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Nel mese di settembre, per le edizioni del Circolo Proudhon, è uscita un’antologia di scritti di alcuni giganti del pensiero nati a cavallo tra Otto e Novecento: Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto, Roberto Michels e Antonio Gramsci. Elités. Le illusioni della democrazia, a cura di Lorenzo Vitelli. Cosa tiene insieme queste quattro figure? La risposta è presto detta: lo studio del potere nei regimi democratici e nella società delle masse. E difatti, la domanda essenziale che il curatore pone nel suo saggio introduttivo è “chi comanda?”. Cioè, chi comanda realmente? Ciò che muove gli autori sopra citati a concentrare la propria attenzione e le proprie energie allo studio dei regimi politici è l’eterna dicotomia governati/governanti. La cosa ha turbato le menti più attente di tutte le epoche e latitudini. Oltre a quelli citati, uomini come Platone e Machiavelli, Tomasi di Lampedusa e De Roberto, Lenin e Schmitt hanno fatto altrettanto. Il quesito essenziale torna di formidabile attualità, date le ondate populiste che stanno invadendo l’Europa e la recente e conseguente elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti. E non si è ben capito se la vittoria sia merito di Trump, con i suoi discorsi davanti alle fabbriche, o colpa della Clinton, che invece fa gli aperitivi con Lady Gaga. Ci troviamo di fronte a quella che Stenio Solinas, da acuto osservatore della politica, ha definito in un articolo del Giornale di pochi giorni fa “la rivolta contro le élites”.

Ma prima di continuare, una piccola analisi etimologica è doverosa. Perché il termine “élite” ha cambiato il suo significato notevolmente, negli ultimi tempi. Se andiamo a sfogliare il dizionario, nella voce corrispondente, troviamo la seguente dicitura:

Gruppo ristretto di persone che si distinguono per cultura, per prestigio, per ricchezza SIN aristocraziaun’é.intellettuale || d’é., elitario

Scrive infatti Vitelli nella prefazione: “le élites odierne non leggono libri, non frequentano i luoghi della cultura, non ascoltano Gustav Mahler, non hanno una concezione ‘intellettuale’ dell’esistente e mancano perciò di una progettualità a lungo termine. Non è un’élite acculturata” insomma. Infatti, osserva il curatore, oggi si può notare come “sia l’alto dirigente che l’ultimo degli operai bevono Coca-cola e ascoltano la musica pop e fanno uso dei social network”. Le élites odierne hanno ormai “una visione turistica delle cose, amano i non luoghi, privi di qualsiasi identità: i centri commerciali, gli aeroporti, le hall degli alberghi”. Infatti le élites “pur non essendo più élites nel senso classico del termine […] stanno uscendo dalla dimensione storica, sino ad evadere dall’ambito di rappresentanza delle sue forze vive, del popolo e dei suoi valori”.

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Lady Gaga, nota popstar statunitense di origini italiane famosa per le sue trasgressioni, è stata una delle testimonial della campagna elettorale di Hillary Clinton alle recenti presidenziali

Il termine ha così cambiato radicalmente significato. Passando così da quello che era un sinonimo di aristocrazia, cioè governo dei migliori, a semplice oligarchia, cioè un mero gruppo ristretto di persone che non necessariamente si distingue dalla massa per particolari qualità, ma solo per la conservazione di interessi di casta. Prima vi si attribuiva un’accezione positiva, ora decisamente negativa. E non è la prima volta che i significati delle parole cambiano nel tempo. “Strano destino delle parole, del resto ‘rivoluzione’ nella sua accezione originaria etimologica latina non voleva dire cosa diversa; derivato da re-volvere, il termine esprimeva un moto che riporta al punto di partenza all’origine” scriveva Julius Evola nel primo capitolo de Gli uomini e le rovine. Ma c’è un’altra precisazione da fare in merito al destino delle parole. Perché anche il termine “democrazia” pare essersi svuotato di senso, mutando notevolmente significato. In un vecchio articolo del sottoscritto si diceva come: “la democrazia, per come la conosciamo oggi, sembra aver perso di vista gli obiettivi e aver smentito gli stessi principi sulla quale ha giurato di erigersi. Dal ‘governo del popolo, dal popolo, per il popolo’ – per citare uno dei padri della democrazia moderna – si è arrivati ad ‘una democrazia senza popolo – e disposta ad agire contro di esso, negandogli più che mai ogni forma di autogoverno’ come scrive infatti il politologo Marco Tarchi”. Winston Churchill, con una battuta, la definiva ”il peggiore dei sistemi, ad eccezione di tutti gli altri”. Quindi anche la democrazia stessa, come le élites, non gode di buona salute, e pare somigliare sempre più a una forma di morbido e subdolo totalitarismo. E non per niente un tale saggio come quello che si vuole presentare compare nella collana Orwelliana, come la stessa copertina sta a suggerire.

