di Luca Gritti

“Ecco perché questi uomini armati agiscono con durezza e da folli. La loro arma affonda in un nemico inerme, prostrato ai piedi; trionfano su un moribondo descrivendogli le offese che subirà il suo corpo (…). Forti del loro potere, non dubitano mai che le conseguenze dei loro atti li obbligheranno a loro volta a piegarsi.” Sembrano parole adatte e scritte apposta per commentare l’ultimo terribile attentato a Nizza, frutto della lucidità della coscienza e dell’amarezza per le vite stroncate, ed invece sono parole scritte tra il 1936 ed il 1939, pubblicate nel 1940 e contenute in un brevissimo ma folgorante saggio, L’Iliade o il poema della Forza. L’autrice è Simone Weil. La filosofa ebrea si trova a vivere in un’Europa che versava in una condizione certo molto peggiore di quella di oggi, ma in cui si poteva respirare un clima di ansia, paura e terrore che forse anche nei nostri disastrati giorni, sia pur malcelato e dissimulato da molti, sta riprendendo a soffiare, sinistro ed inquietante. Visse e partecipò alla guerra civile spagnola, fu testimone dell’alienazione operaia in una fabbrica della Renault, intravide prima degli altri le avvisaglie della catastrofe della guerra, tentò di collaborare con la resistenza francese e si sforzò, a guerra finita, di pensare una civiltà europea diversa da quella che aveva partorito il nazismo.

La Weil, tuttavia, proprio prima che la guerra cominci, scrive un saggio sull’Iliade, il poema più antico della letteratura occidentale, il suo prima vagito, la sua genesi, il suo testo fondante. Non si tratta né di fuga in una sterile erudizione né di provare a parlare in modo obliquo di certe questioni: si tratta di voler affrontare i drammi del presente leggendo, acquisendo consapevolezza del proprio passato, del proprio tempo e del ruolo che si può svolgere per renderlo migliore. In un momento in cui tutti si fanno guidare dall’istinto, accettano spiegazioni di comodo e ricorrono a risposte semplicistiche, la Weil si chiude nella sua stanza e rilegge l’Iliade, il testo più antico della letteratura europea, lo toglie dalle mani degli specialisti che troppo spesso lo imbalsamano e disinnescano il suo portato morale per restituirlo alla vita ed al presente, vivificando il suo messaggio di dirompente attualità. La Weil sostiene che il protagonista dell’Iliade non sia Achille, o Ettore o qualcuno degli altri eroi cantati, ma che l’autentico protagonista del poema omerico sia la forza, l’ira, che non a caso è la parola con cui il poema si apre. La forza è la vera entità che aleggia in tutto il poema, che muove tutte le azioni, che decide tutte le battaglie, che stronca o risparmia le vite. È un messaggio potentemente evocativo, che ci appare in tutta la sua tragica realtà proprio in queste ore. Infatti le cose da allora non sono cambiate: per quanto ‘il mito del progresso’ abbia dato agli uomini l’illusione di potersi liberare dalla forza, questa è ancora l’arbitro di tutte le vicende umane. Nella civilissima Europa dove viveva la Weil, proruppe il nazismo; nell’Europa opulenta e pacifica in cui viviamo noi, il terrorismo. “Chi aveva sognato che, grazie al progresso, la forza appartenesse ormai al passato, ha potuto scorgere in questo poema solo un documento; chi invece, oggi come allora, individua nella forza il centro di ogni storia umana, trova qui il più bello, il più puro degli specchi”. La Weil nota come la forza passi da un personaggio all’altro dell’Iliade senza che nessuno riesca davvero a dominarla: tutti sono suoi strumenti, tutti sono in sua balia. L’essenza della forza, messa bene in luce dall’autrice ebrea, è che procede a trasformare in cose tutte le persone che tocca. Gli uomini che muoiono, o che comunque sono schiacciati sotto il tallone della forza, sono tramutati in cose perché smarriscono la loro umanità, le facoltà umane di volontà e pensiero, di pietà e di speranza; ma anche coloro che esercitano violenza finiscono per tramutarsi in oggetti, in mezzi di cui la forza dispone, senza che loro medesimi possano opporsi. Ad un certo punto, Ulisse viene colto da un pensiero: tornare a casa, disertare la guerra che non gli appartiene, riabbracciare la sua terra, sua madre, suo figlio. Ma poi la forza s’impossessa di lui, attraverso il ricordo degli amici uccisi, dei nemici che hanno ucciso, delle sconfitte patite, del dolore che, così gli sembra, non deve rimanere invendicato.

