“Non è roba per moderati, Buscaroli. Tende all’Assoluto. La sua cultura, le sue passioni profonde, spaziavano dall’arte figurativa alla musica, dalla storia al giornalismo. Il suo metro fu la grandezza e l’Oceano del mondo l’unico mare navigabile. Fu un uomo capace di odi profondi come di amori smisurati, tutto volontà e carattere, rigore e competenza. Buscaroli odiò molto. E fu grande. Camillo Langone lo ha ribattezzato Piero il Terribile. Ma noi lo riconosciamo solo come Piero il Grande, ultimo discendente diretto di una grande dinastia. Lui è l’ultimo Re del giornalismo italiano. Lunga vita a Piero Buscaroli. Lunga vita al Re! Perché Buscaroli non è morto. Chi ha seminato nello spirito non muore nella carne”.

Con queste parole (rubate a Rodolfo Sideri, che le aveva dedicate a Codreanu) chiudevo il mio ritratto di Buscaroli in occasione della morte, avvenuta lo scorso anno. Ma erano parole di chi lo aveva conosciuto “solo” sulla carta. Oggi, a un anno dalla scomparsa di “Piero il Grande”, ho avuto l’occasione di pubblicare i contributi inediti di alcuni tra coloro che hanno avuto il piacere e l’onore di conoscerlo di persona. Spero un giorno di poter brindare con tutti voi in nome di Buscaroli. L’ultimo Re del giornalismo italiano.

Grazie,

V. A. Menga

(qui la prima parte)


Gianfranco de Turris, giornalista e scrittore, studioso del pensiero tradizionalista, nonché curatore dell’opera omnia del filosofo Julius Evola.

Gianfranco-de-Turris

Storia di due interviste

Quando iniziai a frequentare nel 1966-7 la redazione de “Il Borghese”, poiché avevo cominciato a collaborare alla pagina culturale del quotidiano di Napoli “Roma” diretta da Claudio Quarantotto e al mensile “Il Conciliatore” collegato al settimanale, inevitabilmente conobbi anche Luciano Cirri, Giano Accame e Piero Buscaroli che, pur abitando a Bologna, era di frequente a Roma. Tutti avevano tra gli otto e i sedici anni più di me: una età oggettivamente non eccessiva, ma soggettivamente una enormità. Erano dei giornalisti, erano degli scrittori, erano delle “firme”, io ero un principiante che si affacciava in quell’ambiente ideologicamente minoritario. Ne avevo un certo rispetto, addirittura soggezione, non come oggi che il primo ragazzotto che ti conosce si ritiene in confidenza e ti dà del tu.

Buscaroli
Certo Piero era il più sferzante di tutti, il più tagliente e netto nei giudizi e quindi il meno avvicinabile. Nonostante ciò, quando iniziai a pubblicare sul “Conciliatore” che dirigeva Piero Capello una serie di interviste sula “cultura di destra” all’esplodere della “contestazione” (dal luglio-agosto 1968 al giugno 1972, 35 interviste ora riunite in I non-conformisti degli anni Settanta, Ares, Milano 2003, con presentazione di Sergio Romano) ne chiesi, dopo molte titubanze considerato il personaggio, una anche a lui. Mi ricevette in vestaglia nella camera dell’albergo in cui risiedeva quando veniva a Roma e mi tenne una lunga filippica per dirmi che quel che stavo facendo era del tutto inutile, non serviva a nulla, non sarebbe approdato a nulla… Magari aveva anche ragione, ma per me era e sarebbe restata una ampia testimonianza di un mondo alternativo alle idee del Sessantotto. Ovviamente non concesse alcuna intervista… Ci rimasi un po’ male, lo ammetto, ma senza problemi me ne feci una ragione. Sapevo chi era e leggevo sempre avidamente i suoi densissimi articoli sul “Borghese”. Politica interna, politica estera, cultura, polemiche a non finire…

Una delle tante copertine irriverenti, piccanti e provocatore del settimanale "Il Borghese" fondato da Leo Longanesi. Una rivista così originale, intelligente nella provocazione e politicamente scorretta non si vedrà più.

