Si sa, quello a stelle e strisce è un popolo controverso, una civiltà fondata su mille e più contraddizioni. Un giorno li si vede raggruppati tra amici e parenti, attorniati ad un povero tacchino, morto per ringraziare il Padreterno di aver benedetto quelle terre che hanno calpestato con il sangue dei nativi. Mentre il giorno dopo, quello stesso Dio, lo si vede calpestato, a sua volta, sull’altare del consumo.
Ogni anno, in quel giorno successivo al Thanksgiving, durante il Venerdì Nero – la giornata che apre la stagione di spese in vista del Natale -, l’Altissimo muore in diretta Youtube. Se si digita su Internet, è infatti possibile guardare quel Dio, trasfigurato in qualche povero Cristo, che viene travolto da una folla oceanica alla ricerca dello sconto più vantaggioso. Quella natura ferale di cui parlava Hobbes sembra tornare più forte che mai, è bellum omnium contra omnes. Botte, calci, insulti, poco importa chi si colpirà, l’importante è accaparrare qualcosa e pagarlo il meno possibile. Il sostrato culturale del Far West riemerge nelle metropoli di vetro ed acciaio, e con forza impone la propria legge: Vince chi meglio sa menar le mani. Se qualcuno fosse ancora convinto che il progresso abbia ammansito la natura lupesca degli esseri umani, alla visione di quella barbarie,  si ricrederà. Del resto, i nordamericani sono anche questo: la civiltà dell’individualismo sfrenato, affrancato da ogni limite, dove tutti hanno diritto «al proseguimento della felicità». Con ogni mezzo, a qualsiasi costo.

Quel sentimento, ostentato nella Dichiarazione d’indipendenza americana, incarna perfettamente la weltanschauung liberale, in cui il diritto all’essere felici è declinato in una chiave strettamente individualistica.
“Io devo essere felice”, è il leitmotiv della Civiltà dei consumi. Un’idea, spesso propagandata dal mondo pubblicitario, dove ogni proposta appare come un appello ad una vita felice. Dalla réclame dell’ultimo Iphone, alla famigliola del Mulino Bianco, raramente la felicità coincide con un’ideale di benessere comune e diffuso. Come dei treni impazziti che viaggiano su binari differenti, con i finestrini oscurati, gli individui conseguono la propria fortuna senza curarsi di nulla.

Tornando con gli occhi alle immagini del Black Friday, verrebbe quasi da sorridere, pensando a quanto il Nuovo Mondo abbia tradito gli ideali – nobili, seppur deprecabili per alcuni versi – dei Padri Fondatori, degenerando in quel caos infernale da 3×2. Verrebbe da ridere, se quella folla inferocita, se quel modello antropologico non stesse pian piano prendendo piede nel contesto europeo. Sarebbe esilarante, se il nostro popolo avesse la dignità di guardare a quegli incivili con sovrano disprezzo. Invece no, c’è anche un po’ di noi in quei fotogrammi, c’è anche un po’ di quell’Europa che ha calpestato la propria decenza tra gli scaffali dei centri commerciali. Forse – fortunatamente – non vedremo mai quelle scene nei nostri paesi, ma non possiamo esserne così sicuri. Con un capitalismo sempre più “anarchico”, affrancato e atomizzante, la pubblicità farà il proprio corso e riuscirà a delineare dei nuovi modelli antropologici, sempre più asserviti alle leggi del consumo. Quando Pier Paolo Pasolini, profeticamente, parlava di Anarchia del potere, in un certo senso delineava le sorti dell’epoca nostra: ammaestrati come buffoni da circo in un operetta da quattro soldi. Scontata al 3×2.

“Nulla è più anarchico del potere. Il potere fa praticamente ciò che vuole, e ciò che il potere vuole è completamente arbitrario, o dettatogli da sue necessità di carattere economico che sfuggono alla logica comune. Io detesto soprattutto il potere di oggi. Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. È  un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti.”
P. P. P