Che cosa rappresenta la propria vita per alcuni ex dirigenti comunisti cresciuti nel sogno di un’uguaglianza nella giustizia, secondo i dettami materialisti teorizzati da Karl Marx? Recentemente la Consulta si è espressa sulla legittimità dell’articolo 580 del codice penale che punisce l’istigazione o l’aiuto al suicidio. Con una sentenza epocale, la Corte Costituzionale ha sancito che:

Non è punibile chi procurerà la morte a un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli

Questa svolta decisiva è frutto di un percorso talvolta giuridicamente tortuoso nel quale si interseca perfettamente la parabola politica di Lucio Magri, storico fondatore de Il Manifesto.

Classe 1932, ferrarese di nascita ma bergamasco d’adozione, Magri inizia la propria attività politica nelle organizzazioni cattoliche, politicamente vicine alla Democrazia Cristiana. Già nel corso degli anni ’50, il giovane e anomalo democristiano denuncia le «brutture del capitalismo» in qualità di redattore della rivista mensile Per l’Azione. L’amico Giuseppe Chiarante ricorda:

Era ammirato dalla compagne di scuola per la sua presenza atletica e perché considerato molto bello

Nel 1955, dalle colonne del periodico democristiano di sinistra Il Ribelle e il Conformista, e sfruttando lo pseudonimo di Cesare Colombi, Lucio Magri compone un articolo dal titolo emblematico Bilancio del centrismo nel quale delinea un’ipotesi di apertura a sinistra nell’area di governo senza contemplare una contrapposizione politica tra il Partito Socialista e il Partito Comunista. L’intellettuale Magri, sostenitore di un necessario dialogo tra il mondo cattolico e la galassia comunista, decide così di fuoriuscire dal ventre della Balena Bianca per approdare sul lido del Partito Comunista Italiano, all’indomani dei fatti di Ungheria del 1956.

Nell’estate del 1958 Giorgio Amendola, in qualità di responsabile dell’organizzazione di partito, accoglie nel suo studio a Botteghe Oscure il giovane Magri ma consiglia a questo intellettuale un po’ astratto ed eclettico di costruirsi delle esperienze amministrative di base, attraverso ruoli di primo piano nella segreteria bergamasca e nella segreteria lombarda del PCI.

Lucio Magri e Rossana Rossanda

Negli anni successivi, Lucio Magri torna a Roma per occuparsi di studi economici e abbraccia le idee eretiche di Pietro Ingrao. Si guadagnò l’amicizia e la stima di Rossana Rossanda senza cercar mai di sedurla: «Sono sempre stata l’amica, mai quella di cui ci si innamora». In casa di Luciana Castellina e Alfredo Reichlin incontrò e conobbe Enrico Berlinguer. Il comunista Antonello Trombadori accolse Magri sulle colonne del settimanale Il Contemporaneo. Le critiche al capitalismo centrista furono affiancate da feroci accuse di ipocrisia nei riguardi del riformismo di centro-sinistra.

Il 23 giugno 1969 arriva in edicola Il Manifesto, stampato a Bari, edito dalla casa editrice Dedalo e diretto dallo stesso Lucio Magri e da Luciana Castellina. Sul periodico compaiono le firme eretiche di Luigi Pintor, Aldo Natoli, Rossana Rossanda e Valentino Parlato. La difesa della Primavera di Praga e un elogio della Repubblica Popolare Cinese diventano elementi sufficienti per sancire la radiazione degli eretici del Manifesto per volontà del comitato centrale del PCI, presieduto da Alessandro Natta.

Il primo numero del Manifesto (giugno 1969)

Trovando il supporto inaspettato del filosofo Norberto Bobbio, nel 1974 Lucio Magri fa confluire il movimento politico del Manifesto nel nascente PdUP, il Partito di Unità Proletaria, divenendone segretario dal 1976 al 1984 per poi confluire nuovamente nel Partito Comunista Italiano.

