È la prima volta che scrivo utilizzando la prima persona. E la cosa ha un suo perché. Verso la fine di gennaio e gli inizi di febbraio del 2016 mi stavo muovendo per esaudire un desiderio personale: intervistare Piero Buscaroli. Il grande giornalista. Il grande scrittore. Il grande storico della musica. Ottenni il numero della figlia Beatrice, che contattai per l’occasione. Purtroppo, però, la risposta fu peggiore di un eventuale “no” messo in conto:

“Sono ora sul treno di ritorno dall’ospedale. Mio padre è ricoverato… non sta bene” mi disse al telefono la figlia, angosciata ma speranzosa.

Passarono due settimane, dove scambiai chiamate, sms e diverse e-mail per essere aggiornato sulle condizioni di salute del padre, con tutta la delicatezza che il caso richiedeva. Fino a che, quel 16 febbraio 2016, lessi la notizia sui pochi quotidiani che facevano menzione della scomparsa, avvenuta il giorno prima. Piero Buscaroli era morto.

Requiem Buscaroli

Lavorando di notte in un’azienda di rassegna stampa, ebbi in anteprima il triste annuncio. Fu un terribile privilegio scoprire, primo fra tanti, la morte di un grande. Tornato a casa, scrissi un articolo di getto, in fretta e furia, saltando il sonno. Non poteva certo mancare un ritratto di Buscaroli su “L’Intellettuale Dissidente”. Lo accogliemmo così nel nostro Pantheon, inserendolo nella rubrica “Homines”, che ha una collocazione tutta particolare nel nostro giornale.

Volevo intervistare e conoscere il grande Buscaroli. Il mio desiderio non fu esaudito, e più che un’occasione perduta (tutta personale), il fatto mi parve assumere dimensioni ben più gravi: la perdita di un irripetibile. E quella lo fu per tutti; anche per coloro che lo ignoravano e lo ignorano tutt’ora. Quell’occasione mancata mi piace ricordarla come “la volta che sfiorai Piero Buscaroli”, il che sparge sul suo nome un’aura di mito. Si addice molto al personaggio in questione, celato dietro un alone di Leggenda. Diceva Oscar Wilde: “Ci sono due tragedie nella vita: non riuscire a soddisfare un desiderio e soddisfarlo”. Di gran lunga avrei preferito la seconda. Ma ancor di più avrei evitato la tragedia maggiore, perché, come già detto, non avremo un altro Buscaroli. Con lui si estingue una razza, si chiude un cerchio. L’unico tentativo che mi pareva possibile, a un anno dalla scomparsa, era quello di raccogliere i ricordi di chi lo avesse conosciuto di persona, di chi – a differenza mia – lo ha avvicinato almeno una volta. Vi sono riuscito. È una bella soddisfazione per me. Spero anche un degno omaggio al “grande sfiorato”.

Piero Buscaroli 1

Qui di seguito troverete i contributi che, gentilmente, allievi, amici e parenti hanno inviato, rispondendo all’appello. L’idea originaria era quella di ricevere un migliaio di battute a testa che raccontassero un fatto, un tratto del suo carattere, un aneddoto significativo. Ma in molti han risposto all’appello, scrivendo più di quanto richiesto. Questo è quello che succede quando ai ricordi si accodano i sentimenti che essi sprigionano.  I contributi usciranno quindi in due parti, nella giornata di oggi, la giornata di Piero. Questa è solo la prima parte. Vi ringrazio tutti, uno per uno. Un ringraziamento particolare va però alla figlia Beatrice, la quale ci ha inviato in anteprima la prefazione scritta insieme ai fratelli Corso e Francesca in occasione della ristampa del tanto discusso Dalla parte dei vinti (“questo libro violento” che per il poeta Davide Rondoni è però anche “un libro d’amore”). L’uscita è prevista per il 27 marzo, per le edizioni Minevra (per maggiori informazioni www.minervaedizioni.com). E anche questo è un appello a cui non si può mancare.

V. A. Menga

La copertina della riedizione del saggio di Piero Buscaroli Dalla parte dei vinti. Memorie e verità del mio Novecento, la cui uscita è prevista per questa primavera per le edizioni Minerva.