Una delle tante copertine irriverenti, piccanti e provocatorie del settimanale “Il Borghese” fondato da Leo Longanesi. Una rivista così originale, intelligente e politicamente scorretta non si vedrà più.

Mi presi una sorta di rivincita più di trent’anni dopo, quando ero alla redazione cultura del Giornale Radio Rai. Era il 2004 ed era uscito il suo Beethoven per Rizzoli. Mi piaceva fare interviste a personaggi “scomodi” di cui alla radio nessuno intendeva occuparsi. Ebbi il suo telefono bolognese dalla figlia Beatrice: si rifiutò categoricamente e per principio e soprattutto dopo che gli spiegai che il colloquio doveva durare un minuto, settanta secondi massimo. Im-pos-si-bi-le! Facendo leva sui ricordi, sulla amicizia e soprattutto sul fatto che la sua presenza in radio sarebbe stata una vera “provocazione”, riuscii a spuntarla. Non dovetti fare troppi taglia-e-cuci perché il “professor Buscaroli” fu assai più conciso di quanto si potrebbe pensare. Disse tutto in modo chiaro e semplice suppergiù nel tempo a disposizione. Credo sia stata la prima e unica volta che Piero Buscaroli abbia parlato in Rai, almeno sino al 2004, dato che lì il conformismo era la parola d’ordine e nessuno si prendeva la “responsabilità” di sentire personaggi, come oggi si dice, assolutamente non politicamente corretti.

Quando morì, a ridosso della morte di Umberto Eco, pochi ne parlarono degnamente, tributandogli gli onori che gli si dovevano, mentre al semiologo furono dedicate paginate e paginate per giorni e giorni. Ma non è da questo che si stabilisce il valore vero di una persona di cultura.

G. de Turris


Marcello Veneziani, giornalista, scrittore e filosofo:

Veneziani

Piero, l’odio-amatore

Piero Buscaroli non si accontentava di essere scorrettissimo ma riusciva a essere eretico anche nella sparuta schiera dei controcorrente. Per esempio lui amava definirsi “fascista nonostante Mussolini”. Dirsi fascisti a mezzo secolo dalla morte del fascismo era già una dichiarazione di radicale anticonformismo ma dirsi fascisti malgrado Mussolini lo metteva in contrasto perfino con la sparuta schiera dei fascisti. Ricordo del resto il suo odioamore con quasi tutte le persone che gli erano vicine o che parlavano bene di lui. Odioamava Montanelli, odioamava Giovanni Volpe, odioamava quelli della sua generazione, come Fausto Gianfranceschi e Giano Accame.

Buscaroli conosceva come pochi la storia della musica e la tragica musicalità della storia. Non solo per dandismo si definì “un superstite della repubblica sociale in territorio nemico” ma non ebbe l’età per aderire alla Rsi. In realtà si sentì superstite di una costellazione di mondi antichi e di paesaggi storici caduti in rovina. Dopo una presenza assidua e puntuale sulle pagine de “Il Borghese” e su alcuni quotidiani di destra, Buscaroli scrisse per anni sul “Giornale” sotto falso nome. Perché lui, come Prezzolini e Del Noce, fu proscritto, ma rispetto agli altri due che fascisti non erano, lui sul “Giornale” almeno poté scrivere con lo pseudonimo di Piero Santerno.

Buscaroli Almirante

Memorabili, oltre i suoi scritti, furono pure le sue litigate, con Montanelli stesso e con Volpe, Almirante e Dino Grandi, suo cugino Massimo Cacciari e Paolo Mieli. Facile alla querela, Buscaroli aveva un velivolo che aveva battezzato Querelino, frutto dei proventi delle sue vittorie giudiziarie. Litigò anche con me, per ragioni di cui assoluta era la mia innocenza: ma poi col tempo si rappacificò. Buscaroli fu scoperto da Longanesi e fu una firma storica del mitico “Borghese”, soprattutto in politica estera. Diresse anche il “Roma” di Lauro; ma dirigere un giornale, a Napoli per giunta, sarà stato per lui – e per chi era con lui – un vero supplizio. Come fu terribile la sua campagna elettorale politicamente troppo scorretta alle europee del ’94. Era un solista, grande e furioso.  

