Segue dalla prima parte dell’intervista.

 

Gianfranco de Turris, Lei ha curato nel 2011 un libro per Controcorrente, Cinquant’anni di Cavalcare la tigre, testo frutto della conferenza tenutasi in occasione dell’anniversario della pubblicazione di uno dei testi più importanti di Evola. Gennaro Malgieri, uno degli autori, ha definito Cavalcare la tigre come “un testo di speranza e non disperato”. È d’accordo con questa affermazione?

Non ci sono dubbi. Cavalcare la tigre è un libro in genere frainteso, “proibito” come l’ho definito. Chi lo vede come un libro anarchico e ateo non ha capito nulla. Esso, come spiega e scrive Stefano Zecchi nella introduzione, invita ad assumersi le proprie responsabilità di fronte alla deriva del mondo moderno. Non a rifugiarsi in una torre d’avorio, né al contrario a darsi ad una attività eversiva, ma ad affrontare la realtà degli anni Sessanta (quando uscì) e quelle successive, addirittura peggiori, e vincerla a livello individuale, addirittura senza rifuggirne le insidie. Trasformare il suo veleno in farmaco, come dice Evola citando un altro detto orientale, in quanto è proprio nei periodi peggiori e terribili che possono emergere inaspettate potenzialità e capacità interiori.

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Tra i politici di destra un libro come Cavalcare venne accusato di allontanare i giovani dalla politica attiva. Fu forse questo a spingere Alain de Benoist, che è un filosofo e non un politico, a definire Evola “un mito incapacitante”?

Non fu de Benoist a definirlo così ma Marco Tarchi che all’epoca della Nuova Destra dopo essere stato, come moltissimi altri, evoliano,  per sbarazzare il campo da questa presenza ingombrante a destra, cercando altre strade da percorrere senza però troppo riuscirvi. Nonostante Almirante lo avesse definito “il nostro Marcuse” per sfruttare la sua popolarità all’inizio della contestazione, i vertici missini (a parte Romualdi) non lo amavano affatto accusandolo, appunto, di allontanare i ragazzi dalla politica attiva, non avendo letto o avendo travisato il libro e soprattutto la parte in cui si parla di apolitia. Qui si dice invece esplicitamente che chi vi è portatosi può percorrere la strada della politica attiva ma senza farsene condizionare e coinvolgere negativamente. Immergervisi passandone attraverso immuni. Jünger parlava, se non sbaglio, di “via della salamandra”, il mitico animale che passa tra le fiamme senza bruciarsi. Il paradosso tragico è che certi magistrati, con il codazzo di certi giornalisti e certi politici in mala fede, accusarono Cavalcare di essere il libro che all’opposto avrebbe agevolato con le sue tesi la nascita del… “terrorismo nero”! Tanto per far capire a che punto si è arrivati, ricorderò che Massino Carminati, il “Guercio” della Banda della Magliana e ora agli onori delle cronache per Mafia Capitale, il “Nero” di Romanzo criminale, nel romanzo legge Evola e nel film omonimo il regista Michele Placido fa intravedere nella sua sacca la copertina del livre de chevet che si porta appresso, un libretto come… Rivolta contro il mondo moderno! Nemmeno Cavalcare

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Il frame dell’immagine del film “Romanzo Criminale” di Michele Placido in cui si intravede, nella borsa del Nero, la copertina di “Rivolta contro il mondo moderno” di Julius Evola

Ma il filosofo è stato spesso considerato come il Giovanni Gentile del neofascismo, se non addirittura l’ispiratore del terrorismo nero. Ci vorrebbe ricordare come lo definiva e considerava Pierluigi Concutelli, storico terrorista nero? La definizione è parecchio divertente… 

Più che divertente direi infame. In un libro-intervista del 2008 Concutelli, che ammazzò il giudice Occorsio nel 1976, prima lo chiama “un tizio qualsiasi”, poi fa sua la definizione di un “camerata” del tempo che era andato a casa sua e lo descrisse come “un frocio su una sedia a rotelle con un maglione giallo”… A parte che io non l’ho mai visto su una sedia a rotelle, queste impressioni basterebbero da sole a dimostrare la distanza fra due mondi, come non ci sia mai stato un collegamento ideale, ideologico, etico e “politico” (di causa/effetto scrivevano all’epoca magistrati e giornalisti) fra Evola e coloro che a destra pensarono di imitare le Brigate Rosse, senza ottenere un bel nulla, se non lasciare una scia di cadaveri. Centinaia di morti e migliaia di feriti negli anni Settanta non sono bastati non dico a fare la mitologizzata “rivoluzione”, ma neanche a dare la famosa “spallata” al regime democratico,   fradicio che esso fosse. E questo sarebbe il “cattivo maestro” che così veniva amabilmente considerato dai suoi “discepoli” avviati allo stragismo e al terrorismo?

