiona gli occhi e rende i volti dei soldati neri come quelli degli spazzacamini. Ci si lascia andare al saccheggio senza freni, tutto l’alcool rimasto nelle cantine – vino, rhum giamaicano, birra, grappa tedesca e naturalmente vodka, tutto il bere del mondo –  viene prosciugato eccitando e imbestialendo gli animi già provati da una lunga marcia; i palazzi aristocratici e i templi sono svuotati di quello che i moscoviti non si sono portati via: sete asiatiche, tappeti, quadri, oro, porcellane, abiti, icone; i violinisti ebrei sono obbligati a suonare in feste da ballo moleste e barcollanti. Intanto, Napoleone tergiversa, cerca, ormai quasi disperatamente, una pace con Alessandro. Ma ormai i rapporti di forza si sono invertiti, adesso sono i francesi ad essere in difficoltà, così lontano da casa, così logorati. Il 19 ottobre, all’alba, la Grande Armée lascia Mosca, inizia il capitolo più tragico di tutta l’epopea napoleonica.

Ritirata da Mosca - Adolph Northen

Ritirata da Mosca – Adolph Northen

C’è un libro che consiglio sulla campagna di Russia e dei suoi conseguenti disastri. S’intitola Beresina – In sidecar con Napoleone, ed è un’opera davvero originale sull’argomento. È un arguto mix tra viaggio, avventura, grande Storia. L’autore è il francese Sylvain Tesson, viaggiatore appassionato d’Asia centrale e penna notevole. A pagina 59, omaggia il grande Louis-Ferdinand Céline riprendendo il poetico esergo del Viaggio al termine della notte. Lo scrittore spinge la sua motocicletta, e dentro il casco, cella di metidazione e cassa di risonanza, canticchia il mantra della sua impresa:

Notre vie est un voyage

Dans l’hiver et dans la nuit

Nous cherchons notre passage

Sous le ciel où rien ne luit.

Si tratta difatti di un’impresa non da poco quella che Tesson e compari decidono d’intraprendere. Due dicembre, freddo becco moscovita, uno scrittore, un geografo, un fotografo e altri due amici russi, decidono pazzi di affrontrare il percorso della ritirata napoleonica a bordo di Ural, sidecar d’acciaio sovietico. Con un senso patriottico, gauscone e intriso di acquavite, vogliono omaggiare alla memoria di quei soldati che patirono immani sofferenze lungo i 4.000 chilometri che separano Mosca da Parigi. Alla vigilia del viaggio si ritrovano a cena, Tesson ha in testa il cappello bicorno napoleonico, brindisi dopo brindisi, la vodka aromatica è meglio della speranza.

Al re proletario!

 

Al dannato corso!

 

All’anticristo Bonaparte!

 

Ai cosacchi!

Selva di bottiglie vuote, facce collassate sulla tovaglia, croci ortodosse, spade d’epoca, marce militari del Primo Impero, inni dell’Armata Rossa, un giovane cretinetto liberal anti-putiniano, completamente a disagio, taglia la corda, sconsolato. Quella tavolata non è roba da tweet per rivoluzionari fasulli.

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Sylvain Tesson in sidecar

I sidecar sgasano verso ovest, piloti e passeggeri semi-assiderati ripercorrono le gelide tappe della catastrofe, e Tesson nel suo intenso e appassionato racconto alterna l’avventura on the road con le immagine storiche di duecento anni fa. Con Beresina – In sidecar con Napoleone abbiamo anche noi l’occasione di osservare quel lungo, penoso, viaggio nella neve.

Dieci giorni dopo aver lasciato Mosca, l’esercito francese superstite torna a Borodino, teatro della grande e tremenda battaglia dell’estate. Il fetore dei cadaveri in putrefazione – mai sepolti – ammorba l’aria d’autunno, rendendola marcia. Dal suolo, come macabri arbusti, spuntano teste, gambe e braccia. I corvi sono grassi, gracchiano sazi. I lupi si leccano i baffi. Ancora lamenti: da due mesi soppravvivono alcuni feriti, cibandosi dei camerati caduti, dormendo nel ventre dei cavalli. Sono campi di carne umana. È una scenografia del dolore. Fine ottobre, primi freddi, fiocchi pionieri si posano sul fango, il generale inverno con la barba bianca se la ride di gusto dietro le nuvole grigie all’orizzonte. Le divise leggere non bastano più a coprirsi. Ci si ingegna per tenersi caldo.