“Cosa? Lasciare Priamo, i Troiani vantarsi/ Di Elena e di Argo, ella per la quale tanti Greci/Davanti a Troia sono morti lontano dalla terra natia?…/Cosa? Desideri che la città di Troia dalle ampie strade/ Lasciamo, per la quale abbiamo sofferto tante miserie?” Commenta la Weil: “L’anima, obbligata dall’esistenza di un nemico a distruggere in sé la quanto la natura le aveva dato, crede di poter guarire solo distruggendolo.” L’assassino è condannato dalla forza alla sua professione, al suo destino di distruzione-non può esimersi, non è più libero, ha perduto la sua vita, ed è condannato alla morte, quella che imporrà ma anche quella che gli sarà imposta. Si crede carnefice ma, senza saperlo, è già vittima. Perché questo, in verità, è ciò che mostra l’Iliade: che chi abusa della forza, ne sarà vittima; chi uccide è, fatalmente, ucciso. “Così, coloro ai quali la forza è prestata dalla sorte, periscono perché vi si affidano troppo”. La legge è implacabile: Aiace uccide ed è ucciso, Achille uccide Ettore, Paride uccide Achille. Recita il poema: “Ares è imparziale, ed uccide coloro che uccidono”. Ma la Weil intravede nell’Iliade, che pure è un poema di disperazione e smarrimento, un messaggio positivo, se non proprio di salvezza, comunque di umanità. Infatti, in ogni momento dell’Iliade, alla morte corrisponde la vita, alla guerra l’amore, alla forza che estingue nell’uomo l’umanità, l’amore (paterno, materno, coniugale, fraterno) che riscatta e risveglia l’umanità dell’uomo, rinfranca la sua anima, riattiva la sua coscienza. Ma il momento più alto, dell’amore e dell’umanità, è l’amore verso il proprio nemico, l’ammirazione verso il proprio rivale.

Non è un caso che l’Iliade, il poema della forza, si chiuda con la scena in cui Priamo, padre di Ettore, si genuflette ai piedi di Achille ed ottiene il cadavere del figlio. Letture scolastiche e rese hollywoodiane ci hanno portato a banalizzare questa scena, eppure è un momento di riscatto straordinario, pressoché unico nella letteratura mondiale: il poema della forza si chiude con un gesto di pietà; Achille, che non fu vinto da alcuna forza, è vinto da una debolezza manifesta, senile, paterna, che non si vergogna di se stessa; l’uomo che era stato costretto a perdere la propria umanità per farsi strumento dell’ira e della forza, ritrova se stesso in un gesto di umana pietà ed impara, forse troppo tardi, l’amore; colui che fu sordo alle suppliche di Ettore, è scosso e commosso da quelle del padre, che evocano in lui la figura di suo padre, Peleo, morto anch’egli. L’assassino di figli si ricorda di essere anche lui un figlio, di avere anche lui qualcuno da piangere. Per la Weil questo momento, in cui la pietà vince la sete di vendetta, in cui un’umanità più desta delle altre spezza la catena della forza, è una sorta di prefigurazione greca del cristianesimo, un sentore di umanità a cui Cristo darà compimento. Scrive l’autrice ebrea che “Il Vangelo è l’ultima e meravigliosa espressione del genio greco, come l’Iliade ne è la prima”. Lo stesso Patroclo, che è l’unico personaggio che subisce violenza senza esercitarla, che muore senza prima aver ucciso, è una figura accostabile per lei a Cristo. Il messaggio che nell’Iliade era di pietà nel Vangelo si amplia e diventa di redenzione, di speranza, di salvezza. Beninteso, non si tratta di eludere azioni politiche serie e concrete contro il terrorismo per rifugiarsi nella letteratura o, peggio, nella retorica: il terrorismo si combatte con azioni reali e pragmatiche, e la Weil, che scrisse anche righe molto efficaci contro il pacifismo, l’avrebbe concesso. Ma forse non è ozioso ricordare che la parte migliore della nostra storia racconta storie in cui la genuflessione di un vecchio padre vince la forza del guerriero più spietato, ed in cui chi muore in nome di Dio in suo nome non uccide. Forse, riacquisendo questa consapevolezza, parlare di ‘valori dell’occidente’, suonerebbe un po’ più serio.