di Riccardo Rosati

Tempo fa l’inquietante candidato dei repubblicani per la Casa Bianca, il “tycoon” Donald Trump, se ne è uscito su Twitter con una frase che ha fatto velocemente il giro del mondo: “Meglio vivere un giorno da leoni che cento da pecora”. Molti credono che la frase sia niente di meno che di Benito Mussolini in persona, ma è un errore. Il vero autore si chiamava in realtà Ignazio Pisciotta: un ufficiale della Prima Guerra Mondiale che scrisse il celeberrimo motto sui muraglioni del mitico Piave. Fatto sta che lo scandalo mediatico è esploso in tutta la sua virulenza… Trump cita Mussolini, dunque è un fascista! Sciocchezze, i soliti luoghi comuni liberali che vedono fascismo ovunque. Sarebbe stato, invece, più sensato interrogarsi sullo sviluppo di quel fenomeno politico che è la cosiddetta New Right americana, un ambiente in gran fermento, dove si legge – pare addirittura in italiano – l’opera di Julius Evola. Trump è un personaggio troppo incolto per essere associato a questa nuova, ma poi neanche tanto, corrente politica statunitense, se non per il suo neo-populismo.

Tornando alla famigerata frase, pare certo che Mussolini l’abbia pronunciata, ma non inventata e Trump ne è rimasto evidentemente affascinato. Del resto è una esclamazione ad effetto, buona per tutte le stagioni politiche, specialmente per una come quella in cui viviamo, fatta essenzialmente di urla e proclami. Alla fine si è trattato solo dell’ennesimo passo falso del livoroso e platinato magnate. Ci si chiederà: tutto ciò cosa c’entra con la prossima apertura di un museo dedicato al fascismo a Predappio, città natale di Mussolini? C’entra eccome, giacché alla immancabile ignoranza – non solo in Italia – intorno al Ventennio, ora si affianca la puntuale necessità piddina di lucrare. Sulla questione la destra, in modo particolare quella che noi bonariamente chiamiamo “alchemica”, per via del suo chiudersi in una specie di esoterismo messianico nella cultura, tace.

È risaputo che Predappio ospiti la tomba del Duce, da anni meta di grotteschi pellegrinaggi nostalgici, ridicoli persino per chi è di Destra e giudica in modo non totalmente negativo il fascismo. Il Sindaco Giorgio Frassineti, di area renziana, si è mobilitato per la creazione di un Museo del Fascismo, una notizia che ha suscitato inevitabili discussioni. Curioso il fatto che il Governo si sia immediatamente dichiarato favorevole, annunciando uno stanziamento di cinque milioni di euro. Chiariamo tosto una cosa, Renzi & Co. sono il peggio del peggio, ma non certo dei simpatizzanti fascisti. Quindi, per quale motivo inimicarsi i soliti chiassosi intellò di sinistra? Primo, degli intellettuali, di destra o di sinistra, al Premier non importa assolutamente nulla. Secondo, qualsiasi cosa porti danaro è la benvenuta nella visione politica di Renzi, fosse anche la celebrazione della figura di Mussolini.

Ragion per cui, quando sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore” Carlo Ginzburg – uno che non fa mistero di essere comunista con la “C” maiuscola – ha stigmatizzato come la iniziativa portasse il marchio del progetto politico renziano del “Partito della Nazione”, ciò non ha minimamente disturbato la decisione di creare questo nuovo e controverso museo. Con buona pace dei radical, Mussolini avrà una sua personalissima “teca della memoria”. A mettere completamente a tacere gente come Ginzburg ci hanno poi pensato 50 suoi colleghi studiosi, tutti o quasi blasonati e per nulla sedotti dai discorsi revisionisti. Questa è la unica nota positiva di tutta questa triste faccenda: nelle università italiane si sta finalmente facendo largo la idea di poter e dover parlare di quel periodo storico del nostro Paese. Lo smacco finale ai critici del suddetto museo è arrivato dal placet dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione. Morale? La Dottrina Renzi (come siamo soliti definirla) ha riscosso un altro successo, benché assai anomalo, e che ha come protagonista un paesino della Romagna.