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L’armata perde il contegno marziale. La paglia viene usata per imbottire i copricapi. Gli uomini si avvolgono con coperte di lana e stracci. Arazzi e tappeti persiani depredati vengono usati al pari di strani mantelli colorati. Le colonne si fanno grottesche: pellicce di zibellino, cappotti da dama, seta di vestaglie cinesi a fasciare teste congelate. Ha fatto bene chi ha saccheggiato abiti invernali dagli armadi dei signori moscoviti. Chi invece ha scelto le porcellane, i quadri, gli orologi da muro, i manoscriti con le rilegature gemmate e i crocefissi d’oro abbandona sulla strada bianca il bottino, perché è inutile, è pesante. Il nemico, anche se poco visibile, è ovunque. Le bande partigiane, le squadre cosacche, i mugiki con i forconi tormentano senza tregua quei rottami umani in ritirata. Per aizzare il popolo contro l’invasore agonizzante, il generale Kutuzov lancia un truce appello:

Spegnete le fiamme di Mosca col sangue dei vostri nemici

I russi obbediscono. Il freddo diventa gelo. La fame fa perdere la ragione. I feriti sono gettati giù dalle selle dei cavalli. I cavalli sono macellati da torme affamate. Ma con i cosacchi alle calcagna e le temperature che impediscono di cuocere la carne, i francesi ed alleati non possono stare fermi, e si nutrono immergendo le teste in pentoloni colmi di sangue di cavallo; le loro facce, già lerce e brinate, diventano rosse, demoniache. C’è chi soppravvive succhiando i ghiaccioli che spuntano dagli squarci delle carcasse. E quando la carne di cavallo finisce, i derelitti cominciano ad azzannarsi tra loro. Che infinita pena, vedere quei valorosi, quei ragazzi che avevano fatto tremare l’Europa intera, strisciare tra i corpi degli amici e morderli o rosicchiarsi i loro stessi moncherini, impazziti, non più uomini e nemmeno animali, ma gusci vuoti di anime morte.

La via è una tristissima scia di cannoni abbandonati nella neve, di cadaveri, di brandelli, di casse, di carri rovesciati. Il fedelissimo generale Caulaincourt scrive:

Su nessun campo di battaglia si sono mai visti tanti orrori

Noi gli crediamo, Dio è furioso, è il Dies irae, il giorno dell’ira.

Re di tremenda maestà

che salvi per la tua grazia,

salvami, o fonte di misericordia.

A fine novembre i resti imperiali sono in prossimità del fiume Beresina. Ricordiamoci di questo nome. Il fiume Beresina – Бярэ́зіна, affluente del Dnepr scorre in Bielorussia. Le truppe devono attraversarlo per forza per scampare agli inseguitori e alla disfatta completa. Napoleone, ancora una volta volpe, escogita un trucco. Scoperto un punto sgombro dai russi presso il villaggio di Studjenka, incarica il generale del genio Jean Baptiste Eblé di erigere tre ponti sul fiume (solo due sono completati) non ancora ghiacciato. Nel frattempo, ordina ad altri reparti con al seguito sbandati che si trascinano chiassosi, di manovrare più a sud, vicino a Borisov, per fingere un attraversamento in quel punto. L’ammiraglio Cicagov, comandante dei tanti reggimenti disposti sulla riva occidentale, ci casca. Mentre il nemico è a caccia di un avversario inesistente nel trabocchetto ideato dall’Empereur, i genieri di Eblé, a mollo nell’acqua bielorussa, compiono la loro opera eroica, lavorano sacrificandosi, fino a quando l’assideramento li coglie e staccano le mani blu tremanti dai pilastri di legno, scomparendo nel fiume. Grazie a loro, alla loro continua e costante manutenzione ai ponti che scricchiolano sotto il passaggio di migliaia di fanti, di carriaggi, di cavalli, di artiglierie, quel che rimane della Grande Armata riesce a passare dall’altra parte della riva.