 


Stenio Solinas, scrittore, giornalista, firma di punta delle pagine culturali de “Il Giornale”:

Stenio Solinas

Allievo di un maestro “stroncato”

Ho conosciuto Piero Buscaroli nella prima metà degli anni Settanta. Di persona, intendo, perché lo leggevo dai tempi del ginnasio prima, del liceo dopo. Sono del 1951, e quindi fate presto a fare i conti. Scriveva per “Il Borghese”, che era un settimanale, e per il “Roma”, che era un quotidiano napoletano, e perché uno che abitava nella capitale andasse a leggersi un giornale che si faceva a Napoli può sembrare misterioso solo se non si tiene conto dell’Italia del tempo. La fine degli anni Sessanta aveva portato con sé ciò che al suo inizio era scritto, l’apertura a sinistra del quadro politico, la messa in mora di ogni tentazione centrista, l’espulsione di ogni ipotesi di centro-destra. La teoria dell’ “arco costituzionale” nasce allora e stava a significare l’esclusione dai giochi di quel Movimento sociale italiano visto come unica possibile incarnazione partitica della destra. Nello spazio di un decennio, fra la metà dei Sessanta e la metà dei Settanta, questo spostamento progressivo del potere politico si accompagnò a uno spostamento progressivo del potere culturale e questo nella stampa significò la scomparsa del cosiddetto giornalismo di destra. Vennero “normalizzati” alcuni quotidiani, penso al “Tempo”, al “Carlino”, alla “Nazione”; altri, come appunto il “Roma” e il “Giornale d’Italia”, alla normalizzazione non sopravvissero e saranno messi in liquidazione pochi anni dopo; chiusero testate come “Lo specchio”, la sciagurata scissione di Democrazia nazionale si portò dietro nel fallimento il “Borghese”, il cui allora direttore Mario Tedeschi era stato uno degli ispiratori. L’unico a salvarsi dal naufragio fu un quotidiano popolare milanese, “La notte”, e non è un caso che nel 1981, quando quindi avevo già trent’anni, andai lì a fare il mio praticantato, cosa che all’epoca si faceva, per dirla in inglese, nei twenties…

Gli anni Settanta, dunque, per quelli della mia generazione e della mia parte, come dire, ideologico-politica, furono una traversata nel deserto, all’inizio accompagnata dagli ultimi fuochi pirotecnici sparati in un campo che si apprestava a sprofondare nel buio. Piero Buscaroli, che il “Roma arrivò a dirigerlo dal 1972 al 1975, fu uno di questi: quando l’anno dopo Indro Montanelli lo prese a collaborare al “Giornale”, la sua firma venne considerata troppo “pericolosa” e dovette scrivere sotto pseudonimo. Sto parlando del “Giornale”, non dell’”Unità”, e anche questo aiuta a capire un clima e un’epoca.

Ecco, io l’ho conosciuto allora, e siccome fra me e lui passavano vent’anni, si fa presto a capire un paio di cose: la prima è che fra noi c’era una generazione, il che vuol dire che la mia, di generazione, non aveva nemmeno fatto in tempo ad apparire che era già stata sepolta. La seconda è che un ventenne quale ero io all’epoca, senza possibilità di carriera, si era andato a scegliere per maestro uno che a poco più di quarant’anni aveva visto la sua carriera stroncata. Quello che viene dopo è il Buscaroli musicologo, il Buscaroli saggista, ma questa è un’altra storia.

La biografia di Beethoven scritta da Piero Buscaroli per Rizzoli. Più di 1000 pagine si ricerca storica e analisi dell'opera e della figura del grande compositore.

La biografia di Beethoven scritta da Piero Buscaroli per Rizzoli. Più di 1000 pagine di ricerca storica che analizzano l’opera e la figura del grande compositore tedesco.

Quando dico “maestro” lo dico a ragion veduta, perché nel leggerlo era evidente che c’era una marcia in più, c’era la cultura e il senso della storia, il gusto dell’aneddoto e la sapiente costruzione dell’architettura atta a inglobarlo, il giusto utilizzo delle citazioni, l’uso di mondo e non il provincialismo… E poi c’era lo stile. Mai tirato via, sempre in sintonia con il tema trattato. Non c’era nulla della superficialità di cui il giornalismo italiano è spacciatore attivo. È anche per questo che il suo ha resistito al tempo. I suoi sono i libri di un giornalista che era innanzitutto e soprattutto uno scrittore.

