di Ermanno Durantini

Sei stagioni (la settima in arrivo in autunno), più di 80 episodi all’attivo e un cast di tutto rispetto: The Walking Dead, in onda su AMC negli Stati Uniti e su Fox in Italia,è nota a tutti come una delle più viste e amate serie TV degli ultimi anni, nonostante un panorama affollato di giganti quali Game of Thrones e Breaking Bad. La serie si inscrive all’interno di un filone avviatosi ormai decine di anni fa con l’uscita della trilogia di film sui Living Dead di George A. Romero: un qualche genere di malattia in grado di resuscitare i morti si propaga, orde di zombie invadono la Terra e avviene la fine del mondo così come lo conosciamo. L’apocalisse.

Il tema è oggi diventato un classico, con svariati film e libri a reinterpretarlo e a declinarlo in maniere diverse, dal senso di abbandono e isolamento del Will Smith di Io sono Leggenda, alla dimensione globale della storia di World War Z con Brad Pitt.  Tuttavia, in questo panorama a forte rischio di creare un prodotto inflazionato, The Walking Dead è riuscito a ritagliarsi uno spazio notevole, grazie allo sviluppo serrato e ricco di colpi di scena di tutta la storia e al costante ricambio dei personaggi, sulla cui lunga permanenza in vita non si può quasi mai fare troppo affidamento. Ma, al di là, della bellezza della storia e della magistrale pulizia di scene e interpretazione, probabilmente quello che colpisce il pubblico di The Walking Dead è la dimensione quasi catartica che assume il vedere rappresentato un mondo simile, da parte di chi vi rifletta con un minimo grado di profondità.  Quella che la psicologa Tina Benaglio ha, infatti, definito in un pamphlet della Collana Ribelle “un’Apocalisse post-moderna” è tutto sommato una storia abbastanza ripetitiva, fatta di zombie, inseguimenti, lotta per la sopravvivenza, ricerca di rifugi in cui trovare brevi momenti di sollievo, che saranno presto interrotti da nuovi accadimenti nefasti. Tuttavia, la storia appassiona lo stesso gran parte del pubblico, perché in essa vediamo rappresentato un mondo totalmente altro rispetto a quello in cui l’Occidente si trova immerso come unico orizzonte possibile da 70 anni a questa parte.  Nella serie che ha per protagonista lo sceriffo Rick Grimes, è lasciata intuire dai racconti incrociati di diversi personaggi la repentinità del precipitare degli accadimenti, la velocità incredibile con cui una società evoluta, post-industriale, piena di comodità e di servizi, sia precipitata in una nuova preistoria, priva di qualsiasi tipo di organizzazione sociale stabile e priva di regole riconosciute da tutti che non siano la legge del più forte e la necessità di seguire le regole basilari della sopravvivenza in un mondo ostile e non più a misura d’uomo.

Per l’uomo contemporaneo, immerso in centinaia di comodità di cui nemmeno più si rende conto, The Walking Dead può essere un ausilio per ritrovare il senso delle proporzioni di quello che ha e di quello che potrebbe facilmente perdere se mai accadesse un disastro sociale delle proporzioni descritte, anche senza l’ausilio degli zombie. La necessità di procurarsi cibo senza neppure poterlo chiedere in elemosina o a una mensa per poveri; la necessità di avere un tetto sopra la testa, senza poter usufruire nemmeno di un porticato senza correre il rischio di essere divorato o trasformato in un morto vivente; la mancanza di tutte le più minime comodità di cui persino un senzatetto può godere, dall’elettricità pubblica alla sanità di emergenza, passando per una sigaretta che non si debba rubare cercando tra le rovine di un mondo devastato e a rischio della propria vita. Tutti questi elementi, da un certo punto di vista, riconciliano l’uomo con una dimensione pre-sociale primordiale che può conferire un maggiore senso di quello che abbiamo e relativizzare la gravità di ciò che non abbiamo. La condizione in cui si trovano i personaggi di The Walking Dead non è la situazione naturale dell’essere umano, che è per naturale animale politico, sociale e razionale, che tende alla vita in comunità strutturate sulla base della cellula fondamentale della famiglia. È una situazione, però, che potrebbe concretizzarsi nel caso in cui a prevalere fossero i più bassi istinti siti nelle più recondite profondità nell’animo umano; quella violenza, fondata su egoismo, sopravvivenza e desiderio, che se scatenata senza più freni potrebbe portare al crollo rovinoso di tutte le istituzioni sociali, come accaduto, su più piccola scala, nei vari “Stati falliti”, dalla Somalia alla Libia e al Sud Sudan.

Ed è una condizione tale da aprire a tantissimi interrogativi morali, sul valore e sul senso della vita umana, quando è ridotta al massimo grado di instabilità e precarietà. Nonché al chiedersi se noi stessi, al posto di quei personaggi, saremmo il duro ma complessivamente giusto Rick Grimes, o il degenerato e disposto a tutto, pur di salvare se stesso e i propri desideri allucinati, Shane Walsh.