In un tempo incerto, in cui le inquietudini collegate al disordine globale si affastellano a temi di genesi locale, gli umori entrano in subbuglio. E con essi valori e certezze consolidate. L’effetto prodotto dall’incertezza a tutti i livelli si traduce in affannosa protezione della frontiera culturale e del limes spaziale che ci distanzia dall’Altro. La frontiera torna ad assumere vigore e assurge ad avamposto della forza della propria cultura e geografia dei valori. Le conseguenze che tale gioco-forza di attrazione e repulsione dell’altro da sé generano nell’immaginario collettivo le raccontano due blouson noir del Novecento in una prosa complessa, con gusto retrò e una scrittura anticonvenzionale. Si tratta del tedesco Günter Grass e del giapponese Kenzaburō Ōe.

I precetti di Kenzaburō Ōe, maestro del realismo grottesco e di una forma antesignana di Anti-Bildungsroman, veicolano tutta la loro attualità in un secolo, il Ventunesimo, pregno di rancori, crisi di identità, crescente xenofobia e disprezzo dell’Altro.

Contro le vecchie certezze: il tributo di Kenzaburō Ōe

Tra i protagonisti dello scisma culturale tra un paese colmo di incertezze e il Giappone tronfio di progresso, perennemente in bilico tra la tenuta di tradizioni secolari e lo sviluppo robotico del tardo Novecento, si colloca Kenzaburō Ōe. Voce critica della ricostruzione culturale nel dopoguerra giapponese, egli rivendica il potere evocativo dell’immagine e della parola. Una cospicua parte della sua produzione, fino agli anni Ottanta, indaga la relazione «animistica» fra l’autentico spirito nipponico, entrato in crisi con la capitolazione del 1945, l’oggettivismo bellico e la necessità di generare una scala di valori in un paese costretto a fare i conti con lo scempio prodottosi nel day after.

Il ministro degli Esteri giapponese Mamoru Shigemitsu firma l’atto di resa del Giappone (1945)

In una posizione scomoda rispetto alle destre, alle prese con il revisionismo dei fatti storici e delle responsabilità collegate all’invasione cinese e ad altre imprese belliche a firma giapponese, Ōe richiama l’attenzione sulla corruzione che ha invaso l’autentico spirito di Yamato. I suoi attributi assumono una connotazione peggiorativa con la scalata del Giappone per acquisire lo status di seconda potenza mondiale. In circa trenta anni, dal 1869 al 1900, Ōe denuncia come la base culturale si sia affrancata dalla tradizione millenaria centrata sul rispetto di sé e dell’identità altrui. Le leggi del profitto cambiano il volto della società giapponese, dettando i nuovi equilibri su cui, di lì a poco, si sarebbe fondata la cultura capitalista del Sol Levante. In questa temperie, senz’altro critica e per nulla incline a fare sconti alla corte imperiale e alla classe intellettuale, si colloca la scrittura di Ōe.

Nella scrittura degli esordi non vi è spazio per la dimensione onirica. Il realismo grottesco intride le pagine di racconti come Insegnaci a superare la nostra pazzia. Un’assennata critica al paternalismo nipponico si alterna alla veemenza con cui Ōe ne riconosce e condanna le propaggini all’interno delle comunità, del centro come della periferia. La periferia, un tempo presidio contro le mode bislacche e l’avanzare del centrismo urbano, lesivo dell’individuo e dei suoi valori, finisce presto sotto la lente di ingrandimento. Negli anni Sessanta lo scrittore dello Shikoku si convince che le «forze centripete», restie a tutti i fenomeni global, sono destinate a soccombere. Opere come Il grido silenzioso (1963) restituiscono la consapevolezza che, silente, prende quartiere nello spirito del torvo scrittore: gli spazi arcadici che fino a pochi decenni prima hanno ospitato un uomo serafico e incline al «pacifismo irenico» della specie di Yamato esistono solo nello storytelling moderno.

Dopo aver maturato la consapevolezza dell’assenza, nell’uomo e nella donna giapponese, delle nozioni più elementari necessarie per vivere in una comunità democratica, Ōe trasforma la parabola discendente dell’uomo-vittima della storia in un’iperbole di crudeltà e di atti nefasti, che macchiano la coscienza dell’uomo comune. L’autore assume una postura sempre più critica e comincia a tracciare un quadro debilitante del Giappone, diametralmente opposto alla dimensione kawaii e all’edulcorazione spinta da Kawabata Yasunari e dagli scrittori della contemporaneità. Il suo personaggio prediletto è un picaro in grado di smontare gli equilibri consolidati, entrare nelle stanze del potere e denunciare le storture politiche e di una società che arranca sotto i primi colpi della globalizzazione e della competizione asiatica. Inoltre,

Ōe si avvale di un eroe debole per eccellenza, dimostrando che la vera forza di un uomo si misura con gli atti di cui si rende protagonista, non con il vigore fisico e l’autoritarismo propagandato dal fascismo strisciante del primo Novecento. Riprendendo le migliori qualità inscritte nel corredo genetico giapponese, Ōe esalta la «resilienza» dell’uomo di Yamato, i tratti comuni all’individuo emancipato dall’urbanitas e a coloro che vivono all’ombra del progresso di Tōkyō o della grande città.

