di Enrico Nadai

L’odierno mondo occidentale dimostra di essere orientato verso le cosiddette società aperte; il nucleo principale di cui si serve tale modello è quello dell’indiscriminata accoglienza dell’altro. Inutile dire che “chi sente diversamente va da sé al manicomio” (Nietzsche), infatti chi non dovesse piegarsi a questo principio, in linea teorica, non troverebbe spazio in una siffatta società. Ma è evidente che qualora pensassimo ad una “apertura” in termini globali, l’altro verrebbe definitivamente meno, dando inizio alla società chiusa per eccellenza. (1) Uno dei casi emblematici di questo progressivo appianamento identitario, sta nella concezione da parte dell’uomo occidentale dell’Oriente, o per essere più accorti nella definizione, degli Orienti; da mete “misteriose” e “insondabili”, gli Orienti si sono di fatto resi così simili all’Occidente da non costituire più l’immagine rarefatta – se pur erronea – delle sedi del misticismo, dell’irrazionalità e dell’arretratezza, bensì una minaccia nel confronto economico, razionale e scientifico. Un esempio nitido – quello su cui desidero soffermarmi – è costituito dal Giappone: la vecchia “nazione dei samurai”. Risulta quantomeno assurdo sapere che opere come l’Hagakure o il Gorin no sho (Libro dei cinque anelli), oggi possano essere considerate rispettivamente come il codice etico del salariato ed il testo sacro di manager e businessman. Ciò significa devitalizzare quella base spirituale e valoriale che contrassegna la grandezza dei suddetti lavori.

Ai giorni nostri alcuni sono soliti celebrare il coraggio della mors voluntaria di Yukio Mishima, che per lo yamato damashii, “lo spirito del Giappone”, scelse di compiere un seppuku, ovvero il suicidio attraverso il “taglio del ventre”. Fu proprio la scomparsa dell’autenticità storica, culturale e tradizionale ad aver sancito la sua decisione. In realtà tale gesto trova numerosi precedenti affascinanti nel passato giapponese, capaci di rammemorare la grande virilità che suggellava il cuore degli antichi nipponici. Si dice che il primo ad inaugurare questa tradizione fu Minamoto no Tametomo, nell’era Hogen nel 1156: costui non accettando la condanna all’esilio, scelse di eludere il disonore della decapitazione ponendo fine alla sua esistenza personalmente. E’ una rarità che i moderni, vivendo in “un’epoca di esistenze assolutamente fiacche ed ambigue” (2), comprendano la profondità di un gesto simile. Anche il suicidio collettivo del clan dei Taira dopo la sconfitta contro i Minamoto e la presa del titolo di “generalissimo che sottomette i Barbari” (shogun) di Yoritomo, risulta certamente ai più incomprensibile. Eppure non è così lontano da noi l’anno 1989, quando in seguito al decesso dell’ultimo imperatore Hirohito, un anziano giapponese, ex milite, si suicidò per celebrare il proprio atto devozionale nei confronti del sovrano. Nell’Hagakure, la conosciutissima opera di Yamamoto Tsunetomo è scritto: “E’ cosa triste che alla morte del signore non ci sia nessuno che lo segua”; e ancora: “Morire per il sovrano è il valore supremo, più importante di qualsiasi vittoria sul nemico”. Tutto ciò deve essere connesso ad un’ideale imperiale che tradizionalmente veniva concepito come “divino”: il primo imperatore Jimmu (660 a.C), era definito sia dio che uomo; è noto infatti che vigeva un legame tra gli déi e la famiglia dei sovrani: tale tradizione arcaica proseguì per oltre duemila anni. (3) Se in un primo momento l’autorità spirituale ed il potere temporale vennero a convergere nell’imperatore deus et pontifex, fu proprio con il bakufu (“governo della tenda”), che sancì il potere effettivo nelle mani dell’aristocrazia dei samurai, che questo principio originario venne pervertito; la carica imperiale finì per avere valenza meramente nominale, e non effettiva. Si dovette aspettare la saggezza dell’imperatore Godaigo per intravedere la possibilità di una restaurazione dell’esercizio dell’autorità a pieno titolo. Godaigo contò sull’appoggio di un samurai dalle straordinarie virtù: Kusunoki Masashige. Nel Taiheiki si racconta che l’imperatore sognò un albero di canfora – kusonoki  –  che gli portava fortuna; fu allora che domandò ai cortigiani di ricercare un guerriero che portasse quel nome. Kusonoki Masashige fu convocato al cospetto di Godaigo e da quel momento il servizio del bushi, il maestro d’armi, divenne assiduo fino al momento della morte contro le truppe di Takauji. Accadde che a battaglia quasi conclusa, senza alcuna via di scampo, Masashige e il fratello aprirono un varco tra gli avversari e non appena furono nel luogo più idoneo, prima di pugnalarsi l’addome, promisero che nelle successive sette vite avrebbero impiegato tutte le loro forze per combattere i nemici dell’imperatore.