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Pierluigi Concutelli durante un’intervista apparsa nel 2008 su La7 nel programma di Antonello Piroso “Niente di personale”

I libri più noti di Evola sono tre: Rivolta contro il mondo moderno, Cavalcare la tigre, appunto, e Gli uomini e le rovine. Eppure de Benoist ritiene che sia un altro il vero libro principale: Metafisica del sesso. Si trova d’accordo col filosofo francese?

A quanto pare de Benoist la pensa come Massimo Fini, ma con la differenza che i libri di Evola li ha letti. Giudizi comunque importanti e significativi, giusti e sbagliati allo stesso tempo. Considerati i molteplici ambiti in cui Evola si è espresso, è evidente che ognuno può eleggere un libro diverso come “più importante”. C’è ad esempio chi considera il “meglio” di Evola La Tradizione ermetica o Il mistero del Graal o La dottrina del risveglio. Metafisica, insieme a Cavalcare e Gli uomini e le rovine, fa parte della trilogia scritta da Evola per spiegare in ambiti diversi – l’eros, gli orientamenti esistenziali, la metapolitica – le vie adeguate alle particolari predisposizioni di ognuno per vivere nel mondo in decadenza e sfacelo, nel Kali Yuga, se questa definizione viene presa sul serio e non presa in giro dai superficiali e ignoranti. È uno dei massimi libri di Evola certo, perché scardina i concetti usuali su sesso ed eros indicando nuovi modi di capirlo e accettarlo, fondamentale specialmente oggi dato che stano prevalendo, grazie al conformismo del politicamente corretto, le teorie sulla confusione dei generi e delle identità sessuali.

Filosofo, artista, studioso della Tradizione, esoterista, sperimentatore di droghe, giornalista, traduttore… Julius Evola è stato una figura poliedrica del panorama culturale italiano. Difficilmente incasellabile, la sua personalità viene spesso paragonata a quella del grande scrittore tedesco Ernst Jünger. Cosa li rende simili, e cosa differenti?

Di certo il “realismo eroico”. Se si leggono il Trattato del ribelle e Orientamenti vi troveranno numerose somiglianze e assonanze, non per nulla furono scritti entrambi nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta, come “manuali” per chi non voleva arrendersi interiormente. Evola apprezzò Jünger e recensì positivamente i suoi libri sino alla svolta del l’inoltrato dopoguerra in cui trovò attenuati i valori precedenti, quelli ad esempio de l’Operaio (cui dedicò una propria opera) e simili. Lo conobbe di persona anche, ma il suo tentativo di ricostruire un “fronte” culturale e spirituale, ma anche metapolitico, di tipo conservatore o tradizionale dopo la catastrofe bellica, entrando di nuovo in contatti con i vecchi amici precedenti, e tra essi Jünger e Schmitt, non ebbe fortuna: erano troppo cambiati rispetto a lui.

Ma torniamo al Suo interesse per Evola. Il filosofo è sempre stato un autore per “pochi eletti”, un autore di nicchia insomma. Eppure, allo stesso tempo, è stato tradotto in non ricordo più quante lingue in tutto il mondo. Come spiega questo fatto curioso e qual è la fortuna editoriale di Evola in fatto di copie vendute?

Più che “per pochi eletti” direi “per tutti e per nessuno”, come certe opere di Nietzsche. Infatti tutti i suoi libri più importanti sono stati più e più volte ristampati ed hanno avuto varie nuove edizioni riviste e corrette. Per non parlare appunto delle traduzioni all’estero, elencate in appendice alla ultima edizione del Cammino del cinabro, traduzioni che si sono moltiplicate di recente anche in Paesi insospettabili: Repubblica ceca, Croazia, Serbia, Finlandia, Ungheria. Quindi i suoi lettori in Italia non sono poi così pochi, e le ristampe stanno a indicare che lo leggono anche le nuove generazioni che prima non lo conoscevano.

 Se si scorrono i commenti che i cosiddetti evoliani, o presunti tali, pubblicano sul web viene da mettersi le mani nei capelli. Complottisti, spesso volgari, massoni, nostalgici del fascismo…In molti vedono Evola come uno dei pilastri della Tradizione cristiana! Lei come studioso ha fatto molto. Forse le rimane un ultimo compito: sottrarre Evola agli evoliani, sennò dal ghetto culturale qui non se ne esce… Eppure di evoliani seri e rispettabili ce ne sono, perfino Benedetto Croce leggeva Evola. Ricordo qui alcuni nomi in ordine sparso: Marcello Veneziani, Alessandro Giuli, Pietrangelo Buttafuoco, Gennaro Malgieri, Luca Gallesi, Alain de Benoist e Marco Tarchi (seppur con qualche distinguo), Giano Accame, Fausto Gianfranceschi, Enzo erra, Franco Cardini… Pure Stenio Solinas lesse Evola in gioventù, anche se dubito voglia essere annoverato nella categoria dei suoi discepoli. Ma è stato lui a farci sapere sulle pagine de Il Giornale, qualche tempo fa, che nella biblioteca della grande scrittrice Marguerite Yourcenar vi erano anche libri di Evola. La cosa la sorprende o ne era già al corrente?