Non posso dire di essere stato suo amico. L’amicizia comporta una frequentazione e una condivisione di esperienze che fra noi non c’è mai stata. Buscaroli era un carattere non facile, ma anche io non ho un facile carattere, sono orgogliosamente timido, solitario, non mi piace chiedere. Senza che chiedessi, mi fece fare un libro per una collana che dirigeva, La Torre d’avorio, e che probabilmente avrebbe potuto affidare a qualcuno migliore di me. E queste sono generosità che non si dimenticano. Nella decina di volte che ci siamo visti, fra i Settanta e gli Ottanta, ho trovato sempre un uomo con me affettuoso e però sempre più esacerbato, in lotta con un Paese che non amava e da cui non era amato. Quando nel 1994 andai a dirigere le pagine culturali del “Giornale”, lo feci scrivere di quello che sul “Giornale” gli era stato impedito di scrivere: la politica, la storia. “Mi fai tornare giovane” mi disse allora, ma valeva anche per me, perché così tornavo al Buscaroli di quando avevo vent’anni, mi sembrava che il tempo non fosse mai passato e che vent’anni dopo si riaprisse la partita. Ci illudevamo tutti e due, ma finché è durato è stato bello.

S. Solinas


Luca Gallesi, insegnante di liceo, scrittore e giornalista, massimo studioso italiano di Ezra Pound, nonché collaboratore delle pagine culturali di “Avvenire” e “Il Giornale”:

Luca Gallesi

Quando intervistai Buscaroli

Piero Buscaroli fu, insieme a Giano Accame, uno dei pochi, grandi e veri intellettuali anticonformisti del dopoguerra, che, senza nulla rinnegare della loro giovanile esperienza, hanno cercato di continuare la battaglia ideale contro ogni conformismo. Conobbi Buscaroli quando dovetti intervistarlo per “L’Italia settimanale” e poi per “Lo Stato”, generosi tentativi di Marcello Veneziani di ricostruire un ambiente. Lo incontrai, poi, più volte e diventammo amici: era, nonostante l’età, animato da una passione, da un entusiasmo e da un ardore che non avevano uguali, e fino all’ultimo continuò tenacemente a battersi contro tutto e contro tutti. Mi piace ricordarlo con una parte dell’intervista pubblicata il 16 giugno 1998 su “Lo Stato”, che ci restituisce la sua immagine di sprezzante e coraggioso anticonformista.

L. Gallesi

Intervista Gallesi Buscaroli

Come giudichi l’interesse suscitato dal convegno milanese “Destra destre”?

Non ci sono “destre”, oggi, e ti spiego perché quelli che oggi chiamano “post-fascisti” sono diventati di destra, con una connotazione personale. A quattordici anni mi sono iscritto al Partito Fascista Repubblicano […] C’era una parte maggioritaria di reduci della Rsi come Giorgio Pini che, ispirati da quel che si diceva meditasse Mussolini verso la fine, volevano un socialismo nazionale, consegnando il potere al Partito Socialista, dove il fascismo sconfitto si sarebbe diluito e suicidato […] Noi diciotto-ventenni non ne volevamo assolutamente sapere di aver fatto la Rsi per una socializzazione di cui non ci importava nulla. Noi pensavamo che la Repubblica avesse difeso un Ventennio che c’era stato, e non una socializzazione che doveva ancora venire. Nella lotta che ci fu allora dentro il Msi noi giovani inventammo una destra interna […] quella che era stata di Papini e Prezzolini, del nuovo nazionalismo secondo cui la lotta di classe andava combattuta e la borgehsia doveva rispondere alla sfida lanciata dai marxisti. Poi ci fu una terza destra, quella di quando ci accorgemmo, cercando un posto nel panorama politico italiano, che nessuno volle occupare quello di destra, e così lo prendemmo noi. Per quel che mi riguarda, io non mi sento né di detsra né di sinistra: noi siamo una cosa e l’altra provenendo da una parte e dall’altra e superando entrambe. Oggi bisogna combattere contro la globalizzazione e l’omologazione dei popoli, e quello che non si può più usare dopo quello che è successo dopo l’8 settembre, è la parola “patria”.

Scendendo dal campo delle idee a quello del quotidiano, come commenti la scena politica italiana?

