Il 2015 è ormai prossimo a cedere il passo all’anno nuovo, sedicesimo del nuovo millennio. Come l’uso impone, milioni e milioni di persone festeggeranno il passaggio al 2016 esercitando il consueto luogo comune del divertimento massificato: via dunque a feste caotiche e sudate, ubriacature leggendarie, fuochi d’artificio, cenoni luculliani, Carlo Conti su Rai Uno,  squallide frasi benauguranti, tre due uno auguri!, zampone e cotechino, selfie e tweet, snobismo e volgarità.

Capodanno è sempre uguale, si dice. Eppure l’evoluzione storica di tale festività, giorno (meglio, notte) topica per ogni eccesso offre spunti davvero interessanti. William Shakespeare, ad esempio, non avrebbe trovato per nulla significativa la data canonica del 31 dicembre, poiché nei reali domini di Sua Maestà Britannica l’anno iniziava il 25 marzo, giorno dell’Incarnazione sin dal XII secolo, e così fin quasi alla Rivoluzione Francese. Il cosiddetto stile (ossia il conteggio dell’anno) variava in Europa secondo le usanze e i gusti dei popoli: nella nostra Penisola dai mille campanili si utilizzavano le date più disparate, in ossequio alla nostrana vocazione a dividerci sempre e su tutto in mille fazioni. Potevano forse i focosi toscani condividere lo stesso calendario? Certo che no. Pisa aveva un suo modo, complicato appositamente per differenziarsi da quello dell’odiata Firenze: si festeggiava l’Incarnazione e l’anno entrante il 25 marzo, ma i pisani si erano concessi un anno in più rispetto alla città dei Medici. Il 1345 diveniva 1346 semplicemente spostandosi dall’Arno al Tirreno. Dovette intervenire il granduca Francesco III di Lorena nel 1749 per risolvere il secolare dibattito alla maniera di Salomone, abolendo cioè entrambi i modi per abbracciare il più razionale modello gregoriano.

A Venezia, continuando la tradizione dell’Impero Romano, si praticava il more veneto, con la conseguenza che per gli abitanti della Serenissima il ciclo annuale iniziava l’1 marzo, simbolicamente scelto a causa del risveglio primaverile della natura e la fine del freddo inverno. L’uso rimase in vigore nonostante l’introduzione del calendario gregoriano, e dovette giungere la fine della millenaria repubblica dei Dogi per introdurre il sistema contemporaneo, gentilmente offerto dalle armate rivoluzionarie di Napoleone.
Lungo i navigli, invece, gli orgogliosi abitanti del Ducato di Milano, già allora seri ed efficienti, univano in un giorno solo Natale e Capodanno: lo stile della Natività, condiviso con i vicini regni e principati germanici, rimase infatti in vigore fino al 1459.
Scendendo verso Roma e Napoli, invece, occorreva armarsi di molta pazienza e tanta comprensione, visto che i rispettivi governi cambiarono più volte idea, parteggiando ora per il modo fiorentino, ora per quello milanese.

L’Europa ancora non aveva bocca per chiedere, eppure fu proprio una “troika” a guida tedesca a risolvere il complicato pasticcio italiano: Christophorus Clavius, matematico bavarese gesuita, intervenne con teutonica precisione ideando ed introducendo il perfetto calendario gregoriano, adottato poi dai vari stati e staterelli del Belpaese.