Quando, da profani, si pensa all’etologia, non si può non fare riferimento agli scimpanzé di Jane Goodall o alle oche di Konrad Lorenz. Visioni suggestive, oramai impresse nell’immaginario comune, perché tese a mostrare le relazioni, ponendo l’accendo sulle somiglianze, tra gli esseri umani e gli altri animali. Perciò, allo “studio comparato del comportamento animale” si associa automaticamente l’opera di antropomorfizzazione, utilizzata da alcuni etologi verso i soggetti osservati. Non è un caso, infatti, che gli scimpanzé studiati da Goodall nel parco nazionale del Gombe in Tanzania, avessero ricevuto tutti dei nomi (il vecchio McGregor, la sensuale Flo, gli amici inseparabili Goliath e David Graybeard), al fine di avvicinarli più alla comprensione umana, mettendone in luce le differenti individualità. Tuttavia, questo non è l’unico modo per approcciarsi agli animali, né tantomeno il primo. Senza andare troppo a ritroso nel tempo, bensì concentrandosi unicamente sulla nascita dell’etologia in senso moderno, si può costatare come il metodo di quello che può essere definito il “primo etologo” fosse completamente diverso.

Jakob Von Uexküll è stato il primo, a partire dagli anni ’30, ad utilizzare regolarmente il termine “ambiente” in biologia. Proprio questa nozione costituisce il fulcro del suo studio comparato degli animali. Von Uexküll, che non ha mai aderito al darwinismo, si scaglia determinatamente contro quello che considera un vero e proprio “pregiudizio antropocentrico”: la concezione che uomini ed animali condividano lo stesso ambiente e che, conseguenzialmente, possano essere studiati attraverso le stesse nozioni. Nel suo libro più famoso, Ambienti animali e ambienti umani, propone di intraprendere una “passeggiata in mondi sconosciuti”, lasciando da parte la retrograda idea dell’animale-macchina, al fine di approdare a quella innovativa di animale come soggetto. L’esempio cardine del biologo è quello della zecca: «Per il parassita, un’abbondante bevuta di sangue costituisce il suo primo e ultimo pasto, perché dopo aver mangiato non le resta altro da fare che lascarsi cadere a terra, depositare le uova e morire». Di fatto, la zecca è padrona del suo ambiente, ma quest’ultimo è completamente diverso da quello umano. Quale vita umana, infatti, potrebbe essere mai paragonata a quella appena citata? Nessuna, perché l’ambiente umano, che è a misura dei singoli individui e non della specie, si presenta decisamente più complesso e ricco di possibilità.

Cosa significa questo? Che la vita animale (o vegetale), in quanto più “povera di mondo” (come direbbe Heidegger, che ha studiato e lavorato sulla teoria di Von Uexküll), debba godere di meno rispetto? Per rispondere, basterà citare una delle frasi più suggestive del biologo estone: «Per me la terra è un gigantesco riccio di mare, tutte le parti viventi dipendono le une dalle altre». La sua visione organicistica viene articolata e contestualizzata attraverso l’esempio della quercia, che si presenta come un ambiente con ruoli diversi a seconda dei suoi numerosi abitanti (il guardaboschi, la bambina, il cerambice, la civetta, la volpe, la formica e il picchio). Questi ruoli, evidentemente molto diversi tra loro, talvolta possono entrare in contraddizione reciproca. Tuttavia, spiega Von Uexküll: «Se si volessero mettere insieme tutte le proprietà contraddittorie che offre la quercia in quanto oggetto, si otterrebbe una sola cosa: il caos. Nonostante ciò, queste proprietà compongono un unico soggetto, strutturato solidamente, che racchiude in sé e si fa portatore di tutti gli ambienti, senza per questo essere riconosciuto né riconoscibile dai soggetti di questi ambienti». La quercia diviene vettore per un messaggio che travalica i confini scientifici e raggiunge quelli spirituali in senso lato, visto che la riflessione fatta qui in piccolo la «si ritrova in grande in quello che potremmo chiamare l’albero della natura […] un Uno si prende cura e si fa portatore di tutti gli ambienti: questo rimarrò eternamente inaccessibile. Dietro tutti i mondi cui ha dato origine si nasconde, infatti, un soggetto eternamente inconoscibile, la natura».

Le idee di Von Uexküll vanno certamente contestualizzate nel periodo storico in cui sono state concepite, in cui nemmeno si immaginava di studiare gli animali come individui e dove il distacco tra specie era molto più marcato (oggi non è affatto uno scandalo riconoscere delle caratteristiche prettamente culturali almeno nei primati). Per questo, alcune sue posizioni possono sembrare, ad una lettura astratta, incomprensibili. Tuttavia, sono state proprio le teorie di quello che è stato, tra le altre cose, il consulente biologico di Rainer Maria Rilke, a spianare la strada allo sviluppo dell’etologia e alla messa in discussione di uno dei fulcri delle società occidentali: l’antropocentrismo.