M. Veneziani


Gennaro Malgieri, scrittore, giornalista e studioso del pensiero conservatore:

Gennaro Malgieri

Davanti all’opera di Buscaroli

Davanti alla mia scrivania, sul piano nobile dello scaffale che vigila sui miei pensieri e sulle povere cose che vado scrivendo, l’opera di Piero Buscaroli, allineata con riguardo e osservata con ammirazione e nostalgia, sembra chiamarmi ad un cimento che non oso neppure abbozzare tanto sarebbe impegnativo e bisognoso di forze che purtroppo mi mancano. Eppure, quante volte mi sono detto che il lavoro di Piero in qualche modo andava ripreso e continuato? Allora, per acquietare la mia coscienza di tanto in tanto mi alzo, prendo un suo libro, sfoglio alcune pagine o mi immergo per ore nella letture delle figure che ha ritratto o nei paesaggi con le rovine che ha attraversato o ancora tra le tempeste di note, sentimenti e linguaggi che ha domato. Mi sento meno solo.

Alcune delle opere che Piero Buscaroli ha pubblicato durante la sua vita.

Alcune delle opere che Piero Buscaroli ha pubblicato durante la sua vita.

Pochi giorni fa tra le mani, come un dono inaspettato e prezioso, mi è capitato un opuscolo pubblicato in edizione limitatissima in occasione di un incontro italo-germanico contenente il testo della lectio magistralis di Piero intitolata “Due culture: un confronto di secoli”. Il mio vecchio amico e maestro aveva ricevuto o trovato da qualche parte, non lo ricordo più, una mia raccolta di poesie, Sui passi di Nietzsche. In copertina avevo messo la riproduzione dello splendido e suggestivo dipinto di J. Friedrich Overbeck raffigurante due fanciulle che si tengono per mano con le teste che leggermente si toccano: “Italia e Germania” rappresentate dal grande pittore tedesco in amicizia profonda, a simboleggiare quasi il cuore dell’Europa.

"Italia e Germania" nel dipinto di J. Friedrich Overbeck

“Italia e Germania” nel dipinto di J. Friedrich Overbeck

Piero mi inviò la pubblicazione curata dal “Comitato interpaese Italia-Germania” da Monteleone nell’agosto 1989, con questa dedica: “Caro Gennaro, vedi che ti avevo preceduto nell’amore delle due fanciulle! Affettuosamente, PB”.

Un tuffo al cuore, un ricordo che ha rinnovato il dolore di una grande perdita. Avevo dimenticato questo scritto. L’ho riletto più d’una volta. Vi ho trovato il Buscaroli di sempre, quello che da adolescente leggevo sul “Borghese” e sul “Roma” che mio padre portava in casa; quello che poi avrei conosciuto e sarebbe diventato mio amico; quello dei lunghi silenzi, ma poi sempre affettuoso, come quando mi annunciò l’uscita del suo Una nazione in coma, qualche anno fa. Il dipinto di Overbeck riassume il senso dello scritto su cui è apposto. Uno scritto che riecheggia motivi che hanno attraversato interamente l’opera di Buscaroli sulla fine della vecchia Europa:

“Per quanto la pace sia tornata due volte, dal 1914, sull’Europa, quel mondo non tornerà mai più. Non una generica amicizia, ma una profonda collaborazione di due culture fu stroncata dalla furia del 1914, dopo che aveva appena cominciato a produrre i suoi frutti. Nulla può più essere come prima. Né sono più come prima le nostre due patrie, non soltanto per le umiliazioni subite, per le mutilazioni territoriali, ma per lo spirito”.

