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La parola in politica, se non è tutto, può comunque considerarsi parecchio. Scomodando lontani ricordi di oratorio e ancor più reconditi umori di sacrestia, si potrebbe anzi dire che sin dal tempo delle polis greche “in principio era il Verbo”: sintetico, sferzante, comprensibile, incendiario, plastico. In epoche in cui le lettere eran riservate agli occhi pigri della gente di rango, il passpartout fonetico scavalcava le barriere del censo e del Fato offrendo in dono anche ai più umili il privilegio umanissimo della comprensione e della passione. Dati codesti presupposti, chiunque uomo volonterosamente incamminatosi sul sentiero mortale della Politica doveva, di riffa o di raffa, apprendere i mistici segreti dell’oratoria. Non saper parlare in pubblico, infatti, era una menomazione che smorzava sul nascere i sogni di gloria del politico rovinando, al contempo, l’onore virile dell’Uomo in quanto tale. Uno di passaggio, tal Marco Tullio Cicerone, era talmente convinto della nobiltà intrinseca all’arte oratoria da dedicare ben tre poderosi tomi all’argomento. Tra le tante perle disseminate qua e la, una sintetizza magistralmente il requisito oneroso, quasi sacro, che deve possedere chi s’assume la responsabilità di proferir parola

Il valente oratore deve essere un uomo che ha ascoltato molto con le proprie orecchie, ha visto molto, ha molto riflettuto e pensato, e molto ha anche appreso attraverso le sue letture

Una liturgia, quella della Parola, che richiede dei modi, delle esigenze e delle movenze appartenenti di diritto alla mitologia intrinseca all’animo umano. Coniugata con la pars politica, l’oratoria diviene un rito in cui si manifesta e si condensa de visu il Mito soreliano. La folla, la musica, l’immagine fanno il resto: date ciò in mano ad un uomo intelligente, senza tanti scrupoli e carismatico e si svilupperà o una Chiesa o una Rivoluzione. Nella breve analisi che vogliamo proporre oggi, alle oscure sottane pretesche osiamo preferire- come oggetto di discussione, malpensanti!- le camice nere del Fascismo immortalate dal blanc et noir dei cinegiornali Luce. Pochi sanno, infatti, che l’immenso patrimonio della veneranda casa di produzione è stato digitalizzato e caricato su YouTube da un paio d’anni: non essendo allergici agli acari dell’oblio (e alle conseguenti pruderie benpensanti) abbiamo voluto resuscitare sugli schermi LED le adunate oceaniche del Ventennio per considerare, al netto di pregiudizi, l’evoluzione dell’ars oratoria del più famoso ospite dei balconi d’Italia: Benito Mussolini. La vulgata resistenziale, che ha etichettato con calcolato sdegno le apparizioni balconate del duce, ha consegnato all’Italia del Dopoguerra il racconto di discorsi buffoneschi offerti ad una moltitudine comandata, riunita in gregge da un Regime malsopportato ed in fondo odiato. Manipolazioni. In realtà, fintanto che Mussolini rimase tale e non si convinse d’esser veramente il Capo infallibile spacciato dalla propaganda serva di Starace e soci, ebbe sempre con la folla un rapporto schietto, improvviso, fatto di sentimenti percepiti al momento dal fiuto genuinamente politico dell’ex massimalista romagnolo. L’evoluzione, anzi l’involuzione, risulta marchiana nei cinegiornali degli anni Trenta: vediamola insieme.

Redingote e cilindro

Le immagini degli anni Venti immortalano un Mussolini poco noto, lontano anni luce dalla figura tipica assunta in seguito. Gli scatti del tempo- è l’epoca della normalizzazione dopo la virata autoritaria del gennaio 1925- consegnano ai posteri un duce non ancora in divisa, fasciato di eleganti completi borghesi– si direbbe da liberale giolittiano- che, in fondo, mal si abbinano alla corporatura popolaresca e rurale del figlio del fabbro di Predappio. Nemmeno il balcone è quello consueto: fino al 1929, infatti, Lui abita un piccolo appartamento di Palazzo Chigi.

