“Non c’è nulla che sia più inviso al potere di chi è in grado di fomentare sogni, e, ancora di più, di chi si dimostra in grado di realizzarli” diceva lo sceneggiatore Giuseppe Manfridi per rappresentare al meglio il più controverso allenatore degli ultimi venti anni in Italia: Zdenek Zeman. Il boemo ha portato nella patria dei difensori il calcio superoffensivo, una filosofia del lavoro poco usuale in un campo di calcio e un’infinita lotta contro la sua acerrima nemica: la Vecchia Signora. Con lui la penisola italica ha preso conoscenza del primordiale 4-3-3. Purificato da quegli esterni di centrocampo che formavano un impenetrabile linea a cinque sulla mediana, quei fluidificanti tanto corsa e grinta, ma poco inclini all’estro e alla fantasia. Il primo ad usare il tridente come arma d’offesa, prima ancora che di protezione. L’intuizione è quella di lasciare oltre l’ultima linea avversaria i tre uomini dell’avanguardia pronti a sfruttare la superiorità numerica. È poi fondamentale il costante appoggio dei tre mediani per non spezzare la squadra in due tronconi. Infine ai difensori spetta il compito di accorciare il campo, alzando il baricentro fino alla trequarti avversaria, per evitare una caccia all’avversario estenuante in inferiorità numerica. Prerequisito fondamentale: una condizione atletica in grado di supportare le ripetute accelerazioni. Il mese di Agosto era il suo segreto, un incubo per chi doveva sottostare ai suoi ordini. Un sergente di ferro dentro e fuori dal campo; non un eloquente oratore. In quella lotta continua contro i voraci media italiani, un allenatore deve riuscire a catalizzare su di sé le responsabilità e le attenzioni, alleggerendo quelle dei calciatori. Zeman ha sempre fatto l’esatto contrario, caricando di oneri i suoi uomini, promuovendo soprattutto quella linea giovane unica in grado di sobbarcarsi gli enormi carichi di lavoro.

La sua donchisciottiana lotta contro i vertici del calcio italiano, in particolar modo contro la Juventus che a suo dire ne era la diretta manifestazione, ha spostato troppe volte i riflettori dal rettangolo di gioco alle pagine dei giornali. Polemiche che venivano poi spazzate via dalla mancanza di risultati da cui il suo sistema di gioco è afflitto. Da quel 1979, anno in cui lo Zeman-pensiero diventa professionistico, non ha mai alzato al cielo nessun trofeo. Quasi una sentenza per uno secondo il quale il risultato è casuale, ma la prestazione è figlia del duro lavoro quotidiano. Nonostante la mancanza di risultati non ha mai perso consensi e il partito di maggioranza dei suoi ammiratori lo ha sempre difeso pur di non dire addio alle speranze di una rivoluzione calcistica fondata sul lavoro e l’attacco. Il suo campo di gioco preferito è sempre stato quello di periferia, dove aveva il tempo di permeare la sua idea, plasmando a sua immagine e somiglianza gli undici in campo, lontano dalla frenesia metropolitana unico vero nemico. La sua ultima opportunità in una grande l’ha avuta nella capitale, su di lui poggiava la rinascita di una Roma moderna, ma l’intransigenza tattica del vecchio saggio era poco incline a contaminazioni esterne, autodistruggendosi nel suo calvinismo calcistico. L’esilio nell’Isola sarda è stato un commiato poco glorioso per uno dei padri fondatori del gioco offensivo. Nel football americano lo chiamerebbero: il mister dell’attacco più che un capo allenatore. Incompleto per uno sport che oltre alla fase di possesso prevede indispensabilmente anche quella difensiva. Perché l’attacco venderà sempre molti biglietti, ma è con la difesa rocciosa che si sono vinti i campionati.