L’uomo è stanco. L’età avanza, gli acciacchi pure, e la fatica d’una vita tribolata e contorta comincia a pesare oltremisura. Forse dovrebbe lasciare la cattedra all’università, e dedicarsi alla famiglia. Forse dovrebbe ritirarsi dalla politica e spendere le sue brave giornate da vecchietto con i nipotini. Spegne la sveglia, s’alza dal letto e va in bagno.

Se fosse andata diversamente, a quest’ora si sarebbe svegliato al Quirinale, e tanti saluti a tutti. Addio direzioni di partito, addio attendismi e tattiche di corrente: sette anni dorati al Colle, senza eccessive preoccupazioni contingenti, solo cerimonie, premiazioni e applausi. Pazienza. Ci vuole la pazienza di Giobbe, in Italia per far politica. La situazione è critica: la gente spara, i giovani ammazzano e muoiono a decine, il clima è pesante, l’economia arranca, qualcuno- ma chi?- ha in mano tutti i fili e li usa come in un tragico teatrino.

Quasi dormendo, il professore si fa la barba, e prepara il caffè. Giù, al portone del numero 79 di Via del Forte Trionfale, le macchine aspettano. Gli uomini della scorta fumano, parlano di donne, dei turni, del servizio, dell’ultima giornata di serie A, di quel tredici che non viene mai. L’uomo indossa il completo blu, sistema la cravatta, saluta e scende. Manca qualche minuto alle 9, e occorre sbrigarsi: non si arriva in ritardo in chiesa, anche se si è il Presidente della Democrazia Cristiana. Un saluto rapido alla scorta, e si accomoda nel sedile posteriore della Fiat 130. Accanto siede il fedele Leonardi, maresciallo dell’Arma, da più di dieci anni responsabile dell’incolumità del Presidente. Ne hanno viste tante, e ormai si intuiscono senza proferir parola, fedeli alla routine e alle ingabbianti procedure della vita sotto protezione. Il carabiniere passa la mazzetta dei giornali, ancora freschi di stampa. Solite banalità: alle 10 alla Camera si dovrà discutere la fiducia al quarto governo Andreotti, frutto concreto del compromesso storico con il PCI, per la prima volta sostenitore d’un esecutivo democratico.

L’uomo a cui si deve tutto questo legge e sorride, ripensando a quanto tempo ha perduto dietro questo tentativo, osteggiato da gran parte del suo partito e da tanti, troppi attori internazionali. Eppure, ha mediato, faticato, discusso fino a trionfare anche questa volta. Quanto durerà? Sa che vogliono usare lo scandalo Lockheed contro di lui, per demolire quella democrazia imperfetta e instabile che faticosamente ha portato l’Italia al benessere perché si sta alzando troppo la testa, si ragiona troppo e troppo indipendentemente. “Noi non ci faremo processare”, aveva detto senza troppa convinzione.

Da Londra e da Washington i segnali sono fin troppo chiari: Henry Kissinger ringhia furioso da tempo, pronto ad azzannare. Lui lo sa. Era già al Governo quando Mattei faceva paura al Mondo, e ricorda con amarezza com’è finita quella splendida parentesi. Un brivido gli corre lungo la schiena. E’ tardi, la Messa sta per iniziare. La 130 sfreccia seguita da un’Alfetta verso via della Camilluccia, direzione Chiesa di Santa Chiara. Il quartiere Trionfale scorre sul finestrino, dipinto da un timido sole, preannuncio della primavera. E’ un giorno come tanti, giovedì 16 marzo 1978. L’orologio segna le 9 precise. La macchina rallenta, c’è uno stop. Una 128 familiare sbarra il passo al piccolo corteo. Questione di secondi. Frenata improvvisa, stridor di gomme, bestemmie, e poi spari, raffiche di mitra che tagliano l’aria e bloccano il tempo. Sangue su sangue, mattanza di morti a quell’incrocio di Via Fani con Via Stresa. Aldo Moro apre gli occhi, trema, vede i suoi rapitori e già intuisce il calvario. Ha perso. E con lui, viene sconfitta l’Italia tutta.

Pochi attimi, 55 giorni di passione, 38 anni di menzogne.