Letino, provincia di Caserta. 1877. L’aria è pesante, l’odore pungente del fumo si spande per il paesino, trasportato dalla brezza primaverile fino alle campagne. Sul palazzo del municipio sventola la bandiera, non il tricolore italiano, una bandiera rossa e nera. Ad andare a fuoco è una montagna di carte comunali, documenti, registri catastali. Tutto. Probabilmente anche il ritratto di Vittorio Emanuele II, il sovrano, prontamente staccato dalla parete dalla quale sorvegliava severo sull’andamento quotidiano della burocrazia. La monarchia pare non avere più alcun valore a Letino, è stata dichiarata decaduta, e la tassa sul macinato, il macigno appeso al collo dei poverissimi contadini del paese, è stata abolita. La fame della popolazione spinge i disperati alla rivolta, e migliaia di persone accorreranno per prestare finalmente le proprie braccia alla causa della libertà e non alla protervia dei signori, o almeno questo è quel che pensano i membri della Banda del Matese. Ma si sbagliano. Non li accompagnano che in poche decine. L’arrivo della polizia costringe la banda a riparare nelle foreste, dove fuggono per tre giorni, per consegnarsi infine nelle mani del capitano De Notter e dei suoi uomini. Gli insorti vengono rinchiusi a Santa Maria Capua Vetere, dove restano per più di un anno. Sono imputati della morte di un carabiniere e il processo, scongiurato il pericolo del giudizio in tribunale di guerra, la fucilazione garantita, viene celebrato in un tribunale civile. La sentenza viene letta il 25 agosto del 1878: gli imputati sono assolti. Tra il tribunale e il carcere, dove vengono ricondotti per le pratiche di scarcerazione, duemila persone festeggiano e acclamano rumorosamente la Banda del Matese: Napoleone Papini, Carlo Cafiero, Francesco Pezzi, Cesare Ceccarini, Errico Malatesta e altri. Anarchici.

L'arresto della banda del Matese nell'aprile 1877

L’arresto della banda del Matese nell’aprile 1877

Bologna, 1920. Errico Malatesta è ormai anziano, sono passati sessantasette anni da quel giorno in cui Santa Maria Capua Vetere lo diede alla luce. La stessa luce che gli sottrassero tutte le volte che dovette abituarsi al buio della prigione. È invitato di diritto al II Congresso dell’Unione Anarchica Italiana. Amico di Bakunin, autore di gesta memorabili, ha girato il mondo per non vivere nella clandestinità cui pure ha dovuto adattarsi. È proprio Malatesta a scrivere il programma dell’Unione che viene approvato all’unanimità. Quel programma è ancora alla portata di tutti, pubblicato com’è col titolo L’Anarchia.

Il programma dell'Unione

Il programma dell’Unione Anarchica Italiana

Cos’è l’anarchia? Come la si ottiene? Cosa vogliono quelli che vogliono l’anarchia? La risposta a tutte queste domande è contenuta nello scritto di Malatesta, un vademecum, un’attenta analisi della società. Estremamente libertario Malatesta, a più riprese mostra come nella società attuale (quella liberal-costituzionale e capitalistica, ovviamente) la libertà di cui un individuo gode altro non è che la libertà di fare ciò che non disturbi minimamente chi detiene il potere, economico e politico. Queste due forme di potere si intrecciano indissolubilmente, perché la disposizione della forza conduce al potere politico mentre la disposizione delle risorse a quello economico. All’ombra del governo dunque la classe di chi gestisce il potere economico si alimenta e in virtù dei propri mezzi diventa di fatto più potente della classe di governo, che verrà a poco a poco trasformata nel gendarme della classe dominante economicamente. Il governo per Malatesta altro non è che la collettività dei governanti in carne e ossa, non la rappresentazione plastica del potere sociale, l’istituzione rappresentante l’originario contratto sociale. Né più né meno che l’insieme di quegli esseri umani che vantano un privilegio che gli altri non hanno: quello di poter decidere cosa è consentito fare e cosa vietato, un potere discrezionale che si esercita attraverso polizia, magistratura e istruzione, ossia sorveglianza, punizione e educazione. Una violenza di chi può a danno di chi non può.

Incisione raffigurante un momento di lotta armata nella Comune di Parigi del 1871, soffocata nel sangue, l'esperimento storico che più si avvicina alla realizzazione dei principi di uguaglianza, libertà e solidarietà partoriti dalla Rivoluzione del 1789

Incisione raffigurante un momento di lotta armata nella Comune di Parigi del 1871, soffocata nel sangue, l’esperimento storico che più si avvicina alla realizzazione dei principi di uguaglianza, libertà e solidarietà partoriti dalla Rivoluzione del 1789

Solo così si capisce come fu possibile che durante la guerra civile spagnola le brigate comuniste spararono sugli anarchici, i pericolosi sacerdoti di una dottrina che esclude categoricamente qualsiasi idea di potere. Gli anarchici lottano per l’abbattimento del governo, di qualsiasi governo, e non per sostituire quello presente. Oltre che per l’abolizione della proprietà privata, l’altra faccia della medaglia. L’obiettivo è l’instaurazione di una società di liberi, una società in cui non ci sia alcun potere discrezionale.

