Giorni di fibrillazione questi. Tutto il mondo ha puntato i suoi fari sulla Grecia dell’ambiguo Alexis Tsipras. Tutto il mondo col fiato sospeso, come se si trattasse di una finale dei Mondiali. La posta in gioco era alta da ambo le parti: la rivendicazione di una sovranità tanto desiderata, riscoperta dopo 15 anni di sepoltura, e dall’altra il compimento della sclerotizzazione economica, missione guidata dall’esercito di banchieri e di miliardari che intanto aveva già chiuso i rubinetti delle banche greche pensando di riuscire a spostare il voto del referendum sul “sì”.
Ma il gioco non ha funzionato e, con buona pace di Mario Draghi, della Cancelliera Merkel e del Presidente Schulz, i Greci, molto meno equivochi di Tsipras, hanno tirato fuori gli attributi e hanno mandato l’Europa a quel paese con un gesto che sa di una scazzottata faccia e fronte. Era ora che qualcuno si desse una mossa!
Lascia esterrefatti il cinismo, l’arroganza tutta teutonica, supportata dalla meschinità usuraia dei banchieri, con cui si è portata a termine una campagna mirata alla distruzione dell’economia di un intero paese. <<Ci vuole scienza, ci vuol coraggio>>, ma evidentemente ai piani alti di Bruxelles devono avere tutti la patente di idiozia!
“Se vincerà il no la Grecia dovrà introdurre un’altra valuta” spiegava Martin Schulz alla radio tedesca un giorno prima del Referendum. “Nel momento in cui si introduce una nuova moneta, si esce dalla zona euro. Sono questi gli elementi che mi fanno auspicare che la gente non voterà per il no”. Evidentemente avrà passato il quarto d’ora di Rabelais e dovrà esserci rimasto male quando ha scoperto che il 61,3 % dei Greci di Euro e di Europa non ne vuole proprio sapere, nonostante il “no” non significasse volontà di uscire dall’UE, ma solo stabilire una posizione più forte della Grecia nei negoziati. E quindi tutto ciò cosa significa? Niente, o forse molto. Dipende dai punti di vista. Rivoluzione non si può chiamarla, dal momento che Tsipras si è dimostrato ambiguo dall’inizio, promuovendo un referendum simbolicamente forte, concretamente un po’ meno. Per di più l’8 luglio ha subito inviato una lettera all’Esm per chiedere nuovi aiuti mediante l’accesso al Fondo Salva Stati, garantendo in cambio riforme delle pensioni e dell’IVA con l’obiettivo di diminuire il debito pubblico. Insomma, il giovane Primo Ministro greco, forte ora dell’esito referendario, vuole avere la botte piena e la moglie ubriaca. Di rivoluzionaria c’è però la risposta popolare. La gente profetizza – benedicendola – il ritorno della Dracma e intanto da Mosca arrivano segnali non trascurabili. Il Giornale riporta le dichiarazioni del portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, il quale ha auspicato il compromesso tra i partner greci con i creditori. Sinora non c’è stata nessuna esplicita richiesta di aiuto o assistenza, ma la questione greca potrebbe risultare davvero importante nel prossimo congresso della Nuova Banca di Sviluppo Brics che raccoglierà i paesi stanchi di essere sottoposti al giogo della Bce e del Fondo Monetario Internazionale.

Dall’altra parte i pavidi invece. Uomini senza arte né parte, pronti a rimettere le carte in tavola, a vedere cosa bisogna fare per progettare una nuova Europa, data la cecità di questa nei confronti dei paesi membri. Vanno ripetendo le solite balle da anni e ormai nessuno ci crede più. Uomini senza orgoglio, colonnelli dell’austerità e della schizofrenia monetaria, proprio come Matteo Renzi, il quale ha affermato che, a differenza della Grecia, intende fare le riforme e che il destino degli italiani non sarà quello di fare le code ai bancomat. Quindi possiamo dedurre che la colpa sarebbe della Grecia che non avrebbe fatto le riforme, dal momento che queste sarebbero la panacea per tutti i mali. No riforme, no party!
Era ora davvero che qualcuno desse uno schiaffo a questo esercito di mercenari, poco importa se il coro dei pavidi incravattati accusa Tsipras di populismo, tanto per cambiare. Oramai il populismo è diventato come il prezzemolo ad ogni minestra. La differenza tra gli uni e gli altri è che quelli che hanno dignità tirano la testa fuori, o almeno ci provano. I pavidi no. I pavidi non hanno fatto mai nessuna rivoluzione. Si sono messi sempre dalla parte del più forte, con la loro retorica politicamente corretta, con la loro bocca insozzata da un linguaggio mediatore e diplomatico, sempre attento a non prendersela con nessuno. I pavidi non sono bianchi o neri, non sono con né con l’uno né con l’altro, per questo è facile per loro stare seduti su uno scranno di un partito, poi cambiarlo, prima criticare l’uno poi criticare l’altro. I pavidi, razza disonesta e infingarda, diffondono la loro viscida cultura da quattro soldi, riesumando miti di un lontano passato e asciugandosi gli occhi che grondano di lacrime apparenti ad ogni episodio di sofferenza pubblica. I pavidi non stanno né a destra e a manca, i pavidi persino il Signore li vomita dalla sua bocca. Andrebbero banditi dai confini di ogni stato civile, condannati all’oblio pubblico e all’indifferenza generale, alla vita raminga di un mendico o di un cane.

A noi non resta che stare dall’altra parte, sperando che la Grecia sappia battere i pugni sul tavolo delle trattative o semplicemente guardare più ad Est, a Mosca, pronta ad avere un partner nell’universo NATO. Questa sarebbe sì la vera Rivoluzione. Per ora ci dobbiamo accontentare solo di una rivoluzione a metà!