E’ il 4 Maggio del 1949. Piove. A Torino si respira un’aria tutt’altro che tranquilla per via del maltempo. Cielo tetro, nubi fitte e venti forti costringono i cittadini a rintanarsi dentro casa, osservando la pioggia battere sul vetro. Per strada non c’è nessuno, Piazza San Carlo è insolitamente deserta e in lontananza le alte vette delle Alpi contribuiscono a sigillare la città con una calma insolita ma suggestiva. Il silenzio viene spezzato da un fragore simile a un terremoto, da un colpo sordo e spaventoso. Dalla Basilica di Superga si leva un denso fumo nero, al cappellano viene comunicato che un apparecchio è precipitato, cominciano ad arrivare i primi soccorsi tra l’incredulità e la paura del momento. ‘Cos’è successo?’ Eh, tra poco lo sapranno tutti. Nel frattempo all’aeroporto si accorgono che manca un velivolo all’appello, proprio quel Fiat G.212 che trasportava il Grande Torino di ritorno dall’amichevole di Lisbona contro il Benfica (disputata per l’addio al calcio del portoghese Françisco Ferreira). ‘Tranquilli, tagliamo per la collina di Superga…’ Ultime parole, ultimi comunicati via radio. Alle 17.05 non si ha più alcuna risposta, il mistero viene svelato. E mentre si scopre che una delle squadre più vincenti del nostro calcio è stata appena spazzata via da un incidente aereo, le lacrime di dolore dei tifosi del Torino si uniscono a quelle di un’intera nazione, confondendosi con quella pioggia incessante che ancora picchia su Superga.

Circa mezzo milione di persone partecipò al corteo che accompagnò le salme da Palazzo Madama fino al Duomo. Quel pomeriggio il Bel Paese pianse i propri eroi al di là dei colori e delle rivalità sportive, in quanto il volto pulito e il talento innato di Valentino Mazzola (semplicemente il dieci, la fantasia), i gol di Gabetto, Ossola (il primo acquisto di Ferruccio Novo, pagato 55mila lire) ed Ezio Loik, le sgroppate sulla fascia di Menti, i tackle di Rigamonti, le parate di Bacigalupo e gli sguardi sognanti di tutti quei ragazzi figli del conflitto rappresentavano il simbolo della rinascita italiana dopo il ventennio fascista e gli orrori di una guerra civile fratricida. Il trauma fu tale che Riccardo Carapellese e Benito Lorenzi – amici e compagni in Nazionale dei granata – non saliranno mai più su un aereo. Inoltre, la squadra che partecipò al Mondiale brasiliano nel 1950 preferì affrontare tre settimane di navigazione nell’Oceano Atlantico a bordo della motonave Sises piuttosto che mettere piede su un altro apparecchio (all’epoca erano 35 ore di viaggio). Che sia stato un errore del pilota, un guasto o la scarsa visibilità ormai ha poca importanza perché l’immagine di quei campioni capaci di vincere cinque scudetti consecutivi è stata trasmessa di generazione in generazione e vivrà per sempre nei cuori di chi resta. Riguardo questa tragedia si sono espressi migliaia di giornalisti, sia sportivi come il grande Giorgio Tosatti (il cui padre, Renato, perì nel disastro insieme a Luigi Cavallero e a Renato Casalbore, fondatore di Tuttosport) che non, come Giorgio Bocca, ma per trovare la riflessione più esaustiva bisogna tornare al 7 Maggio di quell’anno, quando Indro Montanelli scrisse sulle pagine del Corriere della Sera che ‘gli eroi sono sempre immortali agli occhi di chi in essi crede. E così i ragazzi crederanno che il Torino non è morto: è soltanto “in trasferta”. Ne è caduta di pioggia su quella collina e dopo la bellezza di 66 anni possiamo affermare indubbiamente che la Tragedia di Superga ha consegnato quei ragazzi, quei calciatori, quegli eroi d’altri non solo alla storia, ma ad un’indimenticabile leggenda.

FP