L’anarchia ha per base l’eguaglianza di condizioni; ha per faro la solidarietà; e per metodo la libertà

Come si fa? Qui iniziano le perplessità. Malatesta riflette un certo positivismo sociale che è quasi scontato, considerato il periodo in cui visse. Secondo Malatesta dunque le proprietà dell’uomo sono l’istinto della propria conservazione e l’istinto di conservazione della specie. Per ritagliarsi uno spazio di azione e sicurezza gli uomini possono allora lottare gli uni contro gli altri e singolarmente contro la natura, oppure cooperare e lottare tutti insieme, formando quella associazione per la lotta caratterizzata dalla solidarietà, in cui altruismo e egoismo si fondono, conquistando ciascun individuo ciò che lo appaga molto più nella cooperazione che nella lotta individuale. Tale ragionamento sfocia nel principio del tutti per uno e uno per tutti, principio dal quale Malatesta prenderà le mosse per enunciare la tesi chiave del programma anarchico:

la libertà che noi vogliamo, per noi e per gli altri, non è la libertà assoluta, astratta, metafisica, che in pratica si traduce fatalmente nell’oppressione del debole; ma è la libertà reale, la libertà possibile, che è la comunanza cosciente degli interessi, la solidarietà volontaria. Noi proclamiamo la massima FA QUEL CHE VUOI, ed in essa quasi riassumiamo il nostro programma, perché riteniamo che in una società armonica, in una società senza governo e senza proprietà, ognuno VORRÀ QUEL CHE DOVRÀ

La libertà astratta e metafisica che Malatesta nega è proprio la libertà liberale, la libertà che pare poter sussistere anche se c’è chi decide e chi subisce le decisioni, chi compra lavoro e chi è costretto a vendersi per poter campare. È chiaro che a queste condizioni parlare di una reale libertà di tutti gli individui è molto difficile; la libertà liberale che si esprime nel fare ciò che si vuole purché non si intacchi la libertà altrui è allora modificata da Malatesta: l’uomo, il cui movente principale è pur sempre l’interesse privato, lo soddisfa tanto più e tanto meglio quanto più difende la propria libertà e insieme quella di tutti gli altri, passaggio obbligato in una società in cui non esistano più proprietà privata né governo. Non allora la libertà limitata dalla libertà altrui, bensì la libertà completata nella libertà altrui. La cosa più stupefacente è che Malatesta giustifica questo principio di convivenza sociale pacifica e solidale non già adducendo una pretesa intrinseca bontà dell’essere umano, tutt’altro! Proprio l’egoismo di ciascun individuo dovrà portarlo a considerare che senza padroni dei mezzi e senza governanti vivrà molto meglio, e una società di eguali sarà allora tanto desiderabile quanto auspicabile perché finalmente armonica, serena e libera. Per renderla tale però bisogna lottare, la libertà non è gratis, va conquistata.

Guerra civile spagnola (1936/1939)

Guerra civile spagnola (1936/1939)

Anche altri partiti hanno storicamente lottato per la libertà del popolo, in cosa allora l’anarchia si distingue da questi? Nel metodo adottato. Malatesta infatti spiega che i metodi adottati da tutti gli altri partiti si dividono in due categorie: quello autoritario e quello liberale. Il primo affida “a pochi la direzione della vita sociale”; il secondo la affida “alla libera iniziativa degli individui” e proclama

la riduzione del governo al minimo di attribuzioni possibile, però siccome rispetta la proprietà individuale ed è tutto fondato sul principio del ciascun per sé, la sua libertà non è che la libertà pei forti, pei proprietari, di opprimere e sfruttare i deboli

Il liberalismo diventa allora agli occhi di Malatesta “una specie di anarchia senza socialismo, e perciò non è che una menzogna, poiché la libertà non è possibile senza l’eguaglianza”. Il metodo adottato dagli anarchici è radicalmente diverso e unisce il principio della libertà individuale del liberalismo con la eguaglianza sostanziale del socialismo autoritario, è un metodo che prevede

l’iniziativa libera di tutti e il libero patto, dopo che, abolita rivoluzionariamente la proprietà individuale, tutti sono stati messi in condizione eguale di poter disporre delle ricchezze sociali. Questo metodo deve condurre, per via della libera associazione, al trionfo completo del principio di solidarietà

Si capisce allora come l’anarchia sia ben diversa dal comunismo di matrice marxiana. Nessun accenno a dittature del proletariato, che Malatesta considerava come un’altra forma di governo dunque di autorità coercitiva. Non c’è il minimo accenno alla coercizione e alla forza nelle parole di Malatesta, la rivoluzione degli anarchici passa per via culturale, non per sollevazione armata. Sì, ovviamente in ultima istanza i grandi proprietari e i governanti non possono essere persuasi con le buone che abbandonare il loro privilegio è cosa utile alla collettività nel suo insieme; per questo Malatesta propone che l’azione degli anarchici dev’essere un’azione in primis di diffusione culturale e solo alla fine, quando la società è pronta, arriva il momento di imbracciare i fucili. Dove sarebbero andati a finire questi fucili una volta abbattuti governo e proprietà però Malatesta non lo scrive, probabilmente aveva così tanta fiducia nella forza delle idee e del principio di solidarietà che riteneva impossibile che, una volta instaurata la società ideale, il migliore dei mondi possibili, sarebbe a qualcuno saltato in mente di riaffermare un potere con la propria forza.

Errico Malatesta

Errico Malatesta

Cosa resta oggi degli anarchici e dell’anarchia, di questa idea di società che ha animato lo spirito e le azioni di migliaia e migliaia di persone, convinte della possibilità di realizzare un mondo migliore per tutti, un mondo di libertà? Non rimane oggi che una suggestione letteraria, che ha affascinato anche chi non si definirebbe propriamente anarchico. Una suggestione che si può respirare tra le pagine dei teorici dell’anarchia e dei libri di storia che raccontano le gesta di questi piccoli eroi della libertà. Le forti ideologie politiche del XIX e del XX secolo sono per lo più defunte e l’anarchia non ha fatto eccezione, lasciando campo libero al liberalismo trionfante in tutti i campi. Perché spolverarla allora, perché riesumare questi cadaveri? Semplice. Per coltivare, anche solo per un minuto, l’idea che possa esistere questa società di liberi, questa società di amici.