Appena scesi all’aeroporto abbiamo fatto un selfie di fronte al cartellone pubblicitario D&G, con quel modello strafigo in intimo scuro, poi subito in hotel per una doccia al volo, una linea di trucco e finalmente fuori. In centro ci siamo fermati da Starbucks per un mocaccino rigenerante, foto ai bibitoni subito sui social. Dopo la sosta l’imperativo è: “shopping shopping shopping”: Stradivarious, Bershka, H&M e Zara, chiaramente! Menù al volo da McDonald e poi di nuovo hotel e doccia. Pronte, truccate ed eleganti per la serata: discoteca sul mare, solo musica commerciale s’intende. Heineken all’alba, al baretto in stile “California dreaming” e poi a nanna. Domani?! Domani lo stesso. Oggi ho comprato solo tre capi e qui ci sono i saldi, ho imbarcato un bagaglio in più apposta!

Dietro questa “giornata tipo” si nasconde una città. Dietro questo breve e pedante elenco si nasconde un viaggio. Dietro questi automatismi da consumo si nascondono cinque o sei giovani, dai 17 ai 30 anni, pronti a ricoprire con il velo del divertimento globalizzato i tesori delle città europee, di solito le loro mete preferite. Che sia Madrid o Praga, Roma o Barcellona, non v’è differenza: la Sagrada Familia, il Museo del Prado, la Piazza del Pantheon o l’affascinante Vlatva sotto Ponte Carlo non sono altro che un contorno più che secondario di un iter già scritto: negozi, fast food e discoteca.
In questo rituale ripetitivo non c’è spazio per le carni speziate e dal gusto deciso della cucina Ceca, né per una coda alla vaccinara alle spalle di Piazza Trilussa, magari da “Checco er Carettiere” che, assieme al vino e al pecorino, condisce la cena con un po’ di sana “romanità”. Perdersi nei viali del Barrio Gotico, alle spalle della cattedrale di Barcellona, ammirare le esibizioni della comunità catalana, tra cui spicca una piramide umana con un bimbo sulla cima, è un passatempo da sfigati, per non dire da vecchi. Tutto ciò che viene apprezzato di “spagnolo”, dai nuovi viaggiatori a Madrid è  il Corte Inglès, un negozio, una catena di negozi, manco a dirlo. È facile, per non dire usuale, imbattersi in frasi del tipo: “Al Prado e al Reina Sofia non siamo entrati troppa fila, però a Madrid ho bevuto dell’ottima sangria!”

Questo, senza mezzi termini, senza ipocrisie buoniste, è diventato il canovaccio del viaggio giovanile. Piatto, monotono a tal punto da cancellare la meta. La città e la sua anima sono fagocitate dall’aria condizionata delle grandi catene, dei grandi locali, tutti uguali, identici a Londra come a Tokyo. Lo stesso cetriolino insipido nei panini, lo stesso gelato bianco allo yogurt, privo di qualsiasi sapore, sulla cialda piccola con il marchio disegnato e una consistenza simile alla carta riciclata.
Imporre ad un giovane i ritmi d’un viaggio “da grandi”, privarlo delle discoteche o del cibo “spazzatura”, sarebbe ormai impossibile e forse nemmeno auspicabile, ma impedire che questi prodotti del capitalismo “selvaggio e omologante” distruggano le città con la loro cucina, con la loro musica, con la loro cultura, è una crociata sacrosanta, che rischia però d’esser già persa in partenza.
Sotto il rullo compressore dell’omologazione non c’è nulla che resista, anche la pizza, mangiata e amata da Lima a Canberra, rischia di perire sotto i colpi degli spot di McDonald, che pochi mesi fa mostravano un bambino in pizzeria, riluttante all’idea di consumare l’alimento tutto italiano, ostentando la voglia di un americanissimo happy meal . E la sonata pessimista da no-global compassati, oltre ad essere scocciante, risulta perdente. Soprattutto quando a cantarla sono i terzomondisti “di sinistra”, tra  le etichette dei prodotti bio e la religione del chilometro zero, tutto condito da un “radicalchicchismo” nauseante. Qui la partita è ben diversa. Ad esser in gioco è la più intima essenza dei posti, il loro perché. Un viaggio si sceglie in base a ciò che si vuol vedere, di più: a ciò che si vuol conoscere, provare. Quello che si rischia è che un domani – se non già oggi- non ci sarà differenza, tra la Provenza e la Puglia, tra l’Algarve e la Baviera. Dovunque e comunque la giornata sarà la stessa, dovunque e comunque i racconti di fine viaggio saranno uguali. Con buona pace di quell’Europa incantevole e della sua eterogeneità unica.

Ma un altro senso del viaggio è possibile? Una risposta affermativa è quasi un dovere morale.
Divertimento e cultura possono coesistere. Il sapore di una birra andalusa, una Cruzcampo a Siviglia, magari di fronte alla splendida Plaça de Toros, o ai piedi dell’Alcazaba – perla senza tempo della dominazione araba in Andalusìa – può ancora essere il ritratto di un viaggio tra amici. Un viaggio in cui alle discoteche si alternano escursioni nei siti più nascosti, in cui allo shopping nella catena s’accompagna un giro nei mercati tipici, cuori pulsanti della vita urbana,. Uno per tutti la Boqueria di Barcellona, dove assieme al pesce fresco si trovano i fritti della cucina catalana e i salumi spagnoli: dal Jamón Serrano al pregiatissimo Pata Negra.
La risposta al nostro quesito però non sta nei cataloghi né nelle offerte online, ma solo nella mente e nel cuore di chi parte.
In attesa che il tempo sveli l’arcano, si può solo viaggiare portando con sé, assieme all’iPhone e al portafogli, tanta curiosità.