 

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Mussolini al balcone di palazzo Chigi intorno alla metà degli anni Venti

L’abito della Rivoluzione

La Rivoluzione Fascista compie dieci anni e il suo Capo festeggia la ricorrenza con un incessante tour di visite nelle principali città italiane del Settentrione. Il Regime, consolidatosi negli anni dalla distruzione dell’opposizione e dal consenso maggioritario diffuso nel Paese, inizia a celebrare i propri riti. Torino si presta perfettamente all’occasione. L’abito liturgico, ovviamente, è la camicia nera dello Squadrismo.

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Prima del discorso: gestione del traffico della folla

Un discorso lungo, quasi una riflessione condivisa, che vede il Capo del Governo, in semplice camicia nera, galvanizzato ed acceso dall’entusiasmo della folla. In dieci minuti si mostrano tutte le maschere del repertorio mussoliniano: un fiume in piena che si sbraccia, sbuffa, lancia occhiatacce, gonfia il viso e sporge il mascellone sin quasi a rischiare la caduta dal balcone a cui s’avvinghia qual che volesse stritolarlo. La folla gioca alla pari con il duce: di irreggimentazione non v’è traccia.

 

Hitler chi?

Passati due anni dal Decennale, Mussolini si trova nella rurale Puglia, prolifica fattrice di grano e balilla. La mente del duce è però rivolta al Brennero, dove le mire germaniche sull’Austria di Engelbert Dolfuss (in sostanza un protettorato Italiano) si sono risvegliate forti e crudeli per via del pestifero Reichskanzler in baffetti e svastica, tale Adolf Hitler. Alla camicia nera di Torino s’è aggiunta la giubba grigioverde da caporale d’onore della Milizia, mentre numerose medaglie affollano la stoffa della divisa.

La minor elasticità delle membra viene superata per mezzo del magistrale utilizzo della pausa, battuta preparatoria alla stoccata anti-tedesca che rubrica il discorso di Bari del 1934 tra i più celebri del Ventennio. Il peana alla romanità, sostenuto da un superbo esercizio d’arte oratoria, è infine rifinito da un convulso movimento di braccio a cui si alterna la mitica figura “a damigiana” che dovrebbe aumentare la suspense dei silenzi.

 

Potenza Imperiale            

Il 1936 rappresenta lo snodo fondamentale alla base dei successivi coinvolgimenti dell’Italia fascista nel gran giuoco della diplomazia e della guerra. Mussolini fonda l’impero e partecipa all’avventura spagnola dimostrando un attivismo bellico pur troppo superiore alle reali possibilità delle forze armate nazionali (per lo più scarsamente permeabili all’ideologia fascista nei quadri dirigenti). Le immancabili glorie dell’Italia Imperiale conducono il Regime alla definitiva svolta militarista celebrata nell’Urbe con sempre più numerose parate e manifestazioni d’armati. L’avvicinamento alla Germania nazista, infine, certifica nei fatti l’inizio della fine della Rivoluzione Fascista e del suo capo. I discorsi di questo periodo mostrano un Mussolini tronfio, plasticamente immobile, rigido nelle uniformi e negli orpelli sempre più invadenti. Diminuiti in media a pochi minuti, i dialoghi tra il popolo e il suo duce si fanno rari: poche frasi fatte mitragliate dal balcone sostituiscono i lunghi e gustosi preludi alle stoccate polemiche del passato.

Un banale corsivo verbale di due minuti, quello dato in pasto agli astanti presenti in piazza nel maggio 1939, che ormai ha poco dello smalto e dell’argentea energia del Mussolini d’inizi anni Trenta.

L’inizio della fine

“L’ora delle decisioni irrevocabili” è il momento in cui, plasticamente, Mussolini firma la propria fine trascinando con sé la propria Rivoluzione e l’Italia tutta.

Psicologia del corpo: le mani avvinghiate al cinturone, gli occhi fissi, le membra ferme evidenziano i timori innati del bluff supremo

Il girato di quel pomeriggio lontano di giugno ci mostra un leader incerto, aggrappato al proprio cinturone per paura d’aver sbagliato il bluff della vita. Dimenticati gli slanci di passione e le mimiche da istrione, il duce appare bloccato, immobile, gelato nell’orbace. Nel viso terreo solo la mascella si muove convulsamente, triturando le frasi che segneranno la rovina del Regime e la distruzione del Paese. Quel VINCERE! urlato alla fine più che un imperativo, in sostanza, assume i connotati di un grido di speranza. Frustrata, com’è noto, nel sangue e nella disperazione della sconfitta e dell’invasione.