Nel caotico barrio Tepito di Città del Messico non c’è molto da fare: alcuni pregano, altri parlano, altri ancora insegnano. Come insegnano? Sì, sì, proprio così. Storia, più precisamente. Maya, Aztechi, imperatori, leggende messicane. E Cuauhtémoc Blanco ascolta. Ha 10 anni, non gli piace molto studiare, la sua testa è persa tra campi in polvere e dribbling di fino. Il calcio è la sua strada, già lo sa. Ma ascolta il professore: ‘Sapete ragazzi, l’ultimo imperatore azteco è stato un eroe…’ Eroe. Blanco se lo ripete all’infinito, gli piace quel termine. E per ironia della sorte si chiama proprio come quell’imperatore: Cuauhtémoc, il quale, all’epoca dei conquistadores, difese l’ultimo baluardo dell’impero azteco dalle truppe di Cortés. Morì da eroe e divenne leggenda. Blanco ha 10 anni e ascolta, ne rimane estasiato. Anni dopo, quel bambino diventerà uno dei più grandi calciatori messicani di sempre. Orgullo del pueblo. Martedì scorso – in occasione della finale di Coppa XM contro il Chivas Guadalajara – Blanco ha disputato i suoi ultimi minuti da giocatore professionista con la maglia del Puebla, lasciando il campo a 20′ dalla fine per ricevere una meritata standing ovation. Ora per lui si prospetta una carriera politica. Non più scarpini e numero 10, bensì giacca, cravatta e tanti sorrisi. Cos’ha rappresentato Blanco per i messicani? Due parole: el diez. Uno dalla giocata facile, un libertino. Tecnica straordinaria, sublime visione di gioco, una capacità di leggere le situazioni offensive fuori dal comune. Trequartista sì, più ricamatore che finalizzatore. Ma all’occorrenza anche attaccante. Poi la Cuauhteminha, il colpo che l’ha reso famoso. Zambrotta e Cannavaro ne sanno qualcosa, beffati da suddetta giocata in occasione dei Mondiali del 2002. Ma in cosa consisteva? Palla in mezzo ai piedi, un semplice salto per evitare il tackle e via di corsa, lungo la linea. Riuscivi a vedere soltanto i tacchetti sgusciare via sull’erba e la dieci che si allontanava all’orizzonte. Apoteosi tecnica e calcistica, giù il cappello.

Infine gli assist, i tanti assist dispensati nel corso della ventennale carriera. Un metronomo lì sulla trequarti, capace di segnare e far segnare. Blanco ha giocato ovunque, perfino in Europa al Valladolid, fallendo però la sua grande occasione. Nel 2008 poteva andare a Catania, ma non se ne fece nulla per questioni burocratiche. Bandiera del Club America, fugace talento di Veracruz e Irapuato, infine idolo del Chicago Fire, dove segna uno dei gol più belli della sua carriera: stop di interno destro, palla sul sinistro e  gol da 25m. Lo stadio impazzisce. Il portiere neanche la vede, i tifosi invece sì. Diventa The King. Ennesimo sussulto di una vita straordinaria. E poi? Cos’altro? Ah, già. Il suo carattere particolare, avvezzo allo scontro e alla polemica. Guai a provocarlo, altrimenti avresti fatto la fine di David Grosso. Chi? Portiere avversario, sbeffeggiò Blanco dopo una parata imitando la sua famosa esultanza, la Temoseñal. Blanco lo guardò, sorrise e gli segnò due gol. E al terzo si lanciò letteralmente dentro la porta per imitare l’ennesimo pallone che l’aveva bucato. Unico. Un connubio di talento e follia come in Messico non ce ne sono mai stati. E probabilmente mai ce ne saranno. Dopo aver peregrinato per l’intero Messico ha deciso di appendere gli scarpini al chiodo all’età di 42 anni, appesantito dall’età e dalle troppe partite. Ha giocato (e segnato) in 3 Mondiali, ha vinto 2 Gold Cup e una Confederations, collezionando 3 bronzi in Coppa America. Si è ritirato dalla Nazionale nel 2010, non prima di aver segnato l’ultimo rigore contro la Francia all’età di 37 anni durante i Mondiali del 2010. Un genio del calcio messicano, l’ultimo imperatore. Proprio come Cuauhtémoc, il suo idolo. Infine, il nome dello stadio del Puebla testimonia la quadratura del cerchio: 46mila posti, grandi spalti bianchi sui quali batte il sole, un prato verde che ha ospitato ben due Mondiali. Poi il nome, si fa fatica a pronunciarlo, deriva da un imperatore che ha fatto la storia. E il nome, a questo punto, potete aggiungerlo da soli. Adios Blanco, y buena suerte.