Non me ne importa nulla: l’Italia è avviata a uno sfacelo. Se ne riparla tra 1500 anni, quanti ne passarono tra la caduta dell’Impero romano d’occidente e l’Unità d’Italia. Per me l’Italia è finita l’8 settembre e tutto il resto non mi importa.


Beatrice, Corso e Francesca Buscaroli. Eredi di Piero:

Prefazione a Dalla parte dei vinti, in occasione della ristampa

La ristampa di Dalla parte dei vinti, volume pubblicato in prima edizione da Mondadori, rende necessarie alcune precisazioni.
Piero Buscaroli considerò sempre questo libro come il primo di un volume che si completava naturalmente con Una nazione in coma che uscì, anni dopo, presso l’editore Minerva. L’inizio del secondo volume, ossia di Una nazione in coma, proseguiva naturalmente l’inscindibile rapporto tra memorie personali e scritti che l’autore, benché fossero già stati pubblicati su “Il Borghese” o su “Il Giornale”, considerava come tali, quali i resoconti dei ripetuti viaggi in Vietnam, gli incontri con alcuni capi di stato, la storia della Vandea e le rivelazioni storiche che la vita, o addirittura la parentela con sua moglie Mariagrazia Pagliani, figlia di Franz Pagliani, gli consentirono di rivelare con una responsabile certezza.

Non questo è il luogo di commentare quel che la storiografia dominante, sui giornali o altro, volle chiosare; né, soprattutto quel che la stessa storiografia ritenne di aggiungere quando l’autore era già morto. Il “parce sepulto” non è né di questo stato né di questa educazione corrente, né di questi autori. Ciò meriterebbe uno scritto a parte. La sola cosa che interessa aggiungere è il cuore delle note che l’autore fece, sul suo volume di lavoro, sul frontespizio del libro che, già quasi consunto, in soli pochi anni, appare quale una assolutamente solitaria convinzione delle sue idee.

“Il centro del libro è a pag. 38” scrive. La pagina rimarrà la stessa, quella che comincia con “Gran fortuna sarebbe stata per l’Italia…”. Altra nota riguarda il complesso discorso con l’ambasciatore Hidaka, che avrebbe voluto approfondire. Non sappiamo ciò che realmente Buscaroli, per una serie di ragioni, riuscì effettivamente ad affidare al secondo volume, stampato da un editore che non entrava nel merito delle idee, ma le recepiva con impeccabile rispetto.

Va aggiunto che, fin da quando eravamo bambini, nostro padre ci insegnò il rispetto e lo sdegno per i bombardamenti di Amburgo e Dresda (che, diceva, erano presenti in tutti i suoi libri, anche in quelli che non riguardavano la guerra), una continua riflessione sulla natura della guerra civile e la guerra partigiana nella quale anche lui cadde, come si vede nel primo capitolo, una sconsolante ma niente affatto rinunciataria considerazione su un uomo che, da solo e senza cattedre, cercava di ristabilire i sensi di una storia che si va riassestando, oggi, con tanti dubbi irrisolti.

Questo volume, che amici veri assicurarono alle cure della Mondadori, esce ora naturalmente accostandosi al secondo, come due fratellastri che si riscoprono fratelli.

La lettera che la madre di Buscaroli, Anna Falorsi, scrisse all’allora Preside del Liceo Rambaldi di Imola – fondato da suo marito Corso Buscaroli – , nel 1946, vero legame che unisce il secondo libro al primo, è prova dell’unicità di questa opera, che pochi capirono ma molti lessero e che ci onora di un padre che trasformò la sua tragedia personale in cultura e amore per i grandi. Dove “il livore” o “la rabbia” di cui parlarono nelle recensioni i nemici è soltanto il silenzioso addio di un uomo che troppo amò per essere capito. “Le fonti ignorarle, non più neppure controbatterle”, annotava ancora nel suo frontespizio.

Troppo amò questo Paese, i suoi uomini, gli amici perduti ingiustamente, gli ideali perduti inutilmente, l’identità, la storia. L’Italia. L’Italia di Dante e di Virgilio, l’Italia di Michelangelo. Più che “livore”, in italiano si chiama “nostalgia”, o meglio, “rimpianto”.

B. C. F. Buscaroli


Continua… (qui la seconda parte)