Avete presente l’anonimo protagonista di Fight Club? Quell’onesto lavoratore, amante dei tavolini Njurunda, delle lampade Rislampa/har e che va al bagno con il catalogo dell’Ikea, come gran parte della gente che conosce? Ma sì, quel ragazzotto afflitto dall’insonnia, che un giorno, stanco di tutto, decide di crearsi un bell’alter ego, un certo Tyler Durden, facendo saltare in aria il suo appartamento con tutti i suoi oggetti, compreso il servizio di posate Alle in acciaio inossidabile e a prova di lavastoviglie. Certo che lo conoscete: un pezzo di lui è dentro ognuno di noi. È quella parte del nostro corpo che vorrebbe essere a correre in un parco ed invece si ritrova a fare la fila da Euronics; è quello spazio della nostra mente che vorrebbe leggere un bel libro, mentre si trova a sfogliare il catalogo di Mondo Convenienza; è quella frazione del nostro spirito che si ribella quando realizza che le nuove cattedrali del mondo sono i centri commerciali. Siamo noi quando ci rendiamo conto di vivere in una realtà apparente, dove tutto è in vendita e nulla è incedibile. Siamo noi che alziamo la testa in una normale giornata d’Autunno nel centro di una metropoli e ci guardiamo intorno, mentre il nostro amico immaginario, il signor Durden, ci sussurra all’orecchio: «La pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno». Siamo noi quando realizziamo che, continuando così, saremo fottuti.

Il romanzo di Palahniuk sembra fotografare, almeno in parte, la realtà odierna, quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito “società liquido-moderna”. Con l’aggettivo “liquido” si attribuisce alla vita e alla società un carattere precario ed instabile. La liquidità contraddistingue il mondo moderno, globalizzato, dove tutti, sia ricchi (definiti da Bauman come “turisti”) che poveri (“vagabondi”), condividono una condizione di incertezza perpetua, attenuata, ma non placata mai del tutto, dal consumo costante di oggetti e persone (del resto tutto è merce). In questo senso, una tale società riesce a rendere permanente la non-soddisfazione, visto che, da un lato, forgia e promuove sempre nuovi oggetti del desiderio di tutti i tipi e per tutte le età, mentre, dall’altro, non tarda a svalutare quelle stesse cose, poco dopo la loro uscita, per poterle sostituirle con altre, le quali, qualche mese più tardi, faranno la stessa fine. Dietro questo meccanismo perverso di consumo, i desideri sono mossi dall’onnipresente pubblicità e le necessità dal fenomeno dell’obsolescenza programmata, che distrugge, ad intervalli di tempo regolari, tutto ciò che viene acquistato, così da rigenerare costantemente il mercato. Alla luce di questi fatti, non sembra difficile credere alle parole di Bauman: “I rifiuti sono il prodotto principale, e probabilmente il più abbondante, della società dei consumi liquido-moderna; tra tutte le industrie della società dei consumi, la produzione di rifiuti è la più massiccia e non conosce crisi. Lo smaltimento dei rifiuti è perciò una delle due principali sfide che la vita liquida ha di fronte; l’altra riguarda il rischio di finire tra i rifiuti”.

Si pensi ad un caso concreto. Dal 2007 ad oggi sono stati messi sul mercato circa dodici modelli di i-phone. In meno di dieci anni sono stati venduti miliardi di esemplari di questo status symbol contemporaneo (75,4 milioni unità solamente ogni trimestre del 2015!). Ad ogni uscita del nuovo modello, migliaia di persone in tutto il mondo fanno la fila, giorno e notte, per accaparrarsene uno e, conseguenzialmente, buttare la versione precedente. Come spiegare questa pazzia collettiva? L’economista e filosofo Serge Latouche ha parlato di una “tossicodipendenza da crescita” che affligge le società produttiviste odierne. Per crescere, però, la società ha bisogno di consumatori, di persone che tengano sempre aperti i negozi e al lavoro le fabbriche. Di fatto, una tale realtà necessita di cittadini dipendenti dal consumo e, con esso, dai rifiuti. Inoltre, la tossicodipendenza dell’umanità sta rovinando il Pianeta, degradandolo, tra isole di plastica e discariche a cielo aperto. Così come un drogato, troppo concentrato su se stesso per pensare alle relazioni che lo legano agli altri, la specie umana sta sacrificando quanto di bello c’è al mondo in nome di un’illusoria felicità. Sullo sfondo di questa situazione, tra una mattinata da H&M, un pranzo da McDonald’s ed un pomeriggio da Mediaworld, rimbombano i lievi sussurri del nostro Durden interiore: «le cose che una volta possedevi, ora possiedono te». Poi, il nulla.