Tra salotti romani, Transatlantico e vertici di partito, Lucio Magri vive gli ultimi attimi della storia del comunismo italiano fino al Congresso di Rimini del 1991. Non condivide la svolta del Partito Democratico della Sinistra, voluta da Achille Occhetto, e decide di aderire al partito della Rifondazione Comunista, dove riabbraccia Armando Cossutta e successivamente il maestro Pietro Ingrao.

Congedatosi dalla vita parlamentare, Magri non si dimette dalla passione politica e giornalistica: la sua firma riappare sul Manifesto e nel 2009 pubblica Il sarto di Ulm. Una possibile storia del PCI. Il sarto di Brecht che si schianta a terra per la sua incapacità di volare. Ucciso da un’ambizione troppo grande e ideale.

Nella vita di Lucio Magri la passione politica si unì alla passione per il gentil sesso. Carisma da rivoluzionario estremista e viso alla Gary Cooper, la sua celebre storia d’amore con Marta Marzotto turbò profondamente l’amante ufficiale della contessa, il pittore siciliano di fede comunista Renato Guttuso (autore de I Funerali di Togliatti).

Marta Marzotto

Il triangolo amoroso costituito da fughe, nascondigli e complicità suscitò l’ira funesta del geloso pittore che, ferito a morte, si vendicò dipingendo più volte Magri come un mostro marino con corna e tridente. All’amante fedifraga, Guttuso scrisse addirittura versi sarcastici per distoglierla da questa sua folle passione per l’onorevole comunista: «Liberaci dal Magri. Amen».

Il triangolo tra il parlamentare, la contessa e il pittore terminò con la morte della moglie di Guttuso, Mimise. L’artista siciliano decise di interrompere qualsiasi contatto con Marta Marzotto. Lucio Magri scelse così di dileguarsi senza mai più rivedere l’amata contessa. Incrociatisi diversi anni dopo in aeroporto, Magri addirittura cercò di evitare il suo sguardo e finse di non vederla. Così la contessa Marzotto, irritata, decise di affrontarlo: «Gli diedi un colpetto sulla spalla e gli dissi: guarda, dovrei essere io a fingere di non vederti».

Marta Marzotto ricorderà sempre il suo folle amore per l’onorevole Magri con un sano tocco di amarezza e sarcasmo:

Sono stata l’unica persona di estrazione popolare che abbia frequentato. E voleva che la tavola fosse apparecchiata sfarzosamente, posate d’argento, e guai se non c’erano vini giusti, caviale, cibi raffinati e compatibili.

Il più grande amore di Lucio Magri fu in realtà la moglie Mara. E quando perse la moglie, Lucio Magri confidò all’amico Valentino Parlato, ex direttore del Manifesto:

Per me è una perdita irreparabile. Volevo morire con lei ma mi ha chiesto di non farlo. Mi ha detto che dovevo finire il mio libro. Ecco, adesso il libro è finito. Ha avuto anche un buon successo. Adesso sono arrivato al termine.

In un groviglio depressivo fatto di intrecci pubblici e privati, Lucio Magri scelse di togliersi la vita senza conversioni cattoliche in punto di morte, agli antipodi rispetto al suo grande rivale in amore Renato Guttuso. Scortato dall’amica Rossana Rossanda, nonostante le perplessità dei suoi compagni di partito, Lucio Magri si recò nel 2011 in Svizzera, nei pressi di Zurigo, dove optò per il suicidio assistito. Ricorda Rossanda:

Decidere di morire non è semplice. E lui aveva la sensazione che ormai non c’era più niente da fare. Non solo, come è ovvio, per la sua compagna. Anche per la vita politica. Vedere finire ogni speranza di una vita diversa non è cosa da poco

Dense di significato e piene di vita, le scelte e le sconfitte di Lucio Magri continuano in realtà a regalarci barlumi di speranza politica ed esistenziale.