Per celebrare adeguatamente il 70esimo anniversario della Vittoria sovietica sulla Germania Nazista la nuova Russia di Putin non poteva non organizzare una poderosa parata d’armi nella capitale, sullo stile di quelle che, negli anni dell’URSS, ricordavano la Rivoluzione d’Ottobre e le date fatidiche della liturgia bolscevica. Cosa vuol dire, oggi, per il popolo russo, il successo bellico di settant’anni fa? Il sacrificio sovietico durante la Grande Guerra Patriottica fu veramente immenso: oltre 23 milioni di caduti, di cui più della metà civili,  a fronte d’una popolazione complessiva di 168 milioni d’individui al 1939. Seppur stretti dal Patto di Non Aggressione,  Hitler e i capi della Wermacht avevano concepito l’Operazione Barbarossa, l’invasione dell’URSS, per anticipare le mosse offensive di Stalin: la mossa  sembrava giustificata dalle travolgenti vittorie dell’estate-autunno 1941: al novembre, i Panzer avvistavano dalle loro torrette la Piazza Rossa di Mosca, e Leningrado era stretta da un terribile assedio. Eppure, con l’aiuto del generale Inverno e della armate siberiane del generale Zhukov, i tedeschi vennero ricacciati indietro e gli fu impedito per sempre l’accesso alla capitale. Fallito l’obiettivo di Mosca, l’attenzione germanica passò, nell’estate ’42 al fronte meridionale, cui ultimo baluardo era Stalingrado, difesa estrema prima dei vasti e vitali giacimenti petroliferi del Caucaso. Ancora una volta, nonostante i bombardamenti a tappeto, la distruzione completa dell’abitato, la ferocia dei combattimenti, i fanti sovietici resistettero, con sublime ardimento e magnifica volontà di vittoria. In quei mesi, la ruota della Storia segnò la definitiva fine del sogno hitleriano di conquista: tra le macerie di Stalingrado, nell’ottobre, il trionfo sfuggì per un soffio alla VI Armata di Von Paulus, ostacolato dai cattivi rifornimenti e dall’indomito spirito degli untermensch bolscevichi. Il contrattacco sovietico, definito Operazione Urano, spazzò via ogni resistenza, capovolgendo le sorti della battaglia e della guerra. Nel febbraio 1943 la VI Armata tedesca non esisteva più. Da quel momento, nonostante qualche flebile offensiva, la Wermacht non avrà più la forza per tenere il campo al nemico. Se nel 1941 la parola d’ordine era Vorwarts! (avanti), ora i comandi ripetevano ossessivamente l’ordine Widerstehen! (resistere); l’enorme massa di uomini e di mezzi sommerse letteralmente le difese naziste, riconquistando, giorno dopo giorno, i territori invasi. Tra la primavera 1943 e l’agosto 1944, complice lo Sbarco Alleato in Normandia, l’URSS annichilì la Romania, riprese il controllo dell’Ucraina e giunse alle porte del Reich. Fino a quel momento, il 70 per cento delle Forze Armate germaniche erano state impegnate sull’Ostfront, mentre le armate di Stalin, in compenso, avevano dovuto reggere da sole l’impatto fino all’apertura tardiva del secondo fronte in Normandia, il 6 giugno ’44.

L’ultimo anno di guerra vide l’invasione dell’odiata Germania: l’odio seminato dai massacri, dagli stupri, dai saccheggi nazisti aveva creato un enorme sentimento di vendetta nei fanti dell’Armata Rossa, sfogato sulla popolazione civile tedesca. Una dopo l’altra, tutte le città orientali del Reich caddero in mano sovietica, fino alla capitale, Berlino, conquistata al prezzo di 300mila caduti. La vittoria venne eternata dalla celebre bandiera rossa posta sul Reichstag distrutto: la lunga corsa era finita. Alle 02:41 del 7 maggio 1945, a Reims, al quartier generale supremo delle forze alleate, il generale tedesco Alfred Jodl firmò la resa incondizionata di tutte le forze tedesche agli Alleati. Tale dichiarazione affermava che «tutte le forze sotto controllo tedesco cesseranno tutte le operazioni in corso alle ore 23.01 dell’8 maggio 1945». Il giorno successivo, 8 maggio 1945, poco prima di mezzanotte, un nuovo documento di resa fu firmato personalmente dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel,  a Berlino, nel quartier generale di Žukov, alla presenza del maresciallo sovietico e dei rappresentanti alleati. La notizia venne diffusa in URSS il giorno successivo, sancendo il 9 maggio come Giorno della Vittoria. Il contributo sovietico fu decisivo: una volta ripresasi dallo shock dell’estate 1941, l’Unione Sovietica fu in grado di produrre un quantitativo enorme di mezzi, armi, munizioni, cannoni, aerei, carri armati, oltre a schierare un’immensa massa di soldati, altamente motivati e pronti a tutto. Lo stesso Stalin, in crisi nei primi giorni di guerra, riuscì a guidare lo straordinario sforzo bellico sovietico, galvanizzando un popolo, adattando l’ideologia comunista alle necessità dell’ora, militarizzando una nazione intera. Nello scontro tra civiltà, vinse il sotto-umano, lo schiavo-slavo, schernendo una volta per tutte le assurdità razzistiche ariane. La Russia difficilmente si batte, ed è sempre preferibile averla affianco, che contro: questo, agli eredi di Churchill e Roosvelt, dev’essere ben chiaro, oggi più che mai.