È stato il match del secolo come smisuratamente rinomato, anche se siamo solo agli antipodi, è stato il #Maypac per rendere ermeticamente social l’incontro, ma soprattutto è stato Mayweather contro Pacquiao. L’incontro più atteso della storia della boxe dopo la Rumbe in the Jungle quando Alì entrò nella legenda. L’evento da oltre mezzo miliardo di dollari ha però deluso le aspettative, troppo alta l’attenzione mediatica, troppo carichi di tensione i due contendenti dopo dieci anni di trattative contrattuali per formalizzare le ostilità. L’avvenimento più remunerativo da inizio secolo, due borse dal valore di 162 milioni per lo statunitense e 108 per il filippino. Un ricavato al botteghino da 74 milioni di dollari, una cintura da un milione per il vincitore. Il più alto indennizzo per un singolo evento, la spettacolarizzazione della nobile arte, che ha perso in 12 riprese il suo sangue blu sviscerato dai suoi interpreti e rimpolpato dai bigliettoni verdi messi in palio. Più che una lotta è stata una rappresentazione, un copione studiato per alimentare un movimento messo in ginocchio dalla siccità di veri manipolatori delle masse. Da una parte Mayweather il più divo dei due, soprannominato The Money per la propensione a sperperare i suoi guadagni. Dall’altra Pacquiao, l’antidivo per le telecamere, l’eroe nazionale per l’arcipelago asiatico, nel quale ogni suo incontro è seguito dalle immense folle incollate allo schermo luminoso.

Il trentottenne Myweather con la fedina agonistica immacolata con tutti i quarantasette match vinti, uno scudo impenetrabile che impedisce all’avversario di mandare a segno i colpi. “The best ever” come si è autoproclamato lui stesso, in un’ ostentazione di positività che descrive al meglio il personaggio che interpreta. Il trentaseienne Pacquaio, che nonostante la sua vocazione religiosa, è un pugile picchiatore sempre propenso all’attacco, ma soprattutto quella guardia falsa tanto indigesta al boxer afroamericano. Lo spettacolo più che all’interno dei quattro angoli è arrivato dalla parata di stelle sedute per una volta ai margini della scena. Schiacciato dal peso delle previsioni, il match è filato via senza ripagare le aspettative di un pubblico che riponeva in questi dodici round la rinascita della Grande Boxe. Mayweather l’ha vinta nella testa prima ancora che nel fisico, in un logoramento di nervi che ha prosciugato il fisico scultoreo di Pacquiao, in un decennio di parole che hanno lasciato il segno. Una dozzina di riprese di avarizia pugilistica, la concretezza nella sua essenzialità. Floyd ha vinto la borsa più piena di dollari, ma quella era già sua come da contratto, avrebbe potuto perdere avendo già in tasca l’assegno più pesante, ma non sarebbe rimasto in vetta. The Money arriva ad una sola vittoria dall’emblema Rocky Marciano, ma vincere la sfida del secolo non è bastato per elevarlo all’immortalità. Forse perché non è arrivato l’atterramento dell’avversario simbolo della demolizione dell’avversario, sicuramente perché il centennio è ancora lungo ed affrettare conclusioni non è degno per un’arte così nobile. Intanto l’evento ha eletto il suo vincitore, ma pochi racconteranno delle imprese eroiche del #Maypac, quel match del secolo che si disciolse in dodici round.