Perdita di verità, questa è la denuncia che corre spesso nei confronti del nostro tempo. L’equivoco è in premessa: la verità per essere non ha bisogno di venir cercata. Nascosta o palese che sia, la verità per definizione rimane tale. Piuttosto, il tema è la perdita di interesse nella verità e la perdita di valore della verità in quanto tale.  Perchè? A favore di cosa?

Non parliamo, per favore, di post-verità.

Dopo e prima della verità c’è la falsità. Semmai esiste il tentativo di diluire la verità, anche attraverso termini equivoci; inquinarne il valore (residuo) di assoluto, con sfumature di non-verità. La verità prescinde dai meccanismi democratici o decisionali, non è soggetta a mercato, consenso, costruzioni. Ha una forza intrinseca e incontrollabile. È invece possibile pilotarne la percezione: ecco, allora, che si passa al dominio della verosimiglianza.

Nuda Veritas - Gustav Klimt (1899)

Nuda Veritas – Gustav Klimt (1899)

Fino a ieri, la verità era certificata dalle istituzioni: Stato, Partito, Chiesa, comunità scientifica, associazioni e via dicendo. Si è tuttavia determinata una ritirata di questi mediatori tradizionali come effetto dei mutamenti socio-economici della globalizzazione e per l’impatto decisivo delle nuove tecnologie, in particolare del modello di rete informatica sviluppatosi nell’ultimo trentennio.

Nel campo dell’informazione, esiste oggi il potenziale di comunicare pressoché con tutti istantaneamente. I mezzi di mediazione informazionale tradizionali si accompagnano a mediatori nuovi, amatoriali e talvolta individuali. Una realtà sempre più in diretta, nella quale i fatti sono costantemente ripresi da cellulari, tweet e testimoni, si frammenta in centinaia di punti di vista differenti, che nel loro insieme rendono quasi inutile il dare una notizia. Si rende invece sempre più necessario ordinare le notizie, darne una lettura. Se tutti possono accedere al fatto e produrre distinti punti di vista, la realtà diviene interlocutoria. La qualificazione di tipo professionale cede il passo a una visione generale del mondo, politica, individuata a priori, alla quale gli eventi vengono adattati.

Si dirà: già ieri acquistavo in edicola “L’Unità” piuttosto che “Il Corriere della Sera” aderendo a priori alla loro visione d’insieme. Tuttavia oggi sono innumerevoli le voci a commento degli accadimenti umani, peraltro sempre maggiormente interrelati su un piano non più solo locale, ma globale. Prima si sceglieva un partito alle elezioni, tra i pochi proposti, ora si sceglie un candidato tra le migliaia: l’informazione tende oggi a diventare un’individualità con la quale avere un rapporto diretto, determinandone programma e promesse.

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Numero di utenti attivi mensilmente su Social Network e servizi di messaggistica istantanea

I social network acuiscono questo meccanismo di personalizzazione e autoreferenzialità.

La loro merce sono gli utenti; per mantenerli connessi il più a lungo possibile sono vendute loro relazioni: e con chi abbiamo a che fare più volentieri? I simili sono uniti tra loro, mentre sono rimossi alla vista i dissimili. È la famigerata filter bubble, tanto dura da infrangere.

La dialettica, così, s’impigrisce e scompare. Le organizzazioni politiche, specie quelle democratiche, regolerebbero l’interazione tra persone dissimili tra di loro, conferendo appartenenze, identità largamente condivise, ai loro associati-sudditi-cittadini. I social atomizzano invece le identità complessive. L’individualismo edonista personalizza e sottolinea le differenze; le piattaforme sociali frammentano le identità in migliaia di sottoinsiemi basati su ciò che piace: il videogioco, l’attore, la modella, la squadra sportiva, il bar, il gruppo musicale. Quindi, costruiscono gruppi su questi gusti comuni, minimi e particolari al punto da non essere neppure lontanamente identità. Queste community e le vere comunità, però, divergono quanto l’essere cittadini di una nazione e l’essere iscritti al circolo del bridge.

Il mercato gioca sull’umano bisogno di appartenenza e relazione, frantumandole e ridefinendole. La vendita online di prodotti o servizi, pur partendo dalla promessa di un’esperienza relazionale (feedback sui prodotti, possibilità di votare un fornitore o il servizio, personalizzazioni) annulla i luoghi interazionali, riducendo ulteriormente il confronto con l’altro.

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Amazon Go

Dal mondo “arcaico” della piazza (comizio, mercato di paese, teatro in strada) si è passati prima a un mondo istituzionalizzato e unidirezionale (partiti di massa ultracomunicativi, supermercato, televisione) – e oggi a un mondo che, per essere alla moda, potremmo definire post-istituzionale. Solo che sarebbe falso. Le istituzioni non sono finite: la disintermediazione produce una realtà bidirezionale, nella quale il servizio si adatta alle richieste dell’utente. Questo però è vero solo in apparenza: avere infinite scelte significa non averne quasi nessuna. Anzitutto perché il mercato ultra-adattabile in realtà si limita a ingabbiare la richiesta individuale e dirigerla sapientemente a ciò che di già pronto esiste o, nella migliore ipotesi, a predisporre velocemente qualcosa di simile alla svelta: è il caso della post-democrazia comandata dai sondaggi.

Specialmente, nel mondo disintermediato esiste in realtà un supermediatore: il motore di ricerca. Medium dei media, istituzione della fine delle istituzioni. L’algoritmo del motore di ricerca, nuova semidivinità, succedaneo del caos, diviene il cervello dell’umanità in rete. Decide ciò che è visibile, nominalmente adattandosi alle richieste dell’utente-cittadino, di fatto indirizzandolo.

I maggiori motori di ricerca utilizzati nel mondo

I maggiori motori di ricerca utilizzati nel mondo

L’aumento di scelte impedisce infine la possibilità di approfondire alcunché; un contesto simile pretende capacità di selezione superficiale, abolendo la tridimensionalità. Siamo alla rinascita di un universo anarchico, un caos calmo regolato e diretto da pochi potentissimi sovramediatori. In questo senso la verità interessa poco: è nascosta dietro un velo confuso di opinioni, finzioni, sovracostruzioni, tra le quali diviene difficile orientarsi, se non del tutto impossibile.

La disintermediazione diventerà così il nuovo paradigma non tanto decisionale (i buoi sono già scappati), bensì istituzionale. La sfida della contemporaneità sarà allora questa: comprendere quali regole saranno applicabili in un mondo simile, a chi e, specialmente, con quale legittimazione.