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Sia a destra che a sinistra vi è da tempo una critica nei confronti dell’establishment, espressione stessa, tra l’altro, sia dell’una che dell’altra fazione politica. Infatti oggi la vera battaglia non segue più i vecchi schemi politici di Destra e Sinistra, ma si combatte tra globalisti e sconfitti della globalizzazione. I confini vengono superati, il mondo si appiattisce e le vecchie mappe non servono più. Nessuna vetta rimane da scalare. Quindi il che fare? di leniniana memoria trova in Vitelli la seguente risposta:

“Ciò che possiamo fare, ad oggi, è cominciare quel percorso tracciato da Gramsci quando parlava di egemonizzare lo spazio sociale e politico della società” immettendo “idee nuove, di un mondo alternativo possibile, riempire ogni interstizio lasciato libero dal sistema, ‘organizzare – citando Jünger – la rete d’informazioni, il sabotaggio, la diffusione delle notizie tra la popolazione”.

Il fatto stesso che si sia riuscito a coniugare armonicamente Gramsci e Jünger dovrebbe dimostrare come le vecchie e divisorie categorie politiche oggi non rispondano più alle esigenze del mondo che ci circonda. Ma veniamo a noi e all’ultima domanda essenziale che le élites si pongono, che è cioè la seguente: “cosa devo fare per conservare il potere?”. Dipende dalla forma di governo che ci si è dati.

“Nella società democratica, basta che voi sproloquiate sulla libertà, la marcia del genere umano e l’avvenire delle cose, aggiungendo ai vostri discorsi qualche croce d’onore, e sarete sicuri del vostro posto; nella società aristocratica, giocate al whist, spacciate con aria grave e profonda luoghi comuni e frasi eleganti preparate prima, e la forma del vostro genio è assicurata”.
Francois-René de Chateaubriand

Chateaubriand, sepolto a Saint-Malo, sembra ancora parlarci dall'oltretomba

Chateaubriand, sepolto a Saint-Malo, sembra ancora parlarci dall’oltretomba

La demagogia pare quindi una ricetta infallibile: eterna. Certo, Chateaubriand non era un democratico, né tanto meno un politologo, ma le analisi politiche che compaiono nel suo Saggio sulle rivoluzioni o le riflessioni che compongono le sue Memorie d’oltretomba sono in gran parte attuali tutt’oggi. La folla appariva ai suoi occhi come “un deserto umano”, e parole non meno generose spese nei confronti della nuova forma di governo che si stava instaurando allora in Francia, tra furori e baionette.