Autografo Buscaroli
Ecco, chi volesse decifrare la crisi europea dovrebbe tenere conto di quest’ultima annotazione. Ed il pessimismo di Buscaroli sulla ricomposizione di un’unità culturale e spirituale era ed è assolutamente giustificato. Mi sembrava così tanto tempo fa, quando lo conobbi, nel 1975. Erano convincenti le sue disincantate analisi sul destino dell’Europa. Sulla fine della nostra storia comune. Al tavolo di una vecchia trattoria romana o in attesa del treno per Bologna, inframmezzando discorsi e suggestioni, con progetti che mai si sarebbero realizzati, come può testimoniare il mio amico fraterno Stenio Solinas che era l’altro giovane referente di Buscaroli a Roma, stimato al punto di affidargli la compilazione di una raccolta di pensieri di Machiavelli (davvero splendida!) per la collana “La Torre d’avorio” edita da Fògola di Torino. Immaginava anche un giornale, con noi e con Enzo Erra (quanta fatica per farli riappacificare avendo dimenticato le ragioni del loro dissenso…). Forse la rinascita del “Roma”. Ci faceva sognare. Ma ci sbatteva nello stesso tempo in faccia quella realtà che avremmo imparato a maneggiare sia pure con sofferenza: la fine irrimediabile di un mondo, non solo quello dei vinti, ma di nazioni “in coma”, come l’Italia e la Germania.

La copertina de "Una nazione in coma" pubblicato per Minerva editore. In copertina una bellissima foto di Adriano Volpe

La copertina de “Una nazione in coma” pubblicato per Minerva editore. In copertina una bellissima foto di Amedeo Volpe

Una nazione in coma: riprendo il volume sempre con un occhio alle due fanciulle di Overbeck. Ripenso alle guerre tra borgognoni ed armagnacchi, per dirla con Paul Valéry , e vi scorgo una linea di pensiero coerente con quanto sosteneva Buscaroli in quella lectio tenuta a Pesaro l’11 maggio 1986. Il saggio mi appare come l’esegesi finale di un anatomopatologo applicato ad una storia infranta che per sgombrare il campo dalle illusioni di chi crede che dopotutto la situazione non sia poi così grave, sceglie le parole di Emil Cioran:

“Cadere dalla eternità nel tempo fu, finora, la regola. Ma si può cadere più in basso: cadere perfino fuori del tempo. Non è affatto escluso che questa esperienza diventi, un giorno, da individuale, un fatto che ci riguarderà tutti…”.

Il filosofo rumeno Emil Cioran

Il filosofo rumeno Emil Cioran

Chi può dire che questa sorte non sia capitata a noi, italiani che non sappiamo dire quanto durerà il coma e se mai ne usciremo?
Piero direbbe che il destino si è compiuto. Una pagina di storia, lunga un millennio, è stata strappata. Restano rovine in un paesaggio senza nome. Ed il sorriso, per chi lo ricorda, delle due fanciulle di Overbeck… Mi piace pensare che negli ultimi giorni della sua vita a Piero quel sorriso sia stato di conforto.

G. Malgieri


Sergio Sotgiu, plurilaureato, Dottore di ricerca in filosofia, studioso di filosofia contemporanea:

Sergio.Sotgiu

Buscaroli, scrittore autentico

Ricordando Piero Buscaroli credo che il torto maggiore che gli si possa fare sia considerarlo un personaggio di area. No. Era uno scrittore autentico perché era una personalità poliedrica (musica, arte, saggistica, elzevirismo; e poi: biografo, pittore, organizzatore di cultura, direttore di giornali e di collane di libri) che, al di là degli schieramenti e delle loro logiche, in qualsiasi campo operasse sapeva lasciare una traccia originale unitamente all’impronta d’una passione intensa, contagiosa. Quella di cui, in definitiva, s’è persa financo la memoria: la passione di essere uomo. Le letture, acutamente selezionate, erano quelle giuste, utili a comporre i mosaici storici, artistici, culturali che costituivano le armoniche tessere della sua personalità. Al cui centro vibrava un gusto sicuro, (perciò assai esposto alle reazioni altrui, positive o negative che fossero) il quale, visibilmente, si offriva con un senso della lingua percepita nella sua ricchezza e nel suo nitore. L’effetto decisivo era infine ottenuto dall’originale torsione che egli sapeva imprimere alla frase.