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I reparti ancora nei ranghi sono al di là della Beresina. La mattina del 27 novembre, anche Napoleone attraversa. Dietro, verso sera, s’accalcano i ritardatari, i dispersi, i feriti, i civili al seguito: 30.000 disperati. Cala la notte, s’accampano alla meno peggio, accendono fuochi sulla riva, non si rendono conto del pericolo imminente, si muovono troppo lenti. All’alba arrivano i russi, scoppia un’altra battaglia. Mentre le forze ancora in piedi combattono disperatamente contro Zutukov e Cicagov, le cannonate investono la folla rimasta ancora sulla riva orientale. È il panico, quei poveretti corrono verso le passerelle, investendole con una marea umana. Uno sull’altro, a scalciare, a carponi, a cercare un passaggio. I ponti sono ingombri di uomini schiacciati e soffocati, groviglio di mani e piedi, sono mucchi di corpi. Chi scivola o è spinto di sotto, ha di sicuro poche chance di sopravvivere. I combattimenti non si placano, gli svizzeri rimangono saldi sulle loro posizioni a tenere distanti i cosacchi, l’artiglieria non smette di tuonare e di sollevare acqua, neve, terra, arti. È un’altra visione apocalittica; la musica grave, solenne, una danza tragica, che accompagna quelle immagini terribili è la Sarabanda della Suite num.4 in re minore HWV 437  di Georg Friedrich Händel.

Ufficiali senza più truppa gridano ordini al vento, un ponte crolla, il caos è completo. La mattina del 29 Napoleone ordina al valoroso Eblé di bruciare il ponte, per impedire che esso venga usato dagli inseguitori. Ma sulla sponda rimangono ancora dei compagni. Senza più alcuna via di fuga, molti abbracciano la morte, c’è chi sceglie di gettarsi nel fuoco, o chi nel gelo dell’acqua.

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Beresina, che disastro! Sebbene possa sembrare una vittoria tattica dei francesi che sono riusciti a passare assestando gomitate ai russi che volevano intrappolarli, in realtà è una catastrofe, il simbolo di quell’agonia verso ovest. Il colpo di grazia alla Grande Armée. L’esercito di spettri viene avvolto sempre più dalla morsa del gelo, i cosacchi attaccano le retroguardie, spogliano i prigionieri che si sono arresi senza reagire, senza aver più la minima forza per difendersi,e li lasciano a crepare nudi nelle foreste. Trenta gradi sotto lo zero: i superstiti sono coperti da cappotti fradici o da mantelli di lana diventati rigidi, di ghiaccio. Le gambe si spezzano come legni secchi. Chi s’addormenta muore. 6 dicembre: -37°. L’8 dicembre si avvicinano al miraggio di Vilnius. 40.000 zombie forzano le porte ed entrano in città confidando di trovare cibo, riposo, calore. Gli abitanti si barricano nelle case. Non avviene alcun saccheggio semplicemente perché sono troppo esausti per saccheggiare. Crollano a migliaia nei corridoi del monastero di San Basilio, decimati per ipotermia, di fame e dal tifo. I vivi invidiano i morti.

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Il 23 giugno, all’inizio della grandiosa avventura di quell’anno fatale, le prime avanguardie a cavallo avevano guadato il fiume Niemen; adesso è il 14 dicembre del 1812 sullo stesso fiume e il maresciallo Ney, combattente straordinario, ha appena appiccato il fuoco al ponte e si ritira coi suoi nella sponda del Regno di Prussia, allora confinante con l’impero dello zar Alessandro I. Sono gli ultimi soldati francesi a lasciare il suolo russo. Si registrano 400.000 caduti da parte napoleonica. Per Napoleone Bonaparte è l’inizio della fine, seguiranno la disfatta di Lipsia, l’abdicazione, l’esilio all’Elba, l’entusiasta e nostalgica passione effimera dei cento giorni, Waterloo, il malinconico ergastolo atlantico di Sant’Elena.

Sono di nuovo io, ora solo, nel 2017, sulla terra bielorussa, a perdere lo sguardo verso l’immensità della steppa; all’improvviso all’orizzonte, su una collinetta erbosa che spezza la piatta monotonia della campagna, la mia fantasia prende forma. C’è un uomo a cavallo, ha il colbacco nero, la giubba verde e oro, il mantello rosso foderato di pelliccia, la sua sella è ricavata dalla pelle di un leopardo; è un ufficiale dei Cacciatori a Cavallo della Guardia Imperiale, esperti di ricognizione, i “Figli prediletti” di Napoleone tanto che egli stesso indossa la loro divisa da colonnello di reggimento. Il cavallo grigio s’impenna al cielo, il cavaliere e il suo destriero spariscono, era solo una mia allucinazione.

Cacciatore della guardia

Che cosa è un vero viaggio?

Si chiede lo scrittore Sylvain Tesson

Una follia che ci ossessioni, che ci porti nel mito; insomma un delirio traversato dalla Storia, dalla geografia, innaffiato di vodka, una sbandata alla maniera di Kerouac, qualcosa che a sera ci lasci senza fiato, in lacrime, in riva a un fosso

Fu onore,

fu follia,

fu gloria,

fu morte.