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La scrittrice franco-belga Marguerite Yourcenar, prima donna eletta alla Académie française, nota autrice del famoso romanzo “Memorie di Adriano”

Certo. La Yourcenar recensì molto favorevolmente la traduzione francese dello Yoga della potenza e il suo articolo è in appendice alla edizione critica del libro con la introduzione di Pio Filippani-Ronconi che ho curato nel 1994. Quasi due tre generazioni di giovani “di destra” colti e intelligenti hanno letto Evola per poi aderire in tutto o in parte o per nulla alle due idee. Però lo ha letto, si è confrontata (e anche formata, pur se non lo si vuol ammettere) con lui. Non se ne poteva fare a meno, era un punto di riferimento, contestato quanto si vuole, ma era imprescindibile. Poi ognuno ha tratto le sue conseguenze ed ha preso la sua strada. Ma l’impronta è rimasta. Sono più di venti anni, da quando è partita la edizione critica dei libri di Evola che cerco di fare quanto lei dice, e naturalmente mi sono attirato gli strali di chi vorrebbe Evola come il guru di sette ristrette (di volta in volta   politiche o esoteriche) invece che considerarlo uno dei maggiori pensatori del Novecento, e questo è possibile dimostralo soltanto esaminandolo in tutte le sue sfaccettature.

Andrea Scarabelli nel suo intervento apparso in Cinquant’anni di Cavalcare la tigre ha fatto sapere che perfino Federico Fellini e Cesare Zavattini “si interessavano a lui, andavano furtivi a visitare Evola in Corso Vittorio Emanuele 197”. Oggi perfino un filosofo di formazione marxista come Diego Fusaro, allievo di Costanzo Preve, non ha remore nell’ammettere di aver letto Evola. Ha qualche altro nome noto da svelare tra i lettori evoliani insospettabili?

Negli anni passati ci sono stati Oreste del Buono e Massimo Cacciari. Oggi, uno di questi, pensate un po’, era…Lucio Dalla, come risulta da una intervista di Aldo Cazzullo, che invitava la Sinistra a scoprire e leggere Evola. Dalla, oltre ad essere uno straordinario ed evocativo artista, era anche un uomo colto e controcorrente non classificabile “a destra”.. Evidentemente però si era reso conto che certe verità sul nostro mondo, il mondo moderno, le si potevano leggere soltanto su certi libri non “di sinistra”, ma scritti da un “tradizionalista”. Altri poi che leggono Evola e non lo dicono ce sono, e come!

Le ho fatto questa domanda perché molti redattori de L’Intellettuale Dissidente hanno avuto tra le loro mani i libri di Evola, ma quasi tutti nutrono una certa diffidenza nei confronti del Maestro della Tradizione e del suo pubblico. Schizofrenia da evoliani inconsapevoli?

Forse, se si sentono a disagio in questa realtà e cercano una soluzione, o forse paura di mescolarsi a quelli che Evola stesso definiva gli “evolomani”, i fissati, quelli che hanno i paraocchi e che non vanno oltre il loro naso, che non sanno discutere ed aprirsi ai vari orizzonti indicati da quello che pur considerano il loro “Maestro”, che li prendeva per i fondelli, come ci raccontano molte testimonianze dell’epoca. Però mi sembra poco razionale, se non infantile, confondere le idee di un autore con quelle dei suoi presunti seguaci o discepoli. Se uno è interessato a queste idee ad esse guarda e non certo alle deformazioni successive. Ovviamente un autore è responsabile di quanto scrive, non degli eventuali travisamenti messi in atto da alcuni lettori, non tutti. Ed Evola metteva sull’avviso in molte interviste i cui estratti ho a tale scopo pubblicato in appendice a Cavalcare la tigre, per dimostrare che lui, come alcuni lo hanno anche accusato, non se ne lavava le mani e si prendeva le proprie responsabilità. Aveva messo tutti in guardia su come dovevano essere intese alcune sue affermazioni. Quindi leggere i libri di Evola è una cosa, certi suoi fan sono un’altra. E non si deve respingere il primo per colpa dei secondi, altrimenti significherebbe che non si ha fiducia nel proprio retto giudizio su quanto si legge.

 Non ci rimane quindi che chiudere l’intervista con l’epitaffio con cui l’editore Scheiwiller ricordò Evola nel suo necrologio apparso sul Corriere della Sera il 12 giugno 1974: “Frainteso da amici e nemici, lottò da solo contro il mondo moderno”. Forse è questo che rimane Evola: un solitario per solitari.

In parte è così, ma non è solo così. Perché altrimenti dopo la sua morte non avrebbe lasciato alcuna eredità, i suoi libri non sarebbero sempre venduti e ristampati, e non si continuerebbe a polemizzare pro e contro la sua figura e le sue idee.