La fedeltà non è comunque da considerarsi come una virtù ampiamente diffusa da parte dei samurai: spesse volte si presentarono nel corso della storia figure di combattenti come Akechi Mitsuhide che tradirono il loro daimyo, ovvero il capo feudale, per puro opportunismo. Tuttavia tale comportamento non mancava di essere ritenuto ignominioso oltreché contrario ai precetti trascendenti dello Shintoismo di cui si forgiava la stessa idea imperiale. A tal proposito è interessante sapere che la divinità solare Amaterasu, l’ereditiera della terra a cui si fa riferimento nelle opere giapponesi più remote, una volta inviato il nipote Ninigi a governarla, donò lui i tre segreti per il suo corretto comando: lo specchio, il monile/perla, e la spada. Per merito di questi oggetti simbolici, si riteneva che l’esercizio del potere fosse retto da una carica spirituale portatrice di conoscenza, sovranità e forza.
Un fenomeno diffuso e ambiguo tra i samurai, era costituito dal propagarsi dell’omosessualità; è d’obbligo specificare che quest’ultima non corrispondeva inizialmente ad una risultante effeminatezza. Il rapporto tra un giovane ed un uomo maturo era definito dalla “Via dell’amico giovane”, dove – come nella paedicatio greca – nei primi tempi la carnalità si manifestava in maniera più accentuata, per poi diluirsi con la crescita del giovane in cui veniva a sublimarsi in un rapporto di profonda amicizia. A ciò seguiva un frequente disprezzo nei riguardi della donna, consistente anche tra gli ambienti buddhisti, se pure non contraddiceva la possibilità di avere rapporti con lei.
Nel periodo Tokugawa, che segnò una crisi identitaria per i bushi, i tratti più volgari dell’omosessualità emersero attraverso il capovolgimento estetico dei giovinetti che si abbigliavano da donne, depravando la dualità Yang (uomo) e Yin (donna). Nel ‘700 Tsunetomo poteva ben dire, e non senza indignazione: “Realmente, osservando gli uomini d’oggi, vediamo che ci sono molti che somigliano alle donne.”

Il declino della classe dei samurai avvenuta nel XVII secolo, condusse lo stesso teatro kabuki a schernirne le gesta. Se nel 1661 una legge proibì il suicidio rituale, nel 1876 si arrivò a revocare la concessione di possedere le due spade. Ovviamente ciò rappresentò il punto più abissale della caduta di una classe sociale oramai deteriorata dagli influssi della modernità. Ad oggi ci resta solo da imparare dal vigore di un uomo come Saigo Takamori, l’ultimo samurai, che affrontò l’esercito regolare dopo aver organizzato la sua armata personale contro il decadimento verso cui andava il destino del guerriero. “Mente, forma, spada/ forma, spada, mente/ spada, forma, mente”.(4)
NOTE

(1) cfr. Giovanni Damiano – L’emozione genealogica (p.23)

(2) YukioMishima – Lezioni spirituali per giovani Samurai

(3) cfr. Leonardo Vittorio Arena – Samurai

(4) Matsuura Kiyoshi Seizan in Bushido (estratto da  Joseishi Kendan)