La fede di Ōe nei confronti della rinascita culturale in Giappone e nel mondo intero non è smisurata, né egli vaticina soluzioni confortevoli e per le quattro stagioni. Ōe non crede nel materialismo storico né ritiene che il motore propulsore della storia sia la hybris, una forza che, con la sua tracotanza, si scaglia contro l’uomo e ne azzera l’evoluzione a individuo con responsabilità, pieni diritti e doveri (shutaisei). Nell’autonomia e nel libero arbitrio risiede la piena evoluzione dell’uomo del Novecento, in ciò risiede anche la migliore eredità. Ha, dunque, un bel dire Ronald Dore nel 2011 quando, confutando la tesi difesa in un saggio del 1970 (Dobbiamo ancora prendere sul serio il Giappone) muta la propria postura critica e invita a fare i conti con un nuovo cominciamento epocale. In Giappone e nel resto del mondo.

Günter Grass

Una società diversa: il sogno di Günter Grass

Sin dagli anni Cinquanta, nel pensiero di Günter Grass (1927-2015), Premio Nobel 1999 e autorevole figura della letteratura novecentesca, prende forma un precetto fondamentale: l’attualità del Diverso, la centralità dell’Altro da sé. L’esperienza del poliedrico artista di Danzica, equilibrista sospeso tra due universi culturali, la Casciubia e la Germania, non facilita la sua condizione.

Lo scrittore, mai a disagio nei confronti dell’ibridismo culturale, ammette di non sentirsi più a casa propria nella Germania post-bellica e nell’Europa delle élite. Il vero motivo non risiede, peraltro, nel ritardo con cui i governi affrontano la questione del confine orientale (Oder-Neisse) né in una riunificazione dettata da esigenze più monetarie che culturali. Grass ritiene che la cultura dell’oblio e la paura del passato (German Angst) abbiano prevalso, e si spinge a imprimere tale messaggio prima nei tre romanzi della Trilogia di Danzica, poi nel post-sessantottino Anestesia locale (1969).

Anestesia locale (Örtlich betäubt, 1969) è l’opera che consacra Grass alla maturità e all’impegno intellettuale e politico nelle file della SPD.

Proprio questo scritto costituisce la base e la sintesi più feconda del credo post-bellico: il mondo è governato da un opportunismo crescente, da interessi settari e dalle leggi del più forte. Quello stesso opportunismo che Grass è pronto a riconoscere e denunciare nella propria vicenda personale: un uomo di successo che rifiuta di consegnarsi al pubblico e mente sulla propria partecipazione alla guerra e alle SS. Anche Grass mette la maschera e continua a farneticare, descrivendo fino agli anni Novanta un mondo oltraggioso, in mano ai ricchi, alle lobby e in caduta libera verso gli inferi. In più, l’autore colora le pagine dei suoi romanzi non soltanto del realismo grottesco, sperimentato dal coevo Ōe, bensì anche del senso di un decadimento incipiente, sotto le mentite spoglie di una hybris pronta a capovolgere gli equilibri e dilaniare i successi conseguiti.

Il vero tema, nell’opera del casciubo, è l’assenza di un ordinamento statuale in grado di sancire l’egalitarismo di matrice illuminista invocato negli anni: tutti hanno un potere fondativo rispetto alla società democratica e non vi è uomo cui, de jure, sia riconosciuta supremazia sull’altro. Da citoyen engagé, Grass lancia un monito ai più deboli e alle classi operaie: sottrarsi alle grinfie degli «imbonitori» del popolo. Appello che gli varrà l’etichetta anarcoide del sobillatore delle masse. Un precetto tratto dal suo manuale sulla vita resta valido tutt’oggi: una coscienza civica giunta alla piena maturità è la chiave per riscrivere la storia, abrogare l’editto del più forte e remare nel verso di quel progressismo rivendicato dai Padri fondatori. L’esercizio della libertà e della democrazia non costituiscono un fatto compiuto. Esse vanno rinfocolate alla stessa stregua di un bene materiale. Il loro esercizio va spiegato come in un foglio illustrativo, affinché nessuno possa cancellare la lezione del passato: il genere umano è uno e uno soltanto. Noi siamo tutti uguali.