“La democrazia non solo fa dimenticare ad ogni uomo i suoi avi, ma gli nasconde i suoi discendenti e lo separa dai suoi contemporanei; essa lo riporta continuamente solo a se stesso e minaccia di rinchiuderlo per intero nella solitudine del proprio io”.

solitudine

Parole amare che suonano come una profezia. Affidiamoci quindi i classici per comprendere il presente. Ma tra i classici da rileggere troviamo anche i nomi di Mosca, Pareto, Michels e Gramsci. Tutti e quattro questi pensatori, diversissimi tra loro, hanno concentrato la loro attenzione sul rapporto tra i pochi, che detengono il potere, e le masse. Vi sono ex socialisti filo-fascisti come Michels, o antifascisti come Mosca e Gramsci. Pareto invece non fece in tempo a schierarsi, per motivi anagrafici, data la morte avvenuta nel 1923. Ma riassumiamo in breve l’interpretazione che ognuno di loro ha dato della Storia e della politica. Per Mosca sono le minoranze organizzate con il loro istinto oligarchico a prevalere su una maggioranza disorganizzata. Mentre Michels vede nelle oligarchie una vera e propria “legge ferrea”, criticata poi da Gramsci nei suoi Quaderni. Il filosofo della praxis rilesse e confutò l’analisi di Michels, rifiutando l’interpretazione della democrazia e dei regimi elettivi come principio meramente numerico, proponendo invece della visione oligarchica, una visione élitaria, frutto della sua teoria dell’egemonia culturale, che sottolinea l’influenza che le élites hanno sulle masse. Non per niente Luciano Canfora ha intitolato uno dei capitoli della sua Critica della retorica democratica “Antonio Gramsci elitista integrale”. Diversa ancora per Pareto è l’intepretazione della Storia che viene invece letta come un cimitero di aristocrazie che via via decadono e si susseguono. Tutti costoro hanno la loro visione della Storia e della politica, ma su una cosa sono tutti d’accordo. La maggioranza non è mai al governo e il volere popolare non trova quasi mai la sua realizzazione di fatto. Ed è questo cha fa dire a Massimo Fini nel suo accesissimo pamphlet Sudditi. Manifesto contro la democrazia quanto segue:

“Democrazia significa, etimologicamente, ‘governo del popolo’. Scordiamoci che il popolo abbia governato alcunché, almeno da quando esiste la democrazia liberale”.

Considerazioni già presenti nel saggio della metà degli anni Ottanta La Ragione aveva torto?, di cui tutti i successivi sono figli.“Siamo di fronte ad una classe politica senza qualità”, perché, sempre secondo Fini, “l’uomo politico democratico non ha alcuna qualità specifica, prepolitica, la sua legittimazione è data semplicemente, e tautologicamente, dal meccanismo che lo ha espresso. È un uomo senza qualità. La sua sola qualità è di non averne alcuna”. E se qui si potrebbe obbiettare dicendo che la critica in questione viene da un giornalista – un non-professionista della politica – l’accusa cade quando si ricorda che anche un politologo serio, e non certo anti-democratico, come Giovanni Sartori ha dedicato decenni allo studio della democrazia in cerca di una caratteristica essenziale, senza però riuscirvi. Allora il dubbio che la democrazia sia una scatola vuota dove ognuno può mettervi dentro ciò che gli pare è davvero forte. E la convinzione che le democrazie altro non siano che oligarchie mascherate è difficile da smontare. L’unica definizione che Sartori è riuscito a darne è quella di un sistema di oligarchie che, essendo numerose ed organizzate in sistemi, chiama pudicamente poliarchie. La democrazia rappresentativa pare quindi essere sempre più una democrazia senza democrazia. Scriveva infatti Ernst Jünger nel suo Trattato del Ribelle:

“A tutt’oggi […] ancora non è chiaro a tutti fino a che punto la scheda elettorale si è trasformata in un questionario”, essa “offre al nostro elettore l’occasione di prendere parte ad un gesto di plauso”.

Certo che, davanti a tutto questo, lo sgomento è molto e la tentazione di allontanarsi dalla politica e dalla società è inevitabile. Ma, rifacendosi a Gramsci, l’unica cosa che ci rimane di fare è appunto egemonia culturale: informare le masse, affinare le menti, risvegliare le coscienze, affinché il sonno democratico non perduri ulteriormente. Affinché non si cada nel nichilismo più assoluto. Il proposito che poi è quello di questo libro. Buona lettura.