Ovviamente, tutta la vera sinistra politica ha preso le distanze dalla iniziativa, come hanno fatto anche i soliti irriducibili dell’ANPI. Ma su questi tristi “reduci dei reduci” non vale manco più la pena parlare, lasciamoli giocare a fare i partigiani in piena era globale… “ille nihil dubitat qui nullam scientiam habet”. Per converso, gli antifascisti un po’ meno ideologizzati si sono dimostrati sostanzialmente possibilisti sul progetto, limitandosi a discutere sulla denominazione da dare al Museo e su come articolarne il percorso museografico; in poche parole, cosa e come esporre. Ecco, questo è un atteggiamento che mostra un minimo di buon senso: visto che tanto il Museo si farà, che almeno si cerchi di “controllarlo”, per veicolare messaggi graditi alla vulgata repubblicana-costituzionalista postbellica. Per la precisione, i 50 accademici di cui sopra hanno pubblicamente dichiarato in una nota:

“Come storici riteniamo che la costruzione di un museo sul periodo fascista della storia italiana sia da valutare in modo positivo, considerate le garanzie di serietà, di rigore scientifico, capacità narrativa, ricchezza documentaria e capacità divulgativa e didattica che il sindaco Frassineti ha sempre posto come requisiti necessari perché esso possa prendere corpo. Chi sostiene che un museo non possa che essere di tipo celebrativo, e paventa una possibile deriva   nostalgica che questo potrebbe favorire, non conosce i numerosissimi esempi di musei che in Europa e nel mondo intero sono stati capaci di affrontare  momenti drammatici e tragici della storia, anche più recenti di quanto sia stato il fascismo, mantenendo il primato della conoscenza, della contestualizzazione storica, del rispetto dei fatti e dei documenti e favorendo interpretazioni critiche capaci di coinvolgere in modo positivo e problematico i visitatori.”

Se escludiamo le scontate posizioni radicali di Ginzburg, i silenzi delle solite “eminenze” della cultura italiana come Canfora, Rodotà, Settis e del “settisino” Tomaso Montanari – new entry nel gotha della mega-baronia universitaria – e le corbellerie dell’ANPI, in qualità di museologi poco o nulla abbiamo da obiettare, fuorché il timore che sulla memoria di Mussolini si crei l’ennesima macchina da soldi, penalizzando la ormai necessaria ricerca storica. Onestamente pensiamo che il Duce, malgrado i tanti errori, non si meriti pure questo; Piazzale Loreto è stato più che sufficiente. Si sostenga perciò la diffusione di quel fondamentale sapere storico di cui l’Italia ha davvero bisogno. Questo è il nostro augurio e si scoraggino da una parte i soliti flussi “turistici” dei nostalgici, e dall’altra manifestazioni di odio politico di chi si professa paladino di una libertà che è privilegio soltanto di coloro che sposano il Pensiero Unico.

E la destra? Perché sinora non abbiamo detto nulla riguardo alla sua posizione sul futuro Museo del Fascismo? Semplicemente perché non ce ne è una di cui parlare. Qualche bofonchiamento imbarazzato, tutto qui. Troppo scomodo l’argomento per questa area politica terrorizzata da tutto e tutti, al punto da lasciare nuovamente il campo aperto alla sinistra. Quest’ultima, come abbiamo visto, ha mostrato per una volta di non avere una posizione istituzionale verso la memoria di Mussolini. Chi la vorrebbe infamare nei libri scolastici e chi, al contrario, sfruttare per fini meramente economici. Sfortunatamente, alcuni conservatori italiani sono troppo presi da simboli, formule e dottrine metafisiche, per spendere qualche parola netta e chiara sulla questione. Certo, esoterismo e Tradizione rappresentano probabilmente la parte più alta della Destra, e vanno diffusi con cura e competenza. Ma il mondo? La politica? Sembrano non interessare più di tanto. Il “silenzio alchemico” della destra italiana non è assordante, bensì disarmante, un assai triste e paradossale “dato politico”.

 Concludendo, ben venga il Museo del Fascismo a Predappio, non importa poi molto come, basta che se ne parli si suol dire. Purtuttavia, ci rammarichiamo che qualcosa di “nostro” venga lasciato agli altri. Tante cose si potrebbero affermare su Benito Mussolini, nel bene e nel male. Noi ci permettiamo di ricordare una frase che il Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt disse al suo ambasciatore in partenza per Roma: “Mi saluti quel gentiluomo italiano”. Sarebbe bello che quei venti anni fossero ricordati ANCHE così, ma questa è una pia illusione.