A due passi dalla metro Piramide, c’è un monumento. Uno di quelli a cui spesso non si fa troppo caso, immerso com’è, nel tran-tran febbricitante del traffico capitolino. Eppure quella statua, affacciata timidamente su Viale Aventino, è simbolo di un’eredità storica. Un lascito, forse, ormai inesorabilmente destinato alla dimenticanza, ma che grava ancora sull’identità della nostra terra. Ed eccola lì, a due passi dalla Piramide Cestia, scolpita nel grigiore delle automobili, la statua di Giorgio Castriota, meglio noto come Scanderbeg. Un nome dal retrogusto sconosciuto per molti italiani, ma che in terra d’Albania è ancora in grado di far scalpitare i cuori. Un eroe la cui eredità è legata a quel concetto che Pashka Vasa declinò con il termine di “albanesità”. Proprio perché in quella terra, un tempo lembo di confine tra l’Impero Romano d’Oriente ed Occidente, sono convissute tribù, clan e religioni, unite dallo spirito nazionale albanese. Non sarà un caso che lo stesso Vasa scriverà: “Non guardate chiese e moschee / la religione degli albanesi è l’albanesità”. Lo stesso spirito per il quale Scanderbeg si batté senza sosta, tenendo testa al nemico ottomano per ben venticinque anni. In una data ormai sepolta nel tempo, il 1478, ma che segnò l’inizio di quel fermento che nel 1913 esplose, forse timidamente, con la dichiarazione d’indipendenza.

Probabilmente qualcuno si starà chiedendo cosa ci faccia la statua di un eroe nazionale albanese nel bel mezzo della Roma verace. La risposta è scritta nella nostra storia recente, nel primo dopoguerra ad esser precisi. Forse qualche lettore si turerà il naso, ma ci fu un tempo in cui l’Italia fu Impero, o almeno cercò di esser tale. Certamente, nulla a che vedere con le grandi potenze europee. Paesi in grado di vantare un dominio plurisecolare, calcificato nella repressione e nel sangue. Ebbene fu proprio questa la differenza tra Noi e Loro, in cui quel “Loro” sta per gli altri, i grandi colonialisti. L’esperienza, seppur breve, in terra di Albania iniziò nel 1939 sebbene avesse delle radici più profonde che affondavano già nel periodo della Grande Guerra. 

In quella conquista, di sangue ci ne fu poco, ma di certo questo non può essere un fattore legittimante. Del resto, chi avrebbe mai il coraggio di legittimarne il contenuto. Eppure quell’esperienza, largamente sostenuta dal conte Ciano, fu per molti il riscatto di un’Italia che voleva smettere di essere la nipotina delle grandi potenze europee, cercando in qualche modo di far valere la propria voce sul piano internazionale. E fu così che in meno di un giorno le truppe italiane issarono il tricolore su Tirana. Ed in altrettanto poco tempo, di Vittorio Emanuele III ne fecero “Re degli albanesi”. Un’investitura ampiamente snobbata dal Savoia, il quale esultò – si fa per dire -, autodefinendosi come “re di un mucchio di sassi”. Forse il re, con quella definizione – marcatamente etnocentrica, ma in fin dei conti non troppo distante dalla realtà – in qualche modo ci aveva preso. Del resto, l’Albania era un paese giovane, in cui si vestiva ancora alla maniera turca, e si agiva ancora con l’incedere della Natura. Per molti, l’Albania era un pezzetto d’Italia mescolata nelle tinte esotiche di un mondo ancora troppo turco per esporsi ad Occidente. In virtù di questi presupposti, l’Italia si impose su quelle terre come un soggetto differente che, certamente sì, era emersa con la forza ma che allo stesso tempo voleva distinguersi, ottemperando a quella missione modernizzatrice. Una laison di breve durata, quella italo-sqipetara, ma che in breve tempo ha imposto indelebilmente il proprio genio. Un talento dal pugno di ferro ma con il cuore di velluto.