di Niccolò Fettarappa 

 

“Qui mira e qui ti specchia,

Secol superbo e sciocco”

Le parole per raccontare la mostra Barbie, the Icon, sono già state scritte, ma torniamoci lo stesso. L’allestimento: dietro a lunghe teche di plexiglas stanno in piedi, impettite, come tante hostess in fila ad una convention, decine e decine di bambole, abbigliate e vestite nei modi più disparati, che mostrano con ghigno pietrificato il loro impeccabile outfit, e altrettante decine di bambine pigiano coi pollicioni sulle teche, corrono qua e là, trafelate,  trascinando madri altrettanto entusiaste (e nostalgiche) e padri pigri, con borse e passeggini, che ciondolano per i vicoli della mostra, coi musi rassegnati. Il mondo di Barbie è semplice. E’ un mondo fatto prevalentemente di cose, accessori. Oggetti banali, raffinatamente riprodotti e perciò, in un certo qual senso, elevati, sublimati. Barbie, oltre ad essere un biondina benvestita, è oltre ogni misura una accumulatrice seriale, non che una sofisticata scalatrice sociale…

Barbie è in assoluto la bambola più venduta al mondo, e nel corso della sua storia, questa instancabile ragazza ha intrapreso ben 78 carriere lavorative, è stata oculista, insegnante di spagnolo, ingegnere elettronico, ginnasta olimpionica, fotografa, ha preso il brevetto di volo e, come se non bastasse!, è stata assunta dalla NASA come astronauta. Un curriculum davvero notevole per una ragazza uscita con un semplice titolo di studio dal Willows High School, nel Wisconsin. L’ambizione poi l’ha portata a volare alto, malandrina, e recentemente ha coronato il suo sogno,  arrivando addirittura a candidarsi (e a vincere?)  alle elezioni presidenziali della White House; tutto ciò senza mai avere uno sbafo di trucco, senza mai perdere il suo garbo, il suo cortese sorriso, il visetto sbarazzino, senza mai incorrere nella tragedia delle Bingo Wings, nome tecnico americano per le volteggianti ali di grasso adiposo sotto gli incartapecoriti bicipiti delle anziane giocatrici di bingo, mai! Mai una ruga, una smorfia, un capello fuori posto, tutto, e dico tutto signori, è sempre dove e come deve essere. Life in plastic, it’s fantastic, non c’è proprio altro da aggiungere. C’è allora da chiedersi perché plotoni di bambine desiderino essere come lei? No, ma certo non c’è da stupirsi se questa simpatica ragazzina in carriera possa suscitare qualche sentimento di odio da parte delle sue stesse incallite ammiratrici. Uno studio condotto dalla dottoressa Agnes Nair della Università di Bath nel Somerset dimostra infatti, con uno studio condotto su  100 bambine, come ad una certa età le acquirenti del prodotto manifestino apertamente un perverso e sadico impulso nei confronti della loro migliore amica d’infanzia, che le spinge a torturarle: tosatura forzata, mozzamento di arti, decapitazioni,  bestiali roghi di massa (quando le bambole sono di più), impiccagioni di gruppo,   addirittura microwaving (ovvero inserire la dolce bambola nel forno e scioglierla), sono tutte viziose attività definite dalle bimbe inglesi “cool”, praticate, secondo la Nair, come rito di passaggio, forse proprio per sgravarsi dal peso di una tale responsabilità, perché forse essere sempre belle e perfette, alla lunga, scoccia un po’. Consolati Barbie cara, l’invidia è il sentimento dell’impotenza

C’è da rivedere qualcosa, forse. E ci rivolgiamo direttamente alla MATTEL©, la società produttrice di bambole in serie, che ha un fatturato annuo di 6,48 miliardi di dollari. Perché forse l’effetto di queste fashion dolls, più che essere quello di regalare alla bambine la possibilità di immaginare e vivere tutto ciò che desiderano, parafrasando le parole dell’ inventrice Handler, risulta essere piuttosto l’effetto  ricercato da un’altra fanciulla, ben più malvagia e antica, la Vergine di Norimberga, che rinchiudeva nel suo sarcofago di chiodi aguzzi i miseri condannati…E’ grottesco e un po’ triste, infatti, osservare per le gallerie del Vittoriano torme di galoppanti bimbone intutate, tallonate dai genitori, che, come in preda al delirium tremens, fotografano con i loro smarthphone  ogni posa, ogni costume, ogni accessorio, e scalpitano e strepitano per avere in mano Lei, la plastificata  belle dame sanse merci. Vorrebbero essere come Lei, ma, crudelmente, non possono. Avere in mano la bellezza, per non possederla mai. Perché sottoporsi volontariamente a questo feroce e impossibile sforzo collettivo di emulazione? Adorno schiaccia ogni dubbio in Kulturindustrie scrivendo che tale sforzo a nient’altro serve se non a «fare di se stessi l’apparecchio adatto al successo, conforme, fino ai moti più istintivi, al modello presentato dall’industria culturale » Rimane ancora da sciogliere un altro dubbio, ben più complesso, ovvero: perché un museo di tutto rispetto debba, invece che aprirsi ad artisti emergenti, lasciare che i suoi spazi vengano invasi da biondine nane plastificate?

 La domanda rimane ancora senza risposta.  Dopo aver proiettato su muri tinte rosa frasi agghiaccianti di celebri stilisti che, commentando i successi della cinquantenne bimbetta occhi dolci, (« Barbie è un’icona glamour, con un guardaroba sterminato, una casa da favola e un sacco di amici simpatici. Come non amarla? », scrive Peter Sam…siamo sicuri che avere un guardaroba sterminato sia sufficiente ad essere amati, Peter?), si lasciano trasportare da veri e propri momenti di estrema poeticità (“Barbie è un simbolo di vita” , scrive Christian Lacroix, e gli rispondono Philip e David Blond “Barbie, come un diamante, è eterna”), la Mostra si conclude, svelando a nostro avviso il suo unico motivo d’essere, sul shopstore di Barbie, ed anche qui tante crisi epilettiche di bimbe capricciose, tanti cuori infranti… Dopo aver effettivamente esperito sulla nostra pelle la celebre Sindrome Di Stendhal, perché al cospetto di cotanta, forse anche troppa bellezza platinata, vertigini e confusione sono forse i mali minori ad essere indotti, non ci rimane che chiosare con il diktat messo in circolo dal “Comitato per la propagazione della Virtù e la prevenzione del diritto” che recita “La Barbie è il simbolo della decadenza del perverso occidente […] State in guardia da lei!