Quando chi lo conobbe si chiede quanto un urticante impegno politico abbia nuociuto alla diffusione della sua fama di scrittore, si sottintende che a danneggiarlo sia stato il suo riconoscersi nella parte sbagliata. In realtà una figura come la sua avrebbe sempre finito per trovarsi nella parte sbagliata. Il che non vuol dire, si badi, trovarsi in un lato anziché in un altro d’un immaginario transatlantico (credo sia il caso di scansare le maiuscole). Intendo dire che sbagliato sarebbe comunque stato qualsiasi scranno egli avesse occupato, essendo utile considerare qui le categorie di un tempo scarsamente idoneo a comprendere e ad accogliere personalità della sua statura. Evidentemente quando si parla di tempo si allude anche al luogo e a chi lo abita; si converrà pertanto che non sia stato facile per lui trovare il posto giusto fra gente che, quasi fosse un mulo, esulta per non aver l’orgoglio delle origini né la speranza d’una posterità.

La copertina di uno dei libri che Buscaroli pubblicò per Fògola nella collana da lui diretta "La Torre d'avorio"

La copertina di uno dei libri che Buscaroli pubblicò per Fògola nella collana da lui diretta “La Torre d’avorio”

Ma occorre dirla tutta per evitare la fastidiosa impressione che si voglia parlare dello scrittore per evitare imbarazzanti considerazioni sul politico. La sua forza nell’impugnare la penna, qualsiasi fosse il tema, derivava precisamente dalla sua politicità, nel senso antico di colui che è legato – perché ne è consapevole espressione -, disperatamente legato alla sua polis. Ed è proprio per questo che egli si sentiva, pur rifuggendo da ogni minima civetteria retorica, un anti-italiano nel senso in cui Prezzolini lo intendeva. Anti-italiano perché cittadino di una polis che, in verità, antropologicamente non c’era più. Per questo penso si possano riferire a lui le parole che Montale in un bell’articolo-ritratto riservò a Cardarelli, d’essere cioè il cultore “di una immagine alta e quasi inaccessibile dell’Italia, di un’Italia privilegiata, sacra”. La scarsa considerazione ch’egli aveva degli italiani, poi, aiuta a spiegare la vena tragica che serpeggiava mobilissima nella sua pagina.

Piero Buscaroli a Vietri sul Mare con Giuseppe Prezzolini, suo amico, maestro e collega.

Piero Buscaroli a Vietri sul Mare con Giuseppe Prezzolini, suo amico, maestro e collega.

Preciso ancora. Buscaroli era sempre scrittore anche quando scriveva sui giornali: la poliedricità accennata era tenuta insieme da una personalità assai salda che sgorgava da ogni dove. Era in lui ben solida quella che Trevor Roper (ch’egli stesso citava) chiamava la “filosofia dello scrittore”, la sola capace di garantire unità alle varie espressioni dello spirito, l’unica in grado di trasformare una raccolta di articoli in un libro vero. E proprio per restare in tema vorrei chiudere queste povere righe con una domanda: qualcuno potrebbe indicare quali pagine, dedicate all’amore del libro, nell’ambito di tutto il Novecento, sono degne di stare accanto a quelle che Buscaroli dedica alla “Biblioteca di Missiroli” (I luoghi e il tempo, Fogola 1979) e a “Naufragi di libri” (Paesaggio con rovine, Camunia 1989). Oso chiederlo a una curva che procede, per dire, da George Steiner all’ultimo lettore di Umberto Eco: quali capitoli di romanzieri e saggisti, di intellettuali e studiosi, possono competere con questi, così ariosi, guizzanti, ricchi di deliziosi riferimenti, alimentati dall’alto gusto e dallo sguardo raffinato di un uomo tanto anomalo da esser persino uno scrittore elegante e, perciò, ingombrante.

Occorre riconoscerlo, la sua figura era decisamente troppo per i figuri di un paese in